Perché il Reddito di Cittadinanza discrimina le persone disabili

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Il cosiddetto Reddito di Cittadinanza era una misura necessaria: è certamente importante che ci sia una forma di sostegno al reddito per le persone che vivono sotto la soglia della povertà. La sfida è ora quella dell’applicazione: la misura così come è concepita ha alcuni punti potenzialmente problematici, anche se gli effetti li vedremo solo con il tempo.

Ciò che invece è chiaro già ora è che il decreto legge che regola questa misura è discriminatorio verso le persone disabili, per almeno tre motivi.

1. La pensione di invalidità è considerata reddito

È il problema principale: nel Decreto Legge n. 4 del 28 gennaio 2019 che regola il reddito di cittadinanza si è deciso di conteggiare alla stregua di un reddito le pensioni di invalidità.

La pensione di invalidità è un assegno mensile erogato ai cittadini dai 18 anni ai 66 anni con disabilità permanenti pari al 100%, ed è una provvidenza assistenziale non conteggiata nell’Isee (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), ossia lo strumento usato per determinare il reddito dei cittadini, che per avere accesso al reddito di cittadinanza non deve superare la soglia dei 9.360 euro.

A partire da questo dato si calcola il reddito familiare da cui dipende l’effettiva assegnazione e l’importo del reddito di cittadinanza a cui si ha diritto. Il reddito familiare si calcola aggiungendo all’Isee altri eventuali redditi non inclusi nel calcolo dell’Isee stesso, tra cui ad esempio redditi tassati all’estero, redditi da attività finanziarie, assegni per il mantenimento dei figli e trattamenti assistenziali tra cui, appunto, la pensione di invalidità.

In pratica, considerato che la pensione di invalidità è pari a 285 euro mensili, i nuclei familiari con persone disabili partono da un reddito familiare annuo di 3.420 euro (285 per 12 mesi), ciò significa che l’importo del reddito di cittadinanza sarà più basso quando in famiglia c’è una persona titolare di pensione di invalidità.

A identica situazione di povertà assoluta, paradossalmente, i nuclei di persone che siano anche persone con disabilità vengono trattati meno favorevolmente dei nuclei senza disabilità. Questo delude le aspettative di migliaia di cittadini disabili che si vedranno esclusi dai benefici legati al reddito di cittadinanza o fortemente penalizzati.

La questione è che la pensione di invalidità non è un reddito come gli altri. Considerare le indennità che dovrebbero sopperire a uno svantaggio causato dalla disabilità come un reddito che si somma agli altri è molto grave. L’articolo 3 della Costituzione recita:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Per questo lo Stato garantisce a chi ha una disabilità una pensione di invalidità civile il cui scopo è superare uno svantaggio di partenza, che comporta tra le altre cose una riduzione delle possibilità lavorative e la necessità di sostenere maggiori spese.

Una legge che consideri la pensione di invalidità come se fosse una retribuzione cancella sia il fatto che una persona disabile è in condizione di svantaggio, sia il fatto che è obbligo dello Stato eliminarlo per permettere il pieno sviluppo di tutti i cittadini secondo un principio di pari opportunità.

Equiparando la pensione ad un reddito non si riconosce più la disabilità come una condizione di svantaggio ma come una responsabilità del cittadino di avere delle limitazioni. Su questo tema si è peraltro già pronunciato il Consiglio di Stato nel 2016 con una sentenza molto chiara, secondo la quale è incostituzionale considerare tra i requisiti di accesso ad un qualsiasi beneficio i trattamenti assistenziali legati alla disabilità.

Tale trattamento è per di più riservato solo alla disabilità. Nel Decreto infatti sono considerati diversamente – non inclusi cioè nel reddito familiare – i supporti destinati ai minori di 3 anni e quelli per chi è disoccupato quali bonus bebè, bonus figli a carico, indennità di disoccupazione.

2. La scala di equivalenza non considera la disabilità

Il secondo elemento non si configura, come il precedente, come una discriminazione attiva, ma è comunque segno di scarsa conoscenza del fenomeno o, quanto meno, di superficialità.

Non esistono infatti scale di equivalenza che segnalino in qualche modo la presenza di persone disabili nel nucleo familiare. Le scale di equivalenza sono strumenti che permettono di confrontare situazioni familiari differenti con parametri applicati a seconda della composizione e numerosità del nucleo familiare.

Sono parametri che contribuiscono in maniera decisiva al calcolo del beneficio economico, e consentono di segnalare una condizione di particolare fragilità reddituale, come ad esempio la presenza di minori che impegnano il nucleo familiare nell’assistenza e non portano reddito. Nel Decreto i minori sono segnalati, le persone con disabilità no.

Non si tiene dunque in considerazione il fatto che un nucleo familiare con uno o più dei suoi componenti disabile è un nucleo più fragile economicamente, a prescindere dalle condizioni reddituali. La scarsità di opportunità lavorative ma anche di trasporto pubblico che si trovano a vivere le persone disabili, i costi sanitari, le carenze sull’assistenza personale e le conseguenze sul percorso lavorativo delle persone disabili ma anche dei familiari caregiver, sono tutti fattori che incidono sul reddito familiare, e che non vengono considerati.

3. Lo stesso vale per la pensione di cittadinanza

La pensione di cittadinanza è una misura specifica che spetta solo alle persone con più di 67 anni che vivono sotto la soglia di povertà da sole o con un’altra persona che ha più di 67 anni.

Da più parti è stato segnalato come questa misura debba essere estesa anche ai casi in cui la persona anziana viva insieme ad un familiare disabile indipendentemente dall’età di quest’ultimo.

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Photo credit: ores2k on VisualHunt.com / CC BY-NC-SA

Queste tre grandi istanze sono state più volte sollevate durante il dibattito sul reddito di cittadinanza dalle associazioni che fanno advocacy per i diritti delle persone con disabilità. La Fish (Federazione Italiana Superamento Handicap), ENIL Italia (Rete Europea per la Vita Indipendente) e la Onlus Vorreiprendereiltreno hanno scritto e lanciato petizioni per sanare le numerose criticità. Hanno presentato, sia prima che dopo l’approvazione del decreto, richieste di emendamenti (primo tra tutti l’esclusione delle pensioni di invalidità dal calcolo del reddito familiare) che, tuttavia, sono state respinte.

Solo con i più recenti emendamenti presentati dal governo il 14 marzo 2019 – e che comunque dovranno essere esaminati presso le Commissioni per poi passare al voto in Parlamento – si mostra una prima, seppur del tutto insufficiente, apertura.

Se il decreto dovesse essere effettivamente modificato da questi emendamenti, la pensione di cittadinanza sarà erogata anche ai nuclei in cui la persona con più di 67 anni viva con una persona disabile non autosufficiente, indipendentemente dall’età di quest’ultimo, e si eleva da cinquemila a 7,5 mila euro l’incremento della soglia del patrimonio mobiliare per ogni componente disabile.

Inoltre il parametro della scala di equivalenza è modificato in maniera tale da consentire ai nuclei numerosi con persone disabili di avere 50 euro (al mese) in più di beneficio.

Sono emendamenti che attenuano lievemente la discriminazione dei nuclei familiari che hanno persone disabili al loro interno ma non toccano la cosa più grave, ovvero quella di considerare i supporti legati alla non autosufficienza come componente della ricchezza.

Non si tratta quindi di modifiche sostanziali o con un reale impatto, ma di benefici riservati a una platea di beneficiari molto ristretta, con situazioni in cui ci sia un’assenza pressoché totale di reddito di qualsiasi natura incluse le pensioni di invalidità.

Disabilità e retorica del privilegio

Dietro questo approccio superficiale e discriminatorio si annida un rischio: quello di aderire a e contribuire a diffondere una certa retorica che associa alla disabilità una condizione di privilegio.

Il fatto che i sussidi statali legati alla condizione di disabilità vengano trattati alla stregua di una fonte di reddito è estremamente preoccupante, e rispecchia appunto un certo pensiero comune superficiale.

Non è raro infatti sentire, più o meno apertamente, qualcuno ironizzare sulla persona disabile come privilegiata. Come dimostrato da molte ricerche (ad esempio qui, qui e qui), si può cogliere nella cultura popolare e nella rappresentazione mediatica una tendenza a considerare le persone disabili – anche solo a mo’ di battuta – come “sistemate” economicamente, persone che grazie alla pensione di invalidità non devono lavorare, che possono parcheggiare dove vogliono nei loro posti riservati e hanno varie altre facilitazioni.

Quello di dipingere diritti come privilegi è un meccanismo sociale tipico, che accade a tutte le categorie ai margini della società; anzi, tanto più la categoria è oppressa tanto più si diffondono voci sui loro presunti privilegi, come nel caso dei famosi “35 euro al giorno agli immigrati”. Che siano posizioni serie o battute ironiche, si tratta comunque di discorsi che fanno presa e hanno conseguenze concrete sulla vita dei cittadini.

Ecco perché istituzionalizzare questa retorica è pericoloso. Anche perché nei fatti accade proprio il contrario. La disabilità è tra le prime cause di impoverimento economico. La pensione di invalidità è inferiore alle altre provvidenze e decisamente inferiore alla soglia di povertà.

L’assenza di considerazione della condizione di disabilità nel reddito di cittadinanza è spesso giustificata facendo ricorso a una specie di principio di uguaglianza: “i paletti per il sussidio saranno gli stessi che valgono per tutti gli altri (…) anche loro riceveranno il reddito, come tutti: in quanto poveri, non in quanto disabili.” si riporta ad esempio in questo articolo a commento del decreto, che prosegue: “Semplicemente, i disabili in stato di povertà che soddisfano i parametri fissati potranno ricevere il reddito di cittadinanza. (…) Come del resto qualsiasi normodotato”.

Il problema, appunto, è che la disabilità è una condizione di svantaggio in questa società e trattare tutti allo stesso modo non solo è sbagliato, ma anche discriminatorio. A questo proposito, una frase di don Lorenzo Milani è molto esplicativa:

Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

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Classe 91, ha studiato arabo a Londra, insegnato italiano a stranieri e fatto attivismo sociale. Ama: le margherite, i Dire Straits, l'autoironia, i concerti, le basette. Non sopporta: le ingiustizie, chi si prende troppo sul serio, chi si vanta dei propri gusti musicali. Nel suo mondo ideale lei è in carrozzina (come adesso), ma ha gli stessi diritti dei bipedi: di questo scrive su Witty Wheels.

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