Cosa dovremmo fare con i luoghi di culto islamici in Italia?

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Fabrizio Ciocca è autore di Musulmani in Italia. Impatti urbani e sociali delle comunità islamiche a Roma (Meltemi editore, 2018), in cui presenta un’analisi della presenza musulmana a Roma e del suo impatto sulla città.

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Photo credit: payhere on Visualhunt.com / CC BY

“Immigrazione: rimpatri e stop al business”. È il titolo del punto 13 del contratto di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, in cui si parla di “chiusura immediata di tutte le associazioni islamiche radicali nonché di moschee e di luoghi di culto, comunque denominati, che risultino irregolari” e ci si propone di approvare una legge ad hoc su moschee e luoghi di culto.

La proposta ricalca la cosiddetta legge anti-moschee emanata nel 2015 dalla Regione Lombardia, che complica molto la costruzione di luoghi di culto equiparandoli a vere e proprie moschee, e quindi sottoponendoli ai vincoli dei piani regolatori comunali.

La possibilità di svolgere attività di culto è infatti vincolata alla destinazione d’uso dell’edificio che ne ospita la sede; il cambio di destinazione d’uso – ad esempio da locale commerciale a luogo di culto – può essere concesso solo come conseguenza di una modifica dei Pgt, i Piani di governo del territorio, procedura lunga e complessa. Si aggiunga che per le nuove richieste di autorizzazione dei luoghi di culto islamici in Lombardia è previsto un ulteriore controllo da parte di una Consulta regionale.

La legge è stata comunque in parte rigettata dalla Corte Costituzionale per la violazione di un principio di discriminazione: la legge regionale prevedeva infatti un regime diverso per la Chiesa cattolica e le confessioni religiose con intesa, da una parte, e le confessioni religiose senza intesa – tra cui l’Islam – dall’altra.

Ad oggi l’unica legge che regola i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose senza intesa è una legge emanata nel 1929 dal governo fascista sugli “Enti di culto ammessi”. Oggi i tempi sembrano maturi per una nuova legge che tenga conto di un’Italia sempre più multireligiosa.

Presenza musulmana e luoghi di culto islamici in Italia

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La Grande moschea di Roma | Photo credit: ‘O Tedesc on Visualhunt.com / CC BY-NC-SA

Secondo le più recenti stime della Fondazione Ismu, gli stranieri residenti in Italia al 1 gennaio 2017 che professano la religione cristiana ortodossa sono i più numerosi (1,6 milioni), seguiti dai musulmani (circa 1,4 milioni), e dai cattolici (poco più di un milione). Passando alle minoranze religiose, i buddisti stranieri sono 188 mila, i cristiani evangelici 124 mila, gli induisti 73 mila, i sikh 72 mila, i cristiani copti 19 mila.

A causa di questa impasse normativa i fedeli di queste minoranze religiose – compresa quella musulmana – sono spesso costretti ad organizzarsi in sale di preghiere o associazioni culturali non formalizzate, presso appartamenti, sale o garage riadattati, per poter assolvere alle proprie esigenze spirituali. Il problema ovviamente è ancora maggiore per la seconda religione del nostro paese, quella islamica.

I musulmani in Italia sono circa 2,5 milioni, se ai musulmani stranieri aggiungiamo i cittadini italiani. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno aggiornati al 31 agosto 2016 possono contare su 1.251 luoghi di culto, di cui però solo 4 moschee ufficiali (Roma, Ravenna, Colle Val D’Elsa, Segrate Milano – a cui altre ricerche aggiungono Catania e Brescia). Dei restanti, 906 sono luoghi di culto o sale di preghiera e 341 associazioni o centri islamici.

È evidente che quattro, o sei, moschee per 2,5 milioni di persone su tutto il territorio nazionale sono insufficienti. È per questo che sorgono luoghi di culto non formalizzati in edifici che non hanno la destinazione d’uso religiosa.

Si prenda ad esempio il caso di Roma. Nella capitale i musulmani residenti – sia stranieri che italiani – sono circa 120 mila, numeri che fanno dell’Urbe la prima città italiana per numero di fedeli islamici. La maggior parte vive in aree periferiche della città, mentre la Grande Moschea è ubicata nel quadrante nord della città, II Municipio, alle pendici del Monte Parioli.

Nel 1995, quando è stata inaugurata, si riteneva che la moschea fosse sufficiente per capienza rispetto ai musulmani presenti, che all’inizio del duemila erano intorno alle 10-15 mila unità. In questi vent’anni tuttavia il panorama è molto cambiato, e i musulmani a Roma sono oggi appunto 120 mila, pari al 4% dei residenti della capitale.

La metà di questi oltre centomila musulmani si concentra in soli tre municipi (I, V e VI), motivo per cui la maggior parte dei circa 50 luoghi di culto – distribuiti tra sale preghiera e centri culturali islamici – si trova soprattutto in queste aree (ad esempio Torpignattara, Centocelle, Casilina), ben distanti dalla Grande Moschea.

Questi aspetti socio-demografici hanno prodotto nuove esigenze: i luoghi di culto islamici sorgono, in modo abbastanza intuitivo, nei quartieri e nelle zone dove ci sono più fedeli musulmani, che all’interno di questi luoghi hanno la possibilità di svolgere anche attività aggregative.

Fino a quando mancherà un’intesa ufficiale tra lo Stato e le comunità musulmane, che regoli anche aspetti architettonici e urbanistici dei luoghi di culto islamici in Italia (tra cui il rilascio delle necessarie autorizzazioni per la loro costruzione), la responsabilità sui luoghi di culto rimane comunale.

Come regolare i luoghi di culto islamici in Italia?

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Photo credit: PiuCulture – Migrazioni e Incontri a Roma on Visual Hunt / CC BY-NC-SA

Che fare quindi? Come va letto l’articolo 19 della Costituzione, che sancisce il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, in privato e in pubblico, alla luce di questa nuova Italia multietnica e multireligiosa?

La questione dei luoghi di culto è centrale per l’integrazione degli stranieri ma anche tra italiani, visto che molti concittadini professano confessioni religiose non regolate da intese con lo Stato. Per quanto riguarda l’Islam, le principali motivazioni con cui le autorità locali giustificano la contrarietà rispetto alla costruzione di luoghi di culto sono di natura tecnico-normativa o securitaria, basate sull’idea che le moschee siano luoghi a rischio radicalizzazione.

Questa motivazione è però smentita da numerose analisi sul fenomeno. Si citi per tutte quella del politologo Oliver Roy*, uno dei massimi esperti mondiali di questo fenomeno:

Il profilo tipico del radicalizzato è quello di un giovane di seconda generazione o convertito, spesso coinvolto in atti di criminalità comune, quasi sempre privo di un’educazione religiosa ma con alle spalle un rapido e recente percorso di conversione-riconversione sviluppatosi nella maggior parte dei casi non nel quadro di una moschea ma all’interno di un gruppo amicale o tramite internet.

Non servono quindi richiami indiscriminati alla chiusura tout court di tutti i luoghi di culto considerati irregolari. Riconoscere e regolare i luoghi di culto è anzi un antidoto ad eventuali forme di propaganda radicale.

Serve invece una nuova legge trasparente ed uguale per tutte le confessioni che tenga conto del pregresso, offrendo ai diversi centri/luoghi oggi irregolari per vari motivi – sicurezza, mancanza di parcheggi o adeguate vie di emergenza – di potersi mettere a norma, senza trasformare la questione in un problema di sicurezza nazionale, che rischia di produrre solo ulteriore confusione e attriti sociali.

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Nato a Trastevere, Roma, sociologo con un master in sistemi urbani multietnici, è studioso dei flussi migratori, ed è convinto che numeri e tabelle possano aiutare l'opinione pubblica a comprendere fenomeni complessi.

3 Comments

  1. No al pianto, alle guerre, al razzismo ma che regni la pace nel cuore dei popoli della Terra…detto questo: ognuno a casa sua!

    • “Ognuno a casa sua”: non è mai stato così, Salvatore, e per fortuna. E lo sappiamo bene noi, che siamo un popolo che ha fatto della migrazione una costante.

  2. Sta dicendo che gli italiani emigrati all’estero costituivano associazione radicali di chiese e luoghi di culto irregolari? Le risulta che nei luoghi di culto degli italiani all’estero, ci fossero stati indottrinamenti che hanno portato ad attacchi terroristici? Forse confonde una religione come sana filosofia di vita tra cui anche i mussulmani, da una religione che legittima qualsiasi cosa, soprattutto se un popolo vive in assoluta osservanza (o sudditanza) dei precetti religiosi. Chi si adegua alle regole della nazione che li ospita e non crea problemi è benvenuto, per gli altri, che non anteporranno nulla al loro credo… nasce un problema.

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