Il mercante di Damasco e il tempo sospeso

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mercante di Damasco


Jawad è un mercante di Damasco. Se ne sta in mezzo alle sue mercanzie, la sua vita. Lo sa bene che oggi, come ieri e domani, non giungeranno avventori al suo negozio.

Ci sono la guerra, la miseria e la fame. Non ci sono soldi; si muore per strada per andare a prendere l’acqua, per comprare poche cose, sfidando la propria quotidianità a sopravvivere tra gli orrori.

Jawad significa “colui che dà a piene mani“. Così faceva suo nonno, poi suo padre e adesso lui.

E se non ci fossero altre generazioni in questa bottega? Se la mia storia finisse con me?

Il mondo, là fuori, non sembra accorgersi del conflitto, il tempo è sospeso. Tutti i potenti della terra si dicono per la fine degli scontri, ma a Ginevra è difficile trovare un tavolo per sedersi a parlare di corridoi umanitari, figuriamoci accennare alla pace.

Quanti sfollati, quanti rifugiati e quanti morti per dire basta a questa guerra, a tutte le guerre? Tanti anni fa uno storico, Publio Cornelio Tacito, disse:

“Ne fecero un deserto e lo chiamarono pace”.

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Fotografare mi mette in comunicazione, in relazione con l’altro, a volte in modo discreto, quasi invisibile, a volte in modo diretto ma sempre sincero, autentico. In particolare i volti, gli sguardi di quotidianità vissute sono i soggetti che prediligo: mi fanno sentire parte attiva di questo mondo, di questa terra comune da difendere, da proteggere.

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