Razzismo in Francia: un male cronico

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Né l’opinione, né la legge possono cambiare la natura delle azioni: e se anche questa opinione fosse quella di tutti gli uomini e se il genere umano riunito avesse, con voce unanime, sostenuto questa legge, il crimine resterebbe sempre un crimine.

È con queste parole che Condorcet inizia la sua “riflessione sulla schiavitù dei negri e sull’ingiustizia della segregazione razziale”. Quello che doveva essere difeso quando il marchese ha pubblicato il suo opuscolo, potrebbe apparire oggi come un’evidenza. Eppure, una parte del “genere umano” discrimina ancora in base al colore della pelle, come ci dimostrano alcuni episodi volgari e nauseabondi di razzismo registrati negli ultimi mesi in Francia che hanno coinvolto, nel ruolo della vittima,  il ministro della Giustizia Christiane Taubira nell’indifferenza degli altri dirigenti politici colti di sorpresa dall’improvvisa violenza degli attacchi.

Quando, in Italia, il ministro Cecile Kyenge è stato oggetto di ingiurie a sfondo razzista, i francesi hanno guardato a questa infamia con distacco, certi di non avere più a che fare con simili barbarie. Ora questa illusione è svanita e le aggressioni verbali ai danni di Taubira hanno riportato alla luce i peggiori difetti del paese.

Christiane Taubira e gli insulti razzisti

Christiane Taubira non è straniera, è di nazionalità francese. Nata a Cayenne, ha una profonda conoscenza della cultura francese che apprezza. Tutto ciò non ha valore per coloro i quali hanno voluto denigrare il ministro. Per quest’ultimi Christiane Taubira è semplicemente il colore della sua pelle, nera e quindi diversa.

L’attacco subito dal ministro è la prova lampante dello sdoganamento delle espressioni razziste in Francia, derubiate a semplici opinioni. Anche se come insegnano Etienne Balibar e Immanuel Wallerstein “il razzismo non scompare mai dalla scena”, questo ci sorprende sempre. In questi giorni, quindi, un’unica domanda ossessiona i francesi: perché? Perché il razzismo ricompare all’improvviso ogni volta che si registrano periodi di difficoltà economica e sociale? Lo si crede sotterrato, scomparso, appartenente al passato, ma eccolo che riemerge all’improvviso.

Nel caso del ministro Taubira, alle parole si sono uniti i gesti quando, ad esempio, una ragazza di 12 anni ha sventolato una banana o quando, in occasione di alcune manifestazioni contro la legge istitutiva del matrimonio per tutti sono apparsi striscioni con la scritta “Taubira hai un cattivo odore”. Che dire poi del prete di Saint-Nicolas-du-Chardonnet che intonava allegramente “y’a bon Banania, y’a pas bon Taubira” o della pagina facebook di un militante del partito di Marine le Pen che mostra il ministro accanto ad una scimmia?

Un razzismo istituzionale?

@Francis Mariani
@Francis Mariani

Il razzismo e i pregiudizi legati al colore della pelle non sono esclusiva delle classi popolari e meno evolute della società. Senza risalire fino all’origine dell’ideologia razzista volta a legittimare la colonizzazione, la differenziazione su base etnica è oggi legittimata dal discorso delle classi dirigenti e da un vero e proprio razzismo istituzionale. Certo, la segregazione razziale è sanzionata dalla giustizia, tuttavia esistono forme molto più subdole, ma non meno pericolose di discriminazione che danno vita ad un vero e proprio razzismo culturale o ad un paradossale razzismo senza razze.

Che dire infatti di Nicolas Sarkozy che a Dakar disse che “l’Africano non è ancora entrato nella storia”? O di Jacques Chirac che ebbe il cattivo gusto di lamentarsi del rumore e dell’odore degli immigrati? Siamo in presenza di un atteggiamento razzista? Come giudicare poi le considerazioni circa il non assimilarsi alle istituzioni e ai nostri modelli culturali avanzate da Manuel Valls, esponente del Partito Socialista Francese?

A partire dagli anni settanta è cominciato un processo di etnicizzazione del discorso politico che ha portato a considerare la provenienza più importante della classe sociale di appartenenza e la polarizzazione del tema dell’immigrazione in un contesto di grave crisi economica ha fatto il gioco dell’estrema destra un tempo ignorata. Quando, la mattina della vigilia di natale del 1974, il presidente Valery Giscard d’Estaing decise di invitare a tavola per una colazione gli spazzini di via di Marigny, quel che rilevava era il ruolo sociale di quest’ultimi e non il fatto che questi venissero dal Mali. Tuttavia le cose cambiano e cambiano in fretta.

Solo sei anni dopo, nel 1980, è il sindaco comunista di Vitry, Paul Mercieca, ad impedire l’insediamento di trecento migranti del Mali e questa volta la decisione è presa solo sulla base di considerazioni etniche.

L’incapacità di risollevare la situazione economica del paese da parte dei governi socialisti e di destra ha del resto favorito la diffusione dei pregiudizi dell’estrema destra che, approfittando degli insuccessi altrui, ha potuto imporre quella considera la soluzione economica, sociale e culturale: la stigmatizzazione di tutto ciò che è considerato diverso e portatore di una cultura contraria all’identità nazionale.

Francia: repubblica e colonialismo, libertà e schiavitù

Il discorso repubblicano è inquinato da un’interpretazione sulla specie diffusa da una parte dell’estrema destra. La strumentalizzazione dell’unicità della nazione offre ai dirigenti del Fronte Nazionale l’occasione di porre l’uno contro l’altro creando una contrapposizione tra gli autoctoni e gli stranieri.

L’ossessione identitaria si è così imposta nello spazio pubblico, come testimonia l’inaugurazione da parte di Sarkozy di un dibattito ufficiale sul tema dell’identità nazionale. L’iniziativa si è presto trasformata in una celebrazione caricaturale di un nazionalismo basato su simboli, presunti valori fondamentali e antenati gallici.

Una celebrazione di bandiere, inni e principi cardinali che ha omesso di affrontare un vero e serio dibattito sul passato. Il presidente, così come il ministro dell’immigrazione e dell’identità nazionale, non volevano scottarsi le dita con temi roventi come il passato coloniale e la schiavitù. In realtà, non è possibile celebrare una parte della storia omettendo gli aspetti più bui, non è possibile parlare di libertà, uguaglianza e fraternità dimenticando che per più di due secoli la Francia ha praticato la tratta dei neri istituendo un sistema schiavista nelle colonie, istituendo un codice dell’indigenato.

Come ricorda Françoise Vergès, politologo francese, “non c’è una concezione della libertà senza la concezione della schiavitù, non c’è una concezione del cittadino senza quella dello schiavo, non c’è una concezione dell’universalità del diritto senza quella dell’eccezione a questa universalità” . Promosso cinque anni dopo il tristemente famoso articolo 4 della legge del febbraio 2005 sul ruolo della colonizzazione, il dibattito sull’identità nazionale ha soprattutto dimostrato come si possa fare un utilizzo politico della storia.

@Denna Jones
@Denna Jones

Il razzismo contro i bianchi e le sue trappole

Cinque erano anche gli anni che separavano l’inaugurazione di questa iniziativa dall’esplosione di violenza nelle banlieues de la République. Il passato coloniale non è stato totalmente assente dalle riflessioni. Nicolas Sarkozy si è rivolto alle popolazioni originarie delle antiche colonie ripetendo la solita antifona dell’integrazione e dell’assimilazione. Espressioni che hanno fatto trasparire il rifiuto e la paura di una Francia multiculturale.

In sostanza, ci si chiedeva non tanto che cosa sia essere francese, ma se si possa essere francese e musulmano, nero o di origine algerina. Strumentalizzato, questo falso dibattito ha finito col porre in primo luogo una definizione essenziale dell’identità francese e il rifiuto di una identità plurale. Venivano così espunte tutte le forme di alterità di coloro i qualche non amerebbero la Francia, coloro i quali hanno una cultura diversa, un’altra religione, quelle che indossano il burqa e coloro i quali osano sventolare una bandiera dell’Algeria lungo gli Champs Elysée o quelli che fischiano la Marseillaise in uno stadio pieno e sotto gli occhi del Presidente Chirac.

Trattare delle conseguenze del post-colonialismo senza fare lo sforzo di analizzare il colonialismo stesso porta ineluttabilmente verso un rovesciamento dei rapporti di forza. Nell’aprile del 2013, il procuratore del tribunale correzionale di Parigi ha chiesto 4 anni di carcere per un atto di razzismo ai danni di una persona appellata col termine “brutta bianca”. L’associazione Lega internazionale contro il razzismo (Licra) si è costituta parte civile sostenendo che questo dovesse essere considerato un caso di scuola. Tuttavia, la questione non è così semplice.

L’ideologia razzista è un prodotto dell’uomo bianco strumentale al dominio sullo schiavo nero. Il concetto di razzismo anti-bianco, apparso per la prima volta in Francia nel XIX secolo durante il periodo dell’abolizione della schiavitù, deve essere usato con tutte le precauzioni dettate dall’ambiguità del termine. L’estrema destra, per esempio, strumentalizza a proprio favore cercando di sostituire un razzismo con l’altro per poi poter affermare che i francesi non sono più a casa loro. Più che favorire una “concorrenza vittimistica”, come insegna lo storico Emanuel Debono, dove la sofferenza dell’uno è relativizzata da quella dell’altro, la sfida dovrebbe essere quella di fondare un nuovo umanesimo, per riprendere le parole di Frantz Fanon. Un umanesimo che ci permetta di tirar fuori il nero dalla sua nerezza e il bianco della sua bianchezza.

Diciamo forse solo delle cose di senso comune e si può essere accusati di avere delle idee chimeriche, ma per concludere come abbiamo iniziato, riprenderemo le parole di Condorcet: “niente è più comune che le massime dell’umanità e della giustizia; niente è più chimerico che proporre agli uomini di conformarne la loro condotta”. È quindi necessario ricordarselo, a volte.

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Laureato in comunicazione pubblica e politica in Francia, all’università Paris XII, ho studiato scienze politiche anche a Milano. Il mio passaggio in Italia è stato l’opportunità di confrontare la mia storia e la mia cultura a quelle di un altro paese a cui mi sono affezionato. In un certo senso, l’Italia mi ha fatto capire Rousseau. Qui, adesso, tocca a me parlare della Francia a voi Italiani. Per scambiare e condividere idee e, forse, aiutarvi a capire un po’ di più il vostro paese…

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