Fake news | Cosa sono, perché ci caschiamo e cosa possiamo fare12 min read

30 Dicembre 2019 Media Società -

Fake news | Cosa sono, perché ci caschiamo e cosa possiamo fare12 min read

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Anche noi di Le Nius siamo impegnati nella prevenzione e contrasto alla diffusione di fake news, con la nostra attività editoriale e con i nostri laboratori di educazione digitale nelle scuole, in cui insegniamo ai giovani come riconoscere le fake news e come utilizzare la rete come luogo di opportunità e partecipazione.

cosa sono le fake news

È iniziato in maniera innocua. Nessun uomo era stato mangiato da un pitone a Potenza (o era Pescara? O la provincia di Pavia?), ma può capitare che una vecchia leggenda metropolitana filtri tra tutte le notizie di cronaca che girano, no?

Poi sono iniziate le notizie su donne rom che rubano bambini, rifugiati nelle strutture d’accoglienza che esultano per attentati dell’Isis, attrici di Hollywood spacciate per parenti di politici italiani arricchite con il business dell’immigrazione.

Pur rimanendo di solito alla periferia dell’informazione mainstream, le fake news hanno invaso gli schermi di computer e smartphone di milioni di italiani, venendo lette, commentate e condivise sui social network.

Ad un certo punto del 2017 Direttanews.it, un anonimo sito di notizie trasformatosi in fabbrica della disinformazione, è arrivato ad avere più like e più condivisioni su Facebook di quotidiani come il Corriere della Sera, la Stampa e persino la Gazzetta dello Sport.

Da allora il tema è finito al centro di dibattiti ed editoriali, ed è diventato un’arma usata dai politici per screditarsi a vicenda. Ma cosa sono le fake news? E come mai sembrano così inarrestabili?

Cosa intendiamo per fake news

Come tutte le definizioni, anche quella di fake news è condannata ad essere l’oggetto di infinite discussioni, revisioni e precisazioni da parte di giornalisti, politici ed esperti di comunicazione. C’è però un sostanziale consenso su tre caratteristiche fondamentali che le distinguono dalle notizie “vere” e dagli altri contenuti che troviamo online.

La prima e più importante caratteristica è la loro mancanza di veridicità: gran parte di quelle che chiamiamo fake news sono notizie semplicemente e oggettivamente false, che riportano fatti mai successi o inventati di sana pianta.

I contorni tra cosa è vero e cosa è falso sono però a volte sfumati: le fake news possono riportare anche fatti realmente accaduti, ma cambiandone alcuni elementi, omettendone altri, o raccontandoli in modo parziale e non circostanziato. In questi casi più che la veridicità delle notizie a essere in dubbio è la loro obiettività e attendibilità.

A questo tentativo di piegare i fatti in una certa direzione si lega la seconda caratteristica distintiva delle fake news, che è la loro finalità disinformativa. Le fake news non sono semplicemente notizie sbagliate, inesatte o incomplete, ma sono create e diffuse appositamente per ingannare i lettori e indurli a trarre le conclusioni volute dall’autore o da chi le ha diffuse.

Nessuna di queste prime due caratteristiche rappresenta di per sé un fenomeno nuovo o inedito nel panorama dell’informazione. Da sempre la stampa ha diffuso notizie parziali, incomplete o a volte scorrette, per errori commessi in buona fede, superficialità dei giornalisti, scarso controllo delle redazioni, o per l’intento malevolo di qualche fonte.

E da sempre nel mondo dell’informazione, specie quella politica, ci sono attori che lavorano con intenti diversi dal portare alla luce fatti e informare i lettori. Il giornalismo di parte e la propaganda politica hanno una lunga e (in)gloriosa storia fatta di “veline”, depistaggi e macchine del fango.

Se le caratteristiche dei mezzi d’informazione tradizionali più o meno riescono a contenere la diffusione di notizie false e propaganda, quello che rende più insidiose le fake news che incontriamo online è la loro terza caratteristica distintiva: la loro viralità.

Ciò che ha reso pervasive e travolgenti le fake news è infatti la loro modalità orizzontale di diffusione sui social network, da un utente all’altro. Si tratta di una modalità incredibilmente efficace, che replica quello che siamo abituati a fare da anni con contenuti virali più innocui, come catene di Sant’Antonio, video di gattini, pubblicità divertenti, meme, challenge in cui gli utenti dei social si cimentano in qualche impresa bizzarra.

È mimetizzandosi in questo flusso continuo di contenuti che giornalmente visualizziamo e condividiamo che le fake news pubblicate da testate periferiche, piccole o addirittura fittizie (vi sarà capitato di incappare in qualche articolo de Il Giomale o del “Fatto Quotidaino) riescono a finire nei feed di milioni di persone, senza bisogno di avere i soldi e le risorse a disposizione delle testate più grandi e autorevoli.

Ma perché la gente ci casca?

fake news cosa sono
Foto: Julien Lecollinet

Leggendo alcune di queste fake news a volte si fa fatica a immaginare come si possa credere a queste notizie, tanto sono implausibili, semplicistiche, scritte male, con un tono e un’impaginazione chiaramente poco professionali.

Ovviamente non siamo diventati tutti improvvisamente ingenui e creduloni. Quello che è successo è che alcuni recenti cambiamenti nel modo di produrre e proporci le notizie hanno messo allo scoperto delle debolezze nel modo in cui noi lettori le consumiamo, creando il cortocircuito che chiamiamo fake news. Le fake news sono, potremmo dire, notizie facili per consumatori distratti.

Come sappiamo, negli ultimi 15 anni il mondo dell’informazione ha attraversato un cambiamento epocale, dai mezzi di comunicazione tradizionali (quotidiani, riviste, radio, tv) a internet e i social network.

A ben vedere c’è stato anche un altro cambiamento nel modo in cui le notizie ci arrivano, parallelo ma non completamente sovrapponibile a questo. Eravamo abituati a doverci procurare noi le notizie che ci interessavano, andando in edicola e comprando un giornale, accendendo la televisione per vedere il tg su un certo canale e a un determinato orario, oppure navigando su uno o più siti di informazione alla ricerca di quello che ci serviva.

Poi, gradualmente, non è stato più così. Una versione ridotta dei giornali ha iniziato ad essere offerta gratuitamente sui mezzi pubblici. Canali all-news e salotti televisivi (il cosiddetto infotainment) hanno diffuso e annacquato le notizie lungo la programmazione televisiva dell’intera giornata. Portali e siti internet generalisti si sono popolati di notizie di ogni tipo, generalmente di seconda mano, frutto di selvaggi copia-e-incolla da lanci di agenzia o altri siti da parte di qualche stagista sottopagato in qualche oscura redazione.

Infine i social network sono stati inondati di questo tipo di contenuti, condivisi da nostri amici, parenti, conoscenti o perfetti sconosciuti che per qualche motivo sono finiti nella nostra bacheca Facebook.

Secondo un’indagine Censis del 2017 anche se i telegiornali resistono come fonte d’informazione maggiormente utilizzata dagli italiani (il 60,6% afferma di guardarli), la seconda fonte d’informazione più usata è proprio Facebook (35%), che stacca nettamente i giornali radio (22,4%), i canali tv all-news (20,2%) e i poveri, derelitti, giornali cartacei (14,2%).

Questa tendenza è ancora più accentuata tra i più giovani: in un’indagine Demopolis del 2019 il 63% degli under 30 afferma di informarsi tramite i social network, sostanzialmente affiancando tg e programmi televisivi d’informazione (66%).

Cambiando il modo in cui riceviamo le notizie, è cambiato il modo in cui le consumiamo, ovvero quello che concretamente facciamo quando ci informiamo. Informarsi è diventato semplice, comodo, e questa facilità di accesso ci ha permesso di svolgere questa attività quasi passivamente, nei ritagli di tempo in ufficio o tra una fermata della metropolitana e l’altra, in modo più svogliato e superficiale di prima.

Questa comodità ha finito per condizionare anche la quantità di risorse cognitive (attenzione, concentrazione, ragionamento critico) che siamo disposti a dedicare all’attività di informarci. Diventa perciò più facile commettere errori di giudizio, prendere per buoni nessi logici che così solidi non sono, o al contrario diventa più difficile cogliere elementi di debolezza o in una notizia e farsi venire dubbi sulla sua attendibilità.

Diverse ricerche hanno dimostrato che questo tipo di condizioni favorisce la tendenza a credere alle fake news, e che non necessariamente le persone che abboccano a bufale e notizie false sono meno intelligenti e meno abili cognitivamente di quelle che le riconoscono.

Una volta diffuse, è dura smentire le fake news

Il basso livello di coinvolgimento e impegno cognitivo sono alla base anche di un altro problema frequentemente riscontrato nel caso delle fake news, cioè la difficoltà di smentirle una volta diffuse.

Le informazioni infatti, per quanto immateriali, hanno un peso in termini di carico mentale necessario a elaborarle, e una volta registrate e archiviate nella nostra memoria (vere o false che siano) tendiamo a essere riluttanti a riaprire la pratica e modificare le nostre convinzioni.

Una ricerca americana ha mostrato proprio questo effetto nel caso dell’informazione politica: le persone esposte a una menzogna su un candidato fanno fatica a cambiare idea dopo che l’informazione iniziale viene rettificata, mantenendo un’impressione in parte negativa del candidato.

Questo rende difficile combattere le fake news con il fact-checking, perché sono poche le persone disposte a fare uno sforzo cognitivo in più. E, certo, anche il modo di porsi saccente e accusatorio di alcuni fact-checker non aiuta.

Altre (dis)funzioni delle notizie online

C’è poi un’altra questione che raramente viene affrontata quando si parla di fake news, ed è il fatto che usiamo le notizie non solo per informarci, ma anche per fare una serie di altre cose, come informare a nostra volta altre persone, discutere con loro su come interpretare un fatto, modificare o consolidare la nostra posizione su un tema o un argomento e comunicare questa posizione agli altri.

Sono cose che abbiamo sempre fatto, ma che ora facciamo in modo più veloce, più frequente e più immediato, e quindi, di nuovo, meno consapevole. Non a caso le fake news si prestano particolarmente bene per svolgere queste funzioni collaterali, più che per informare, e usano titoli sensazionalistici, con parole forti e richiami emotivi, del tipo “il video che ha commosso il web” o “Tizio DISTRUGGE Caio”. Si tratta di fatti, o presunti tali, che confermano stereotipi e luoghi comuni, dando voce e sostanza a quello che molti lettori hanno sempre pensato ma non hanno mai avuto modo di vedere scritto nero su bianco.

Alcune ricerche (questa, ad esempio) hanno cercato di misurare empiricamente questo effetto, confrontando la diffusione su Twitter di messaggi “neutri” o con una connotazione emotiva, in particolare facente riferimento alla sfera morale (cioè messaggi che contenevano parole come “vergogna”, “disgustoso/a”, “violento/a”).

I tweet contenenti termini morali-emotivi hanno una probabilità di essere ritwittati tra il 17 e il 24% più alta degli altri, soprattutto all’interno del bacino ideologico a cui si rivolgono. Le fake news si diffondono proprio tramite questo meccanismo, fornendo ai lettori qualcosa di cui scandalizzarsi, con cui darsi ragione a vicenda con i propri amici e atteggiarsi a smascheratori di oscuri complotti, anche se non sono mai esistiti.

Come uscirne, quindi?

fake news
Foto: Ivan Rigamonti

La situazione quindi è piuttosto grave. Le fake news sono confezionate in maniera ideale per sfruttare le debolezze del sistema informativo, i nostri punti ciechi sul versante cognitivo e i nostri non sempre onorevoli istinti sul versante sociale.

Il fact-checking difficilmente può arginare la loro diffusione, e gli strumenti tecnologici e giuridici che sono stati proposti per affrontare la questione dipendono dalla scarsa, scarsissima, collaborazione delle piattaforme sulle quali le fake news viaggiano sostanzialmente indisturbate.

Non tutto è perduto, però. Se nulla si muove sul fronte di chi diffonde le notizie (o addirittura si registrano dei passi indietro), qualche speranza può venire da chi le notizie le produce e chi le notizie le consuma, ovvero noi.

Dal lato dell’offerta informativa, vale la pena seguire i tentativi in corso di ritrovare uno spazio e un ruolo per il giornalismo nel disastrato panorama comunicativo attuale. A differenza di quotidiani e televisioni, che sembrano sempre un passo indietro su questo fronte, altre realtà più piccole hanno provato a esplorare ambiti nuovi dove creare informazione e soprattutto dove ricostruire un rapporto di fiducia con i lettori.

È il caso delle esperienze di giornalismo partecipativo, che cercano di mettere in comunicazione giornalisti, redattori e lettori, superando la relazione reciprocamente predatoria (io ti offro pezzi acchiappaclick, tu li leggi gratis e velocemente) che ha contribuito alla deriva delle fake news.

Anche dal lato dei lettori ci sarebbe molto da lavorare. Un problema è certamente la scarsa alfabetizzazione informatica di chi consuma notizie online: la maggior parte delle persone sa usare solo poche semplici funzioni dei propri pc, tablet e smartphone, e solo una minoranza ha qualche rudimentale nozione di come funzionano questi strumenti (non si spiegherebbe altrimenti come mai uno dei cinque termini più cercati su Google è… Google).

Che fare quindi? Senza immaginare costosi programmi di alfabetizzazione informatica di milioni di persone, c’è una cosa che possiamo fare: ottimizzare le nostre risorse cognitive, specie quando si tratta di far fronte a informazioni e contesti sociali ambigui e incerti, come sono diventati i social network e il panorama dell’informazione online.

La maggior parte di noi è in grado di capire quando un amico o il partner gli sta raccontando una bugia o gli sta nascondendo qualcosa. Abbiamo la capacità intuitiva di cogliere segnali, come il tono di voce, la direzione dello sguardo, la forma e il numero di argomenti usati, che ci suggeriscono che qualcosa non va, senza bisogno di macchine della verità o addestramenti speciali.

Questa capacità dipende dai processi di ragionamento euristico che ci aiutano a muoverci in situazioni complesse utilizzando poche e semplici informazioni a nostra disposizione. Ragioniamo euristicamente quando guidiamo un’auto, quando facciamo la spesa o prendiamo molti altri tipi di decisioni, e lo facciamo di solito in modo abbastanza efficace.

Alcuni studi (come questo) hanno addirittura dimostrato che certe decisioni di tipo medico e finanziario possono essere prese più efficientemente (cioè ottimizzando i risultati e facendo meno errori) in modo euristico che basandosi sull’analisi di grandi moli di dati.

Forse una soluzione al problema delle fake news potrebbe venire da qui, più che dal fact-checking o dallo sviluppo di nuovi algoritmi nei datacenter di Facebook o di Google. Si tratta di capire come applicare alle nostre nuove abitudini informative i potenti ma un po’ zoppicanti algoritmi che già abbiamo in testa.

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Mauro Bertolotti

Psicologo sociale, ovvero il tipo di psicologo che preferisce avere a che fare con i questionari che con le persone. Per lavoro scrive cose serissime su argomenti che a volte fanno ridere. Per Le Nius scrive cose che fanno ridere su argomenti a volte seri. mauro@lenius.it
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