Europa: perché sì?

di
europa-perché sì
@NIAID

Europa, ma perché?

Questo è il commento che una lettrice ha posto a margine di un mio recente articolo (Unione Europea in 5 minuti). Io descrivevo il come, ma lei vuole il succo, il senso, il significato.

Lei ha posto la domanda jackpot che fa saltare il banco, la migliore. Questa domanda mi ha seguito in questi giorni in un viaggio fuori dall’Europa e voglio ringraziare quella lettrice per questa compagna di viaggio gentile ma esigente. Ora rispondo.

Non è che faccio un tentativo. Dò la risposta. Informata, ritengo. Competente, mi auguro. È mia, storicamente obiettiva quanto visceralmente soggettiva. Però non c’è tifo. Ci sono solo degli uomini.

Arrivando all’Immigration Centre di Ellis Island si incontra la Statua della Libertà che guarda a oriente verso il vecchio mondo. Da laggiù arrivavano navi stracariche di esseri umani che volevano una sola cosa: diventare immigrati, da emigranti che erano. Nello specifico, diventare americani. Tra la fine dell’800 e per buona parte del ‘900 sono arrivati a milioni.

Prima i tedeschi. Poi gli irlandesi. Gli svedesi. I norvegesi. I danesi. Più tardi i greci, i polacchi, gli ungheresi. Moltitudini di italiani. Se il flusso diminuiva, ricominciava poi in concomitanza delle guerre, anche mondiali, che esplodevano in Europa.

C’era gente andata per restare e gente andata per mettere via qualche soldo e tornare. Ceto medio così come valige di cartone si imbarcavano, ognuno nella sua classe di appartenenza, per cercare un mondo senza classi. Tutti con una stessa provenienza, l’Europa. Tutti con una stessa destinazione, l’America.

Attraversando la baia, guardando nella direzione in cui guarda la Statua della Libertà, sembra di sentire il rumore di una di quelle navi zeppe di persone farsi silenzio, al primo avvistamento della signora con la fiaccola e lo sguardo nell’orizzonte. Tutti sul ponte a muso in sù, ad annusare l’aria per sentire odore di terra e di mondo nuovo. Naso all’insù e tonnellate di emozioni, groppi in gola, nostalgia, terrore, buoni propositi, cattivi propositi, qualche speranza.

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@Avram Iancu

Ancora oggi, se New York corre e strepita elettrizzante, la baia è silenziosa, sognante. Poi tutti nel centro di ammissione e smistamento. I registri recano le generalità di chiunque sia passato da quelle porte. Se ammessi, via verso la destinazione a spargersi come un soffio di spore dalla costa est degli Stati Uniti fino alla California.

Vite che ricominciavano dal nulla. Tutte diverse. Ognuna unica e irripetibile. Ma tutte uguali nei bisogni, nelle paure e nelle speranze. E tutte uguali nella fuga dal mostro, l’Europa. Da qualche tipo di oppressione, che fosse la miseria, la mancanza di libertà, la schiavitù del latifondo su cui ti spezzi la schiena ma mai sarà tuo, l’intolleranza religiosa, le persecuzioni etniche. Tutte in fuga da imperi autoritari e aristocrazie che nella migliore delle ipotesi si trasformavano in oligarchie industriali.

Tutti in fuga da Stati sovrani ancora medievali e nazionalismi, guerre fra vicini di casa per imporre una lingua, spostare e rispostare un futile confine. Affermare, riaffermare e negare una sovranità, una superiorità, vendicare una guerra di cent’anni con quella dei trent’anni, poi scardinare tutto per poi restaurare i precedenti tiranni.

Tutti in fuga dalla totale, endemica, granitica privazione della libertà di migliorare in qualche modo la propria vita. Tutti in fuga dal vuoto dei diritti. Quando si immaginano quelle navi, quando si vedono nelle foto, si capisce plasticamente quanto deve essere insostenibile ciò che lasci, anche quando lo chiami “casa”, se rischi tutto per andare dove non sai quello che trovi. Ed ecco la risposta alla domanda. La risposta è negli uomini.

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I milioni di persone che fuggivano dall’Europa erano tutti diversi per lingua, etnia, geografia, storia, ma tutti uguali per necessità, aspettative, speranze. Tutti diversi nelle loro patrie di origine, ma saliti sulla nave, erano tutti uguali. Uomini in fuga dalle privazioni e in cerca di diritti. Salivano europei, scendevano americani.

Come poi il “sogno americano” abbia prodotto anche orribili mostri, è cosa nota. Come la storia dell’integrazione dell’Unione Europea sia incoerente, fatto di slanci e battute di arresto, ugualmente è fatto notorio.

Potrei elencare gli enormi vantaggi portati da un diritto europeo, che impone (sì, impone) agli Stati membri il rispetto dei diritti della persona. Potrei spiegare che l’Unione europea dà opportunità di lavoro, assicura standard di sanità, qualità dei prodotti, produce fondi per lo sviluppo, dichiara illegittime leggi nazionali anti-umane e discriminatorie, richiede che gli Stati abbiano politiche economiche che non ammassino debiti infiniti sulle prossime generazioni e via dicendo.

Potrei saettare contro politicanti leghistoidi di ogni latitudine cialtroni e bugiardi che temono l’Europa perché li costringerà a cercarsi un lavoro invece di blaterare idiozie. Potrei citare un bel libro di qualche anno fa, Il sogno europeo, in cui Jeremy Rifkin descrive il progetto europeo di economia sociale di mercato, contrapposto al turbo-capitalismo americano. Potrei elencare mille virtù e qualche vizio.

Ne scrivo in ogni articolo. Ma non servirebbe a nulla se mancasse l’essenziale. E l’essenziale è la risposta al perché. E la risposta al perché sono gli uomini. I milioni di persone che fuggivano dall’Europa, tutti diversi, tutti uguali. Basta guardare quei volti nelle foto. Identici. Come sono identiche le canzoni di chi partiva, Galway bay degli irlandesi che salutano l’ultima vista del loro Paese prendendo l’oceano, così come Santa Lucia dei napoletani che vedevano il monastero come ultimo pezzo di terra propria prima di entrare nel mare alto.

Tutti spossati dal dolore, ma tutti ugualmente in viaggio. La risposta sono gli uomini, uguali in questo pezzo di terra come altrove, per desiderio di libertà e diritti, per paura e speranze. Le residue diversità, sono opportunità.

Le risorse di una terra e dei suoi popoli, vanno sfruttate insieme, secondo regole comuni per il bene comune, o sarà sempre guerra. Ecco perché l’Europa unita, allora e ancora oggi: perché non è necessario salire su una nave in fuga dall’oppressione e dalla miseria per rendersi conto che si è uguali. Per capire che si necessita delle stesse cose e che si possono ottenere solo insieme. Tutti differenti, ma tutti uguali nei diritti. Di circolazione, di studio, si salute, di stabilimento. Diritti identici in ogni Paese dell’Unione per ogni cittadino dell’Unione.

Ecco perché l’Unione Europea, pur con le sue falle, è il più mirabile esempio di integrazione democratica in tutta la storia: popoli differenti uniti attorno a una sola cosa, intoccabile, i diritti. Ecco perché va criticata anche aspramente se perde la bussola da questo principio cardine verso i propri cittadini e verso chi preme ai suoi confini in cerca di ciò che essa offre. Ecco perché, allo stesso modo, lo scetticismo idiota è il buio della ragione, l’insulto della memoria e il putridume di una coscienza.

La madre di mia nonna si è imbarcata a 19 anni su una di quelle navi, ad Amburgo, con passaporto dell’impero Austro-Ungarico (ai tempi il Trentino stava di là da quell’ennesimo confine). È arrivata americana a Ellis Island. Anni più tardi è tornata a casa sua, questa volta italiana. Quanti confini. Quante fughe. Il mio passaporto reca scritto Unione Europea, e così quello di ogni altro cittadino austriaco o italiano. Sono certo che se qualcuno l’avesse visto, a bordo di una di quelle navi, gli sarebbe sembrata una cosa ovvia. E da tenere stretta.

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1 Comment

  1. Bell’articolo. Sarebbe da divulgare anche in grecia. Ne hanno bisogno. Abbiamo tutti un po’ bisogno di ricordare che cosa è l’Europa. Non un continuo esercizio di prevaricazione, ciniche crisi e abbandoni sociali di interi popoli. L’Europa è soprattutto quello che dici tu ma se va avanti così, pochi se lo ricorderanno.
    Grazie

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