Europa, BCE e Germania: come fare un’omelette senza rompere le uova?

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@European Parliament

Fare l’Europa unita è come fare un’omelette senza rompere le uova. Nessun testo di politologia, storia dell’integrazione europea o del Diritto dell’Unione Europea dovrebbe iniziare senza questa sentenza apocrifa scolpita sul frontespizio. Tutti vogliono stare insieme, in pace e in prosperità, ma se per fare ciò bisogna cedere qualcosa, allora forse non lo vogliono più. È la storia dell’Europa. Oggi, tanto per cambiare, siamo a una svolta.

Questa settimana sono accaduti due fatti storicamente rilevanti che aiutano a capire le spinte opposte presenti nell’Unione e il formidabile attrito che generano: la pubblicazione del Parere della Banca Centrale Europea sul pilastro dell’Unione Bancaria SRM (Sistema Unico di Risoluzione delle Crisi Bancarie) e la formazione del patto coalizione in Germania. Due treni alta velocità lanciati l’uno contro l’altro.

Europa sì: Unione Bancaria, Mario Draghi e la Bce

“è essenziale che non indietreggiamo in prospettive puramente nazionali, con una corta visione dei nostri interessi. Dobbiamo conservare una prospettiva europea e difendere i nostri interessi comuni”. Così ha detto lunedì 22 novembre a Francoforte il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Proprio mentre si alza la voce delle critiche all’Unione Europea, mentre l’austerità miete vittime e gli Stati membri si ripiegano su loro stessi, la spinta più forte a riprendere il cammino unitario viene dalla BCE, la Banca Centrale Europea.

È proprio grazie al suo operare, infatti, che al riparo dai riflettori tra i Paesi dell’Eurozona si sta realizzando l’Unione Bancaria, il più decisivo trasferimento di sovranità dalla creazione della moneta unica. Con esso, prende forma l’Europa di domani. Il documento più coraggioso che definisce il ritmo di questo cammino è di pochi giorni fa e porta esplicitamente la firma di Mario Draghi. Il testo datato 6 novembre, meramente intitolato Parere della Banca Centrale Europea, ha come oggetto il meccanismo per la risoluzione delle crisi bancarie: uno dei tre pilastri, insieme a un sistema unico di vigilanza sulle banche e a un sistema di protezione del risparmio, dell’Unione bancaria europea. L’autorità che avrà il mandato di gestire le crisi delle banche dovrà essere forte e indipendente, in grado di agire nel giro di poche ore, dotata di mezzi finanziari anticipatamente forniti dallo stesso sistema bancario ma con una garanzia di ultima istanza prestata dai singoli Stati membri.

Alla nuova disciplina dovranno essere soggette tutte le banche dei Paesi della zona euro. Non solo, dunque, quelle di maggiori dimensioni, too big to fail, ma anche quelle più piccole (tema, quest’ultimo, inviso al sistema di Sparkassen – casse di risparmio – e Landesbanken – banche regionali – che sta al cuore dell’equilibrio della società e della politica in Germania). Il Parere ha, tuttavia, portata ben maggiore del tema specifico a cui inerisce. Richiedere per la risoluzione delle crisi bancarie un’autorità indipendente, che agisca nell’interesse esclusivo dell’Unione senza accettare istruzioni dagli Stati (lo stesso vale già per la Commissione europea e per la BCE), equivale a porre un fondamentale mattone alla costruzione di un’Unione dotata di una sovranità propria e sempre più marcata.

Ci saranno battute d’arresto e compromessi nei negoziati frenetici proprio in questi giorni in corso a Bruxelles. Ma l’Unione Bancaria, alla fine, verrà. Se si considera l’importanza che l’accesso al credito e la tutela del risparmio e degli investimenti hanno nella vita delle famiglie e delle imprese, se ne coglie la portata storica. Se, inoltre, si valuta il fatto che il sistema varrà solo per i soli Paesi che adottano l’Euro (con la Lettonia il prossimo 1° gennaio, saranno 18), si comprende che l’Unione bancaria costituirà, all’interno dell’UE, un circolo più ristretto di Stati – e dunque di popoli – che avranno scelto di condividere una parte ancora più importante della propria esistenza.

Ironicamente, il driver di questa spinta unitaria vero una nuova tappa dell’integrazione europea sarà proprio quel mercato unico che il Regno Unito ha sempre invocato come la sola ragione della propria partecipazione all’UE e come il limite invalicabile da porre alle competenze attribuite alla stessa. Le esistenti regole sul mercato unico – senza necessità di modifica dei Trattati – offriranno infatti la base giuridica, con decisioni da assumersi a maggioranza qualificata e quindi senza possibilità di veto, per un salto verso un’Europa più unita, dalla quale proprio il Regno Unito sembra volere sfilarsi.

@European Parliament

Germania: la grande coalizione e l’euroscetticismo

Se, tuttavia, si è ormai abituati a sentire voci euroscettiche provenire dalla sponda insulare della Manica, sorprende di più udirne l’eco anche nella Germania motore e gendarme dell’Unione. Proprio pochi giorni dopo le parole di Draghi, il 27 novembre, l’Europa degli Stati – uguale e contraria all’Unione Europea – sembra poter contare su un nuovo illustre iscritto al club, portandoci al secondo elemento in esame, alla seconda forza in campo: il patto costitutivo della grande coalizione in Germania.

Giunto finalmente a sbloccare oltre sei mesi di paralisi della vita europea (tra campagna elettorale, voto e formazione della coalizione), il patto annuncia candidamente come cardine del programma l’imposizione di un pedaggio sulle autostrade tedesche applicabile ai soli stranieri che le percorrono. Misura discriminatoria, che certamente verrà bocciata da Bruxelles. Ma il fatto stesso che sia stata concepita, in barba al mercato unico e ai suoi principi di libera circolazione delle persone, dei capitali, delle merci e dei servizi, è indice preoccupante di come oggi Berlino guarda alle proprie responsabilità europee. Se a ciò si aggiungono i nuovi risibili standard ecologici per l’auto imposti dall’industria automobilistica tedesca come regola per tutta la UE e il bilancio pluriennale UE ridotto è innegabile percepire uno strisciante disimpegno tedesco in Europa. Anche in tema di Unione Bancaria la Germania pone resistenze, ma almeno in questo campo, in virtù della base giuridica a tutela del mercato unico già presente nei Trattati, saranno vinte.

La cronaca di queste ore accumula dunque nuovi segnali di sgretolamento dell’edificio europeo, eroso nelle sue fondamenta da egoismi nazionali e logiche di arroccamento. In Germania, Olanda, Regno Unito e Paesi nordici in generale, i ricchi intendono ripiegarsi su loro stessi e chiudere il recinto, nel timore che i buoi scappino. Cameron intende annunciare futura libertà di movimento “ponderata” per gli immigrati UE – non extra-comunitari. Contestualmente si assiste a una corsa contro il tempo a fari spenti, guidata dalla BCE, per l’adozione dell’Unione Bancaria entro la legislatura europea. Lo scontro è epocale.

Proprio perché è giusto considerare che queste grida antieuropee sono in parte fondate e muovono da disagi concreti e pressanti, è assolutamente necessario augurarsi che la spinta della BCE trovi traduzione tempestiva in normative emanate da Bruxelles. È vitale mostrare che in ciò risiede una prima, concreta, risposta ai problemi, o a parte di essi almeno. L’introduzione di questo presidio all’unità dell’Europa, l’Unione Bancaria, potrà – nell’immediato – arginare le spinte centrifughe e gli egoismi nazionali che oggi possono sembrare una buona idea, ma il cui risultato disastroso in termini culturali, economici e sociali si paleserebbe in futuro in tutta la sua desolazione.

L’Europa non può fare passi in avanti senza che gli Stati membri la nutrano con strumenti adatti. Chi può fare la famosa omelette senza che si rompano le uova? Per ora, le istituzioni già create con i Trattati stanno provando a tracciare la via, in particolare la BCE, ma una lotta fra contenitore (Europa) e contenuto (Stati membri) è suicida. Di una cosa si può essere certi: se sarà superato l’ostacolo e creato un sistema funzionante, saranno in molti a voler salire sul carro vincente, Germania compresa. Come è sempre deprecabilmente accaduto. Questa volta però – amaro paradosso – sembra più che altro una speranza.

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