Cosa succede in Egitto? | La repressione del regime di Al Sisi e le scelte del governo italiano

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6 giugno 2015

Dopo l’ondata rivoluzionaria portata dalla primavera araba nel 2011, l’Egitto ha faticato a trovare un nuovo equilibrio politico: da Mubarak a Morsi, dal golpe militare alla presidenza di Abd al-Fattah al-Sisi. Ripercorriamo brevemente le tappe fondamentali dalla caduta del dittatore egiziano ad oggi per cercare di capire meglio cosa sta accadendo oggi nel paese delle Piramidi.

Da Mubarak ad oggi

L’11 Febbraio 2011 Hosni Mubarak rassegna le proprie dimissioni dalla carica di Presidente della Repubblica, dopo aver governato il Paese da dittatore per trent’anni. Si insedia, così, alla guida del Paese il Consiglio supremo delle forze armate presieduto dal militare Mohammed Hoseyn Tantawi, che si assume l’incarico di traghettare il Paese verso la democrazia. A tale scopo, vengono proposti ed approvati tramite referendum emendamenti costituzionali per favorire la democratizzazione del Paese. A vincere le successive elezioni del 2012 è il partito Fratelli Musulmani che, per la sua natura radicale, non è ben visto né dai vicini Stati Arabi laici né tanto meno da Occidente ed Israele. Il loro candidato Mohamed Morsi viene eletto Presidente dell’Egitto il 24 Giugno e manifesta fin da subito l’intento di ricostruire il Paese su forti basi religiose, ispirandosi alla Legge del Corano. Durante l’anno rimasto in carica, Morsi cerca di concentrare su di sé buona parte del potere giudiziario e si dimostra incapace di gestire la forte crisi economica dovuta soprattutto dal crollo del turismo. Per questi motivi ma soprattutto per volontà dei militari, viene destituito con un colpo di Stato il 3 luglio 2013. Al suo posto si insedia il comandante delle Forze armate egiziane, il generale Abd al-Fattah al-Sisi. I Fratelli Musulmani vengono messi fuorilegge e vengono represse in maniera violenta tutte le manifestazioni o le iniziative in favore del Presidente deposto. Le proteste porteranno numerosi arresti e le successive condanne a morte dei dirigenti di Fratelli Musulmani, Morsi incluso. Durante la gestione dei militari viene approvata una nuova Costituzione al fine di reprimere le correnti islamiche dell’opposizione e garantire la laicità delle istituzioni. Nel 2014 Al Sisi si presenta come candidato indipendente alle elezioni presidenziali. Viene eletto Presidente dell’Egitto col un risultato plebiscitario del 96,91%.

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Cosa succede in Egitto?

Politica interna

L’ex-militare si presenta come promotore dell’integrazione delle diverse culture e religioni che sono presenti nel Paese. Sta cercando di affrontare la crisi economica e promuovendo una completa laicizzazione delle istituzioni. Sono forti però le denunce sulla mancata tutela dei diritti umani e la violazione delle più elementari regole democratiche da parte dell’amministrazione di Al Sisi. La comunità internazionale ha infatti aspramente criticato la decisione di applicare la pena di morte contro gli oppositori politici legati all’ex-dittatore Mubarak e ai fedeli di Fratelli Musulmani. Inoltre, secondo molti osservatori le disposizioni sulla legge elettorale volute da Al Sisi durante il suo primo incarico di transizione e la limitazione della libertà di stampa (a suo dire per contrastare l’arruolamento dei militanti fondamentalisti), hanno riportato l’Egitto verso un autoritarismo de facto molto vicino a quello di Mubarak. Nella sua lotta contro l’islamizzazione dello Stato, l’attuale Presidente ha eliminato dalla scena politica quelli che erano i suoi principali avversari (basti pensare alla condanna a morte del deposto Morsi), lasciando l’opposizione senza alcun leader. Malgrado l’evidente mancanza di democrazia nel paese, come denunciato da esponenti importanti del mondo della cultura egiziana, la comunità internazionale si è limitata ad ammonire Al Sisi poiché ritenuto un governo amico e per le posizioni apertamente anti-fondamentalismo islamico, che rappresentano una “garanzia” per l’occidente nei delicati equilibri del Medio-Oriente.

Politica estera e rapporti internazionali

Sul fronte esteri, l’amministrazione di Al Sisi presenta alcuni elementi di discontinuità rispetto al passato. Anche dopo la caduta di Mubarak, i Presidenti di transizione e lo stesso Morsi hanno mantenuto buoni rapporti con l’occidente consci del ruolo delicato dell’Egitto negli equilibri in Medio-Oriente e della propria debolezza rispetto alle pressioni americane. Il nuovo Presidente invece ha scelto di congelare i rapporti con l’America, trovando un nuovo interlocutore nella Russia di Putin. Malgrado questo spostamento verso oriente, molte posizioni di al-Sisi rimangono in linea con quelli che sono gli interessi occidentali (sopratutto americani) legati al Medio-Oriente. La ritrovata laicità delle istituzioni e il sentimento anti-fondamentalista del suo Presidente, hanno portato l’Egitto in prima linea nella lotta all’Isis: nei mesi passati, le forze egiziane sono state le prime cercare di limitare l’espansione dello Stato Islamico in Libia attraverso numerosi interventi di terra e Al Sisi in prima persona ha chiesto un intervento dell’Onu per trovare una soluzione corale con le forze estere. È evidente che al di là delle dichiarazioni, l’Egitto ha molto interessi nello scenario libico e non ha intenzione di stare a guardare che succede. Per quanto riguarda Israele e Palestina le posizioni del Presidente egiziano non sono in contrasto con quelli dei governi occidentali: la condanna di Hamas è chiaramente legata alla vicinanza del movimento ai Fratelli musulmani, da cui nasce. La preoccupazione della giunta per il destino incerto del popolo palestinese rimane a parole, vista la chiusura delle frontiere e l’accerchiamento di Gaza, a cui l’Egitto contribuisce. La priorità di Al Sisi è quella di mantenere buoni rapporti con Israele. Dal punto di vista della comunità internazionale, il nuovo ras egiziano non rappresenta quindi un pericolo per gli equilibri del Medio-Oriente e potrebbe diventare una risorsa preziosa per mantenere la stabilità della regione. Di quello che succede dentro il Paese e della democrazia, ai cosiddetti governi occidentali, importa poco: se sono governi “amici” basta voltarsi dall’altra parte.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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