Come sta andando con il coronavirus in Africa?

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L’Africa sembra per il momento non essere particolarmente colpita dal coronavirus. Ciò nonostante, se il covid-19 iniziasse a diffondersi massivamente anche sul continente africano, le conseguenze potrebbero essere disastrose.

Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) annunciano da mesi, più o meno da quando il coronavirus ha iniziato a propagarsi nel mondo, la possibilità di un’ondata di casi di covid-19 sul continente africano, dove la povertà ma soprattutto la carenza di infrastrutture sanitarie fanno temere il peggio. Lo scenario individuato dall’OMS per l’Africa, nel caso l’epidemia di coronavirus dovesse dilagare, sembra essere catastrofico.

Per ora però, l’Africa è il continente in cui si registrano meno casi di coronavirus. Come mai? Che conseguenze potrebbe avere una diffusione su larga scala del coronavirus in Africa?

Word Bank Photo - Henitsoa Rafalia, Madagascar
Word Bank Photo – Henitsoa Rafalia, Madagascar

Coronavirus in Africa: perché così pochi contagi?

Secondo i dati aggiornati al 21 maggio, i casi di coronavirus in Africa sono 95 mila, e i morti circa tremila. I paesi con il maggior numero di casi sono Sud Africa (18 mila), Egitto (14 mila), Algeria (7,5 mila), Marocco (7 mila), seguiti da Nigeria e Ghana.

Oceania esclusa, si tratta del continente meno colpito dal pianeta: pensate che i casi di covid-19 sono 2,2 milioni in America; 1,8 milioni in Europa; 850 mila in Asia. Come mai l’Africa con il suo miliardo e duecentomila abitanti sembra per il momento essere risparmiata dall’epidemia di coronavirus che dilaga invece in tutto il resto del mondo?

Pochi test

Prima ragione: il basso numero di test e la conseguente mancanza di dati precisi falsificano in parte il bilancio. Questo è vero ovunque, è un dibattito che sentiamo spesso anche in Italia, tuttavia in Africa sembra essere più vero che da altre parti.

Tuttavia, va riportato quanto dichiarato da John Nkengasong, direttore del Centro Africano del controllo e della prevenzione delle malattie (AfricaCDC), che ammette che le statistiche riguardanti il coronavirus in Africa sono imprecise, ma esclude categoricamente che ci siano molti più casi di quelli recensiti, poiché gli ospedali non sono in alcun modo invasi da persone con i sintomi del covid-19. Ci sono altri fattori che possono aiutarci a capire qualcosa in più di questa momentanea eccezionalità africana.

Politiche pubbliche preventive

L’epidemia di Covid-19 è arrivata in Africa qualche settimana dopo la sua esplosione in Europa, e dopo circa due mesi dai primi casi recensiti in Cina. Questa situazione ha permesso a molti governi africani di adottare preventivamente delle misure restrittive, come ad esempio in Rwanda, Sudafrica, Tunisia, Marocco e Algeria.

Con il consiglio e le raccomandazioni degli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, gli Stati africani hanno adottato misure severe come confinamento, distanziamento sociale ed in alcuni casi coprifuoco nazionali. Così facendo, una volta individuati i primi casi di coronavirus, gli Stati africani colpiti hanno cercato di smorzare sul nascere le possibilità di propagazione. La tempestività dell’azione dei paesi africani è stata elogiata anche dal segretario generale delle nazioni unite António Guterres.

Scarsa densità di popolazione

Un altro elemento da tenere in considerazione e che potrebbe aver influito sulla mancata propagazione del coronavirus in Africa è la scarsa densità di popolazione che la caratterizza.

In effetti, con appena 43 abitanti per chilometro quadro, l’Africa è un continente scarsamente popolato nella maggior parte delle regioni. Basti pensare che la densità di popolazione in Europa è di 181 abitanti per chilometro quadrato e di 154 nel sud-est asiatico.

In Africa, come in molte altri parti del mondo, gli abitanti si concentrano maggiormente nelle capitali, le quali sono state fin dall’inizio dell’epidemia soggette a misure restrittive. Basti pensare che da fine marzo molte capitali e grandi città come Abidjan in Costa d’Avorio, Lagos e Abuja in Nigeria, il Cairo ed Alessandria in Egitto, sono state isolate dal resto del paese e agli abitanti è stato vietato di lasciare le città.

La chiusura preventiva dei grandi centri urbani e la scarsa densità di popolazione che caratterizza il continente africano hanno quindi limitato i contatti e conseguentemente la trasmissione del virus.

Ristretta circolazione di persone

Rispetto alla maggior parte dei paesi occidentali, numerose regioni africane sono molto isolate ed in alcuni casi le popolazioni vivono in condizioni di quasi autarchia, con scarsi o pochi contatti con altri paesi o con altre regioni dello stesso paese. Il virus quindi non starebbe semplicemente circolando in molte regioni africane, dove arrivano pochissime persone da fuori.

L’Africa inoltre, è un continente meno turistico rispetto all’Europa o all’America. Basti pensare che tra i cinquanta aeroporti più trafficati al mondo, uno solo si trova in Africa, ed è quello di Johannesburg in Sudafrica. Un altro elemento da tenere in considerazione è che la diaspora africana torna nei propri paesi d’origine meno frequentemente rispetto ad altre diaspore comme quella cinese o indiana, i casi importati quindi rappresentano un fattore di rischio minore rispetto ad altre aree del pianeta.

In Africa in generale e più particolarmente in Africa sub-sahariana non ci sono gli stessi grandi spostamenti di popolazione che in Europa o negli Stati Uniti e questo può favorire il rallentamento nella propagazione del virus.

Popolazione giovane

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Dati da PopulationPyramid.net

Nel continente africano, circa il 60% della popolazione ha meno di 25 anni. Da quello che abbiamo potuto osservare in Europa, il coronavirus colpisce più duramente le persone più anziane e con patologie pregresse. In Francia e in Italia ad esempio, il 70% delle persone decedute a causa del Covid-19 avevano più di 75 anni. In Africa, talora con grandi differenze in base alle regioni, la speranza di vita media si aggira intorno ai 57 anni.

Nel caso del coronavirus, si potrebbe quindi dire che semplicemente buona parte della popolazione non arriva all’età in cui si è più vulnerabili.

Coronavirus in Africa: e se dovesse diffondersi come in Europa?

Se finora l’epidemia di covid-19 sul continente africano pare piuttosto contenuta, questo non vuol dire che la situazione resterà invariata. La situazione del coronavirus in Africa è particolarmente monitorata perché, per le ragioni di cui parlavamo all’inizio, il rischio è quello di una catastrofe sanitaria. I fattori di rischio sono molti.

Anzitutto, se è vero che i vari governi africani hanno fatto prova di zelante rapidità nel mettere in atto misure per prevenire il diffondersi del coronavirus, la realtà pratica è ben diversa dalle dichiarazioni ufficiali di buoni intenti sulla riforma delle politiche pubbliche in materia di sanità. Solo chi non ha mai messo piede in Africa sub-sahariana può pensare che anche lì possano essere messe facilmente in atto le indicazioni fornite a livello internazionale per scongiurare il diffondersi del coronavirus.

In molte regioni d’Africa l’accesso all’acqua potabile è già di per sé un percorso ad ostacoli. Lavarsi frequentemente le mani con acqua pulita è spesso semplicemente impossibile. Inoltre, la vita sociale e l’economia delle città africane si basano molto più che quelli occidentali su scambi informali non sostituibili con attività a distanza, per non parlare della ridotta diffusione delle tecnologie digitali nel continente.

World Bank Photo - Ousmane Traore, Mali
World Bank Photo – Ousmane Traore, Mali

Insomma, mantenere il continente in lockdown è impresa ardua, anche perché l’impatto economico qui è più forte che altrove. Gli effetti negativi di alcune misure hanno già incominciato a vedersi, come ad esempio l’aumento dei prezzi per i generi di prima necessità. L’Organizzazione non governativa Oxfam ha annunciato, il 21 aprile scorso, che se le misure di confinamento dovessero continuare a lungo, il numero di persone a rischio carestia potrebbe più che triplicare.

Inoltre, una buona fetta dell’economia delle metropoli africane è basata sulla natura informale degli scambi e le misure di confinamento hanno avuto come primo impatto la riduzione delle entrate di molte famiglie, che non hanno delle risorse fisse giornaliere o mensili, ma che vivono di lavori saltuari. I poveri, in Africa come nel resto del mondo, sono stati quindi i primi a subire le conseguenze socio-economiche delle misure per prevenire la diffusione del coronavirus, con la differenza che qui non possono contare su alcun aiuto di Stato.

L’altro lato della medaglia è l’elevatissimo rischio sanitario. Il continente africano resta, ad eccezione di alcuni paesi come il Sudafrica e l’area del Maghreb, un territorio con un sistema sanitario lacunoso, dove i posti letto sono pochi e in posti di terapia intensiva ancora meno o addirittura inesistenti; pensate che sono meno di mille in Sud Africa, il paese considerato più avanzato nel continente.

Possiamo capire quindi come se già i paesi occidentali, con sistemi sanitari d’eccellenza, siano stati messi a dura prova dal covid-19, quelli africani sarebbero tragicamente sopraffatti nel giro di pochi giorni. Secondo la Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite (UNECA), se l’epidemia di coronavirus dovesse esplodere in Africa potrebbe costare la vita dalle 300.000 ai 3.000.000 di persone.

Le cifre possono variare di molto a seconda delle misure messo in atto per fermare la diffusione del virus, che possono arrivare a costare un totale di 100 miliardi di dollari sull’economia del continente. Il costo sociale sarebbe poi devastante: 27 milioni di persone potrebbero cadere nella povertà estrema, aggravando un quadro già molto compromesso.

Se per ora l’Africa sembra essere stata risparmiata, l’eventuale esplosione dell’epidemia potrebbe quindi mettere in ginocchio il sistema sanitario di tutto il continente e causare un disastro umanitario mai così esteso.

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Nato a Treviso, è studente di Scienze Politiche alla Sorbona di Parigi e nei suoi studi politici, sociologici e antropologici si interessa in particolare di Africa. Appassionato di letteratura, cinema e rugby, soprattutto del terzo tempo.

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