La difficile stagione della cooperazione internazionale

di
come sta la cooperazione internazionale
@CISP

La cooperazione internazionale allo sviluppo sta attraversando una stagione difficile: il rapporto tra cooperazione e migrazioni, le bufere relative ai recenti scandali e la difficoltà sempre maggiore di reperire fondi stanno mettendo gli organismi della cooperazione davanti a sfide sempre più complesse.

Dall’inizio del 2017 le ONG che operano nel Mediterraneo sono accusate da più parti di incentivare le partenze dei migranti dalle coste libiche agendo in accordo con i trafficanti – accuse peraltro smentite dai dati e mai dimostrate da nessuna inchiesta (qui un riassunto della vicenda).

A febbraio 2018 un’inchiesta del Times svela il comportamento fortemente lesivo dei diritti umani della popolazione locale di alcuni operatori della ONG Oxfam Uk durante la missione umanitaria successiva al terremoto del 2010.

Le due vicende – seppur molto diverse tra loro per portata etica ed effettività delle accuse – minano la credibilità di tutto il settore della cooperazione internazionale, che si traduce in un calo delle donazioni.

In mezzo a questa tempesta, il mondo della cooperazione italiana si è riunito a Roma a gennaio 2018 per fare il punto su come si sta evolvendo la cooperazione, ponendosi questioni quali: cosa fare per promuovere uno sviluppo economico e una globalizzazione più equa, come difendere i diritti umani e combattere il cambiamento climatico.

Di tutto questo abbiamo parlato con Paolo Dieci, presidente del CISP – Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli, docente nei master universitari in cooperazione internazionale di Pavia, Nairobi e Betlemme, da anni impegnato nel mondo della cooperazione allo sviluppo, sia sul campo, con i molti progetti del CISP sia dal punto di vista delle policy, nazionali ed internazionali, anche grazie al lavoro portato avanti con la rete di ONG Link 2007.

Come sta la cooperazione internazionale: intervista a Paolo Dieci

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@CISP

Caro Paolo, partiamo subito dalle note dolenti. Lo scandalo che ha coinvolto Oxfam Uk ha inevitabilmente arrecato un enorme danno di immagine a tutto il settore. Cosa pensi si possa fare per recuperare la fiducia del pubblico?

Ho da sempre fatto una scelta, alla quale mi attengo: non esprimere pareri e valutazioni su altre organizzazioni non governative e sul loro operato, convinto del fatto che ogni organizzazione ha il diritto e il dovere di renderne conto, come peraltro è avvenuto nel caso in oggetto.

Fatta questa premessa, penso soprattutto due cose. La prima è che occorrono strumenti – codici di comportamento e sistemi di verifica per monitorarne l’osservanza – in grado di prevenire fenomeni quali quelli dei quali si è parlato. Il CISP ha ad esempio da diversi anni adottato un sistema di gestione che comprende anche un codice di comportamento, al cui rispetto è tenuto chiunque sottoscriva un contratto di lavoro con la nostra ONG.

C’è poi a mio parere un altro tema. Le ONG per incidere e avere impatto devono crescere ma devono anche essere in grado di governare la loro crescita. Se questa arriva a farle assomigliare, per numero di operatori e volume di bilancio, ad un’agenzia delle nazioni unite, temo si perda il valore aggiunto della cooperazione non governativa, che risiede anche nel fatto di esprimere all’esterno valori e obiettivi condivisi all’interno, culture di cooperazione che rappresentano collanti organizzativi e comportamentali condivisi.

Sia chiaro: è lontanissima dalla mia visione la retorica del “piccolo è bello” e del resto il CISP è una delle dieci più grandi ONG italiane. Ma occorre anche, ripeto, saper governare questa crescita, il che significa fare crescere accanto ai numeri anche l’intensità della cultura organizzativa interna, tramite la formazione, il dialogo, l’interazione. L’uguaglianza tra i generi non può solo essere, ad esempio, un obiettivo dei progetti, va anche fatta vivere nella pratica lavorativa quotidiana, essere parte del patrimonio condiviso, del “perché si sta e si lavora assieme”.

L’altro tema prioritario è il rafforzamento dell’accountability. Occorre comunicare di più e meglio e trovare le modalità per fare partecipare chi è interessato anche alla vita interna delle nostre ONG. Ogni organizzazione potrà trovare la sua strada ma la priorità, credo, riguarda tutti. Noi nel 2018 terremo la nostra assemblea annuale – nel corso della quale analizzeremo le strategie e il bilancio, quindi parleremo dei nostri finanziatori, di come abbiamo usato i soldi, di quali criteri abbiamo adottato per assicurare sostenibilità ai progetti – in un’aula universitaria romana e inviteremo, oltre naturalmente i soci, gli studenti e i docenti interessati.

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@CISP

La percezione dell’opinione pubblica italiana verso le ONG era già cambiata drasticamente da un anno, da quando cioè le ONG attive nel Mediterraneo sono state accusate di incentivare le partenze dei migranti dalle coste libiche, in alcuni casi agendo in accordo con i trafficanti. Cosa pensi che possiamo apprendere da questo episodio?

Sul tema le reti di ONG si sono espresse da subito in modo netto: non è accettabile in alcun modo che di fronte alla tragedia umanitaria degli annegamenti in mare a salire sul banco degli imputati siano le organizzazioni che cercano di salvare vite umane. Su questo, a nostro parere, non si può transigere. Se per l’Europa assistere a migliaia di morti nel Mediterraneo e a migliaia di persone disperate sottoposte ad indicibili violenze in Libia divenisse la normalità, significherebbe che la lancetta della storia è paurosamente sbandata all’indietro, prima che si affermassero il diritto umanitario e i diritti umani.

È anche questa la lezione appresa: non illuderci mai che alcuni valori siano dati una volta per sempre. Il rischio, soprattutto in un periodo difficile come l’attuale, che si torni indietro, che si perda di vista l’abc della nostra identità umana, è sempre dietro l’angolo. Credo fermamente che Papa Francesco sia un autentico dono della storia, per credenti e non credenti, perché rappresenta la più autorevole ed intransigente voce a difesa degli ultimi della terra e, in fondo, della nostra stessa dimensione umana.

La cooperazione internazionale è in relazione con le migrazioni e le politiche che le regolano per questione di paesi in cui opera e di fondi. Cosa pensi dei recenti dibattiti sull’uso dei fondi destinati alla cooperazione utilizzati per le politiche europee di contenimento dei flussi migratori in partenza dall’Africa?

Occorre essere sinceri: il contenimento dei flussi migratori appare sempre più come il macro obiettivo delle politiche di cooperazione internazionale. Diversi studiosi del tema ci suggeriscono che solo nei tempi lunghi l’aiuto allo sviluppo potrà avere un significativo impatto sulla riduzione dei flussi migratori, perché la forbice della diseguaglianza mondiale – dentro e tra i paesi – è impressionante.

Detto questo credo sia un dovere della società civile chiedere che il nesso cooperazione – migrazione si articoli in modo trasparente in tre direzioni: accrescere opportunità di reddito ed inclusione nei paesi partner, evitando che la migrazione sia una fuga dalla povertà, estendere l’accesso ad informazioni corrette sui rischi e le opportunità della scelta migratoria, rafforzare la capacità di gestione dei territori da parte delle autorità locali, soprattutto tramite la messa in atto di sistemi informativi sulle dinamiche demografiche efficienti e credibili.

Ci sono poi almeno altre due priorità, che chiamano in causa i governi e le istituzioni internazionali: la facilitazione di canali di migrazione regolare e sicura e, soprattutto, in linea con l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 16 dell’agenda Europea 2030, quello relativo a “Pace Giustizia ed istituzioni forti”, il sostegno ai processi di pacificazione.

Queste sono, a mio parere, le principali sfide dinanzi a noi. Altro, ad esempio la collaborazione tra Europa e paesi partner per il rafforzamento dei controlli alle frontiere, non è cooperazione internazionale perché non impatta in alcun modo sulle cause profonde dei flussi migratori irregolari.

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@CISP

Una riflessione ora più generale sulla cooperazione, vista la tua esperienza pluridecennale sia in Italia che all’estero: come sta cambiando il mondo della cooperazione?

Mi pare che le novità di maggiore rilevo siano due. La prima è che la cooperazione allo sviluppo non è più il solo strumento adottato dalla comunità internazionale per la lotta contro la povertà e le diseguaglianze; rimane naturalmente uno strumento essenziale, ma ad esso se ne affiancano altri, quali la razionalizzazione dei sistemi fiscali nei paesi poveri, gli investimenti del sistema imprenditoriale che possono creare posti di lavoro e crescita sostenibile, la valorizzazione delle rimesse dei migranti.

Questo concetto è stato affermato chiaramente nel luglio del 2015 alla Conferenza di Addis Abeba sui finanziamenti per lo sviluppo e non significa il ridimensionamento del ruolo dell’aiuto pubblico allo sviluppo ma la sua integrazione con politiche pubbliche in grado di mobilitare e orientare altre risorse.

Razionalizzare i sistemi fiscali significa mettere mano a politiche per rafforzare la coesione e l’inclusione; promuovere il ruolo delle imprese non significa “lasciare fare al mercato” ma concepire quadri normativi e strategici in grado di integrare logica di investimento e lotta alla povertà; valorizzare le rimesse dei migranti a fini produttivi significa promuovere interventi pubblici che prevedano risorse integrative a quelli dei migranti quando le rimesse sono finalizzate a creare piccole e medie imprese.

Una seconda importante novità è l’accresciuto peso attribuito all’accountability. Parlo di accresciuto peso perché il tema in sé non è nuovo, ma nuova è la sua centralità. Mentre anni fa accountability significava quasi esclusivamente, ad esempio da parte di un’ONG, rendere conto ai donatori, oggi si è coscienti del fatto che l’impegno è più ampio: i beneficiari e le comunità locali, le società civili dei paesi partner ed europea, le istituzioni pubbliche hanno l’interesse e il diritto ad essere informate sui risultati e l’impatto dei progetti di cooperazione internazionale. Gli strumenti per rispondere a questa domanda sono soprattutto due: valutazione e comunicazione.

Infine come vedi Paolo il futuro della cooperazione?

La cooperazione ha una grande responsabilità: favorire l’attuazione dell’Agenda 2030 che, attraverso i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, mira a porre fine alla povertà, a lottare contro l’ineguaglianza e contro la distruzione delle risorse naturali.

Sono convinto che si sia dinanzi ad un bivio: cogliere le opportunità offerte da questa agenda globale, rafforzando la sostenibilità e la resilienza in riferimento all’ambiente, alla società, all’economia, alle istituzioni nazionali ed internazionali o perdere questa possibilità, condannando all’incertezza e all’instabilità le generazioni future.

Vedo la cooperazione come un grande investimento sul presente e sul futuro, anche perché altri strumenti sperimentati per governare le crisi, in primis quello militare, sono falliti, indipendentemente dal giudizio che se ne voglia dare. Mettere in discussione la cooperazione internazionale perché qualche progetto non ha raggiunto i risultati auspicati o perché qualche operatore ha dato vita a comportamenti inaccettabili equivarrebbe a voler azzerare il trasporto ferroviario a causa di ritardi dei treni o della negligenza di qualche macchinista. Nessun paese può fare a meno del trasporto pubblico così come nessun paese può rinunciare alla cooperazione internazionale.

Non è un di più, è l’essenza stessa di un mondo globalizzato, nel quale occorre costruire ponti, favorire il dialogo, sostenere l’inclusione delle fasce di popolazione meno protette, rimuovere le cause profonde dei conflitti, nell’interesse di tutti, dei paesi poveri ma anche di quelli “sviluppati”.

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Conseguito il Master in Cooperazione e Progettazione per lo sviluppo, ha maturato 8 anni di esperienza in Italia e all’estero - in particolare in Medio Oriente - nel campo della cooperazione internazionale. Co-fondatrice di Mekané si occupa di progetti di educazione e di valorizzazione del patrimonio culturale.

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