C’è ancora qualcuno che soccorre i migranti in mare

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SOS Mediterranee; Medecins sans frontieres; Search and Rescue Mission in the mediterranean sea

Alcune organizzazioni non governative, dieci per la precisione, hanno iniziato a svolgere operazioni di ricerca e salvataggio in mare di migranti nel Mar Mediterraneo tra il 2015 e il 2016, quando il numero di persone che percorrevano la rotta Libia-Italia – e soprattutto il numero di morti nella traversata – diventava mese dopo mese sempre più importante.

Questa attività ad alcuni non è piaciuta. A parte da aprile 2017, diversi media ed esponenti politici, sullo slancio dell’indagine avviata dal procuratore di Catania Zuccaro, hanno iniziato ad accusare le Ong di incentivare le partenze dei migranti dalle coste libiche, in alcuni casi agendo in accordo con i trafficanti (qui un riassunto della vicenda). Queste accuse non sono mai state dimostrate e sono ampiamente smentite dai dati.

Tuttavia il polverone mediatico ha portato all’adozione da parte del Ministero dell’Interno di un Codice di condotta per le Ong operanti nel Mar Mediterraneo che ha portato alcune di loro a dismettere la loro attività.

Sos Méditerranée è una delle tre organizzazioni che prosegue con le attività di salvataggio in mare di migranti, e il suo racconto è pertanto molto interessante per fare il punto della situazione.

Sos Méditerranée è una rete di associazioni civili europee di quattro paesi – Francia, Germania, Italia, Svizzera – che nasce nel 2015 su iniziativa della francese Sophie Beau, attiva nel settore umanitario, e del tedesco Klaus Vogel, capitano di marina mercantile, per favorire il rispetto del diritto marittimo, in particolare l’obbligo di assistere chiunque sia in pericolo in mare, e dei diritti umani.

Con la fine dell’Operazione Mare Nostrum, la missione di salvataggio in mare di migranti dello stato italiano attiva tra ottobre 2013 e ottobre 2014, i fondatori di Sos Mediterranée hanno constatato che non esisteva un dispositivo di salvataggio nel mar Mediterraneo che potesse far fronte in modo efficace all’afflusso di imbarcazioni di migranti.

Così hanno agito per attivare quel dispositivo, con tre obiettivi: salvare vite umane attraverso il salvataggio in mare di migranti che si trovano su imbarcazioni in difficoltà; proteggere e accompagnare i migranti attraverso un sostegno medico-psicologico; testimoniare il fenomeno migratorio del Mediterraneo. Le sue attività sono finanziate in maggioranza da donatori privati e da alcuni grandi donatori, ma non da sovvenzioni da parte degli stati dell’Unione Europea.

Sos Méditerranée ha scelto di operare nel Canale di Sicilia, tra il sud Italia e la Libia, per l’elevata concentrazione di imbarcazioni di migranti. L’asse migratorio Italia-Libia è infatti il più mortale al mondo, con un tasso di mortalità del 2% nel 2017.

L’associazione ha affittato la nave Aquarius, che ha accolto a bordo 11 mila persone nel 2016 e 15 mila nel 2017. Il team dell’Aquarius è composto da un equipaggio di 11 membri, dalla squadra di Search and Rescue – Ricerca e Salvataggio (13 persone) e dal personale medico di Medici Senza Frontiere (8 persone). Le missioni in mare sono effettuate in stretta cooperazione con il Maritime Rescue Coordination Centre (MRCC), l’autorità italiana di coordinamento dei salvataggi in mare con sede a Roma.

La nave Aquarius è partita a febbraio 2016 da Marsiglia, sede di Sos Méditerranée in Francia. Ed è proprio qui che incontriamo Jean-Yves Abecassis, membro del consiglio di amministrazione, portavoce e responsabile dell’attività di sensibilizzazione nelle scuole dell’associazione.

Parliamo con lui a fine gennaio 2018, all’indomani di una delle notti più impegnative per l’Aquarius. Mobilitata per il salvataggio di un gommone in difficoltà, la nave di Sos Méditerrannée ha salvato 98 persone, tra cui una quindicina evacuati d’urgenza in elicottero. Numerosi sono stati dispersi e due i morti.

Ancora prima di questo salvataggio l’Aquarius aveva ricevuto dall’MRCC l’istruzione di ricercare un’imbarcazione in difficoltà nelle acque internazionali a ovest di Tripoli. Il gommone è stato trovato a circa 15 miglia marine dalle coste libiche e intercettato dalla Guardia costiera libica, che ha ordinato all’Aquarius di allontanarsi e rifiutato fermamente ogni forma di assistenza.

Salvataggio in mare migranti: intervista a Sos Mediterranée

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SOS MEDITERRANEE / Medicins sans frontieres; Search and Rescue Mission on the medieterranean Sea offshore the libyan coast; MV Aquarius; January 2018; Photo: Laurin Schmid/SOS MEDITERRANEE

Jean-Yves, partiamo dall’accordo Libia-Italia del febbraio 2017, a seguito del quale le partenze dalla Libia sono diminuite significativamente. Quali conseguenze ha avuto sulle operazioni di salvataggio in mare di migranti?

Sos Méditerranée non giudica la situazione creata dalla politica dell’Unione Europea che attraverso due punti di vista: il primo, fa correre più rischi alle persone che fuggono? Il secondo, complica o facilita i salvataggi in mare?

Sos Méditerranée non ha un’opinione generale sulla politica dell’UE, ma possiamo dire che ogni volta che l’UE chiude una delle sue porte, le persone si spingono più lontano e corrono più rischi, come nel caso dell’accordo con la Turchia del marzo 2016, che aveva come obiettivo di bloccare il passaggio marittimo tra Turchia e Grecia. L’accordo ha contribuito a far correre più rischi ai migranti.

L’accordo con la Libia è l’accordo con cui l’UE decide di conferire a una delle autorità presenti in Libia, dove non c’è un governo unico ma ci sono molteplici attori, la gestione della frontiera marittima. Finanziando, formando ed equipaggiando i guardacoste libici l’UE delega agli stessi il compito di limitare le partenze dalle spiagge libiche verso i porti italiani.

Due le conseguenze. La prima, l’anno scorso più di 15 mila persone hanno visto la loro imbarcazione intercettata dai guardacoste libici e sono state riportate verso l’inferno libico. Un inferno che noi conosciamo attraverso le testimonianze dei sopravvissuti che ce lo raccontano dal marzo 2016, che è stato documentato in vari rapporti internazionali e reso ancora più noto grazie alle immagini della CNN a novembre scorso.

Le persone che arrivano in Libia dall’Africa sub-sahariana al termine di un faticoso viaggio generalmente vengono derubate, rapite, detenute contro il loro volere, costrette al lavoro forzato, violentate, vendute come schiave. Questa sequenza di abusi è la regola generale.

Secondo i rapporti internazionali ci sono in Libia più di 20 mila persone detenute nei campi. L’unica via di uscita da quest’inferno è una spiaggia da dove partire per l’Europa. La conseguenza pratica di questo accordo è che molti vengono riportati verso luoghi di detenzione.

La seconda conseguenza è di complicare i salvataggi. La presenza dei guardiacoste libici non favorisce le operazioni di salvataggio delle persone in difficoltà, ma complica le cose, perché la loro missione invece non è manifestatamente ed esclusivamente una missione di salvataggio. Questo è quello che posso dire.

Come sono i rapporti con il governo italiano e con le autorità locali italiane?

Abbiamo soprattutto delle relazioni pratiche. Per esempio lavoriamo in stretto contatto con l’MRCC. Le nostre operazioni vengono effettuate attraverso l’autorità di regolamentazione. Dal momento poi che si sbarca in un porto italiano l’équipe di Medici Senza Frontiere affida ai servizi sanitari italiani le persone malate e/o ferite.

Poi c’è il Ministero degli Interni che ha elaborato il Codice di condotta delle Ong (ndr: iniziativa delle autorità italiane intesa a garantire che le navi delle Ong impegnate in attività di SAR operino secondo una serie di regole chiare da rispettare), ma questa è un’altra cosa. Abbiamo negoziato per far modificare il codice in modo da poterlo firmare senza che ci fossero delle clausole inaccettabili.

Quali sono le relazioni tra Sos Méditerranée e le altre Ong e associazioni che si occupano dei salvataggio in mare?

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SOS MEDITERRANEE / Medicins sans frontieres; Search and Rescue Mission on the medieterranean Sea offshore the libyan coast; MV Aquarius; January 2018; Photo: Laurin Schmid/SOS MEDITERRANEE

Innanzitutto dobbiamo dire che il numero di imbarcazioni delle Ong è cambiato nel tempo. L’estate scorsa erano una dozzina, mentre quest’inverno non sono che tre. Questa diminuzione è dovuta da una parte alle insidie che il Codice di condotta italiano ha posto alle Ong con la richiesta di rispettare particolari condizioni, e dall’altra alla presenza dei guardacoste libici, che è allo stesso tempo minacciosa e portatrice di rischi per le navi delle Ong.

Si dice che un Codice di condotta fosse necessario perché le navi delle Ong avrebbero oltrepassato le acque territoriali libiche, ma questo è falso. Le navi rimangono in acque internazionali. Le acque internazionali sono a 12 miglia dalle coste, più una zona tampone di 12 miglia, per un totale di 24 miglia, e l’Aquarius è ben al di là, molto lontano dalle coste libiche, ma comunque abbastanza vicino alle zone dei naufragi per essere operativa. I guardacoste libici intervengono anche nelle acque internazionali e complicano le operazioni, a volte con metodi che non sono molto amichevoli.

Tutto ciò ha fatto sì che un gran numero di Ong abbia posto fine alle operazioni di salvataggio ed è per questo che oggi non si hanno che tre navi di salvataggio, che è molto poco perché l’area dei salvataggi è vasta. Ci sono dei giorni in cui ci sono chiamate simultanee da punti diversi. Una decina di giorni fa tutte le navi operative sono riuscite a salvare in poco tempo attraverso 11 operazioni (di cui 5 dell’Aquarius) circa 400 persone.

Ricordiamo una notte nell’inverno 2016 in cui abbiamo ricevuto più di una richiesta di aiuto, ma abbiamo potuto portare soccorso solo a qualche imbarcazione. Le altre imbarcazioni sono scomparse.
Malgrado l’efficace lavoro dell’MRCC, tassello decisivo dei dispositivi per i salvataggi, le navi delle Ong, più le navi militari e quelle mercantili non sono sufficienti.

Non finiremo mai di dirlo: le navi come la nostra non effettuano salvataggi in modo indipendente. Occorre un’autorità di regolamentazione che registri e localizzi le chiamate di soccorso, stabilisca quali siano le navi che possano effettuare il salvataggio a seconda della loro posizione e che dopo il salvataggio indichi quale sia il porto italiano di sbarco.

Perché il mar Mediterraneo è diviso in zone e la zona tra Libia, Italia e Malta è sotto la responsabilità congiunta di Italia e Malta, ma è l’Italia che si occupa della regolamentazione e quindi l’arrivo delle navi è previsto nei porti italiani. Malgrado la presenza di un’autorità di regolamentazione se non ci sono sul posto navi che effettuano salvataggi le persone muoiono annegate. Questo per incapacità del sistema. Perché ora le Ong non sono molte.

In che modo collaborano le diverse associazioni nazionali che compongono Sos Méditerranée?

Esiste una Carta europea delle quattro associazioni, che è stata adottata a Berlino nel 2015 e indica le tre missioni principali dell’associazione. Quindi le associazioni hanno tutte gli stessi obiettivi: salvare le vite in mare, avere cura dei superstiti e testimoniare la tragedia migratoria, che vuol dire raccogliere le testimonianze delle persone che raccontano le condizioni in cui hanno attraversato diversi paesi prima di arrivare sulle rive del Mediterraneo e in quali condizioni hanno fatto la traversata.

Le associazioni operano tutte all’interno dello stesso quadro, che è nella Carta, nei tre obiettivi. Per raggiungerli ogni associazione ha un’assemblea generale che lavora per realizzare gli obiettivi, in particolare quello relativo all’organizzazione dei salvataggi. Un’operazione molto complessa, che necessita di competenze di alto livello, a livello marittimo e di salvataggio. Le persone che hanno effettuato salvataggi in altre condizioni affermano che il salvataggio di massa, su larga scala, di gente in preda al panico in mezzo al mare, è un mestiere in costruzione. Gli operatori ci dicono che a ogni operazione di salvataggio apprendono qualcosa di nuovo che gli permette di tecnicizzare ancor di più il mestiere e renderlo più efficace.

Esistono numerosi cliché quando si parla di migrazione. Per questo Sos Méditerranée rivolge le sue attività di sensibilizzazione in due direzioni: da una parte si parla agli studenti nelle scuole, dall’altra si mantiene aperto un canale di dialogo con le autorità nazionali. Cosa ci puoi dire degli esiti di queste due attività?

La sensibilizzazione nelle scuole è partita a fine 2015. Nel corso di due anni scolastici i volontari di Sos Méditerranée hanno incontrato circa ottomila studenti in tutta la Francia. Sono incontri interessanti perché gli studenti pongono domande solo all’apparenza ingenue, ma che dimostrano una curiosità e soprattutto un’umanità cosiddetta di base. L’assistenza a una persona in pericolo sembra elementare e spesso gli studenti non comprendono come si possa lasciare annegare le persone. Sanno, perché l’hanno appreso a scuola o in famiglia, che quando qualcuno rischia di annegare si cerca subito di salvarlo. È un’informazione elementare. Questi interrogativi morali sono molto interessanti perché dimostrano che gli studenti che incontriamo non sarebbero pronti a lasciar annegare le persone senza che si faccia tutto ciò che è necessario per salvarli.

Inoltre ci pongono tante domande su cosa possono fare. Alcuni ci domandano come si entri a far parte della squadra di Ricerca e Salvataggio e allora gli spieghiamo che serve una formazione, che non si improvvisa, ma che si tratta di un vero mestiere che si impara. Altri vorrebbero raccogliere fondi, ma noi non andiamo nelle scuole per chiedere donazioni, perché si tratta di un’attività rivolta agli adulti. In alcuni casi però, senza che noi lo chiediamo, gli studenti organizzano delle vendite di dolci o altre iniziative da cui ricavano contributi. Questo lo apprezziamo perché è il concetto che abbiamo di partecipazione cittadina. Questo ci lascia una buona speranza su quella che sarà l’opinione di questa generazione.

I volontari di Sos Méditerranée sono talvolta accompagnati da richiedenti asilo residenti in Francia che hanno fatto la traversata e raccontano la loro storia e che spesso non sono molto più vecchi dei liceali che incontrano. La loro presenza cambia le domande e i punti di vista. I ragazzi capiscono che farebbero la stessa cosa dei migranti. Capiscono che loro siamo noi.

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SOS Mediterranee; Medecins sans frontieres; Search and Rescue Mission in the mediterranean sea

Nella nostra Carta c’è una terza missione, ovvero testimoniare. Questa missione è essenziale per l’evoluzione della politica dell’UE. Quello che noi possiamo fare è unire le testimonianze raccolte a bordo dell’Aquarius. Alcune sono state pubblicate in un libro intitolato Les naufragés de l’enfer. In questo libro abbiamo dato la parola a quelli che volevano parlare. Le persone che arrivano sull’Aquarius escono da esperienze traumatiche; molti rimangono in silenzio, ma altri vogliono parlare.

Tramite le testimonianze raccolte nel libro si mostra all’opinione pubblica europea e ai responsabili politici dei vari paesi che le persone prendono dei rischi alti per cercare di evitare le insidie che sono state poste sul loro cammino. Questo fa riflettere sul fatto che più insidie si pongono ai migranti meno si riescono a fermare perché fuggono da situazioni insopportabili. Al contrario corrono rischi maggiori, compreso quello di morire in mare.

Quello che traspare da queste testimonianze è il prezzo umano da pagare per le politiche sulla gestione delle frontiere. Ciò che i responsabili politici conoscono bene è il flusso migratorio in cifre. Sanno quante persone attraversano la frontiera illegalmente, sanno quante persone sono annegate, ma sanno di cosa è fatta la vita delle persone che hanno camminato migliaia di chilometri per mesi passando da un pericolo all’altro?

Il pericolo inizia alla partenza. E la maggior parte delle persone che sono arrivate in Libia ha dovuto attraversare un deserto finendo nelle mani di trafficanti del deserto. Talvolta sono stati abbandonati da questi trafficanti. Tutti sono stati ricattati più volte prima di arrivare in Libia. E sappiamo cosa succede quando arrivano in Libia.

Poi affrontano la traversata in mare, e sappiamo cosa significhi passare delle ore sulle imbarcazioni. Ore terribili. Quali che siano le imbarcazioni, in legno con centinaia di persone a bordo oppure i gommoni con trenta persone, le persone sono ammassate, fanno fatica a respirare, alcune scivolano e annegano ancor prima che l’imbarcazione si rovesci, hanno la pelle bruciata dal mix di acqua salata del mare e carburante che fuoriesce dai barili, sono denutriti e disidratati, presentano segni di ipotermia. Questo è il prezzo della frontiera.

Leggi qui tutti gli articoli della rubrica Racconti di Cooperazione, curata dall’Associazione Mekané

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Laurea in Scienze Politiche, Diplomi in Monitoraggio e Valutazione, Relazioni Internazionali e Management di Progetti Internazionali. Ha lavorato per ONG, associazioni e società di consulenza in Italia e all’estero. Co-fondatrice di Mekané, si occupa di progetti nel settore artistico e culturale.

1 Comment

  1. Si omette di menzionare il fatto che la maggioranza delle ong non ha sottoscritto il codice di condotta per le ong, incoraggiando così i sospetti della procura della repubblica

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