Situazione carceri: alla Camera in discussione i provvedimenti del governo

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Per definire la situazione delle nostre carceri e dei nostri carcerati si possono usare molte parole, si possono descrivere molte situazioni, si può passare in rassegna una serie pressoché infinita di mali, di disfunzioni, di orrori ma poi alla fine si possono usare due parole sole… tortura legalizzata.       T. Padovani

L’emergenza carceri, come viene definita dai media, non può in realtà considerarsi tale. La persistente situazione di degrado degli istituti penitenziari italiani è un fattore cronico e strutturale e non può essere dunque considerato una emergenza temporanea. Di certo, la situazione si è sempre più aggravata col passare del tempo per via delle colpevole inerzia del legislatore che, da un lato non ha fatto nulla per migliorare la condizione dei detenuti e, dall’altro ha contribuito ad aggravare la situazione mediante la produzione scellerata di norme penali che hanno finito con l’appesantire la già farraginosa macchina della giustizia.

Per imprimere un impulso all’agire della politica è stato dunque necessario, ancora una volta, l’intervento della giustizia. Si avvicina sempre più, quindi, la data del 28 maggio 2014, termine ultimo entro il quale il nostro Paese è chiamato ad adottare le misure necessarie a porre rimedio alla drammatica situazione evidenziata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha rilevato come «la violazione del diritto dei ricorrenti di beneficiare di condizioni detentive adeguate non è la conseguenza di episodi isolati, ma trae origine da un problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano, che ha interessato e può interessare ancora in futuro numerose persone».

Se non la politica, si muove la giustizia

Ad una simile grave presa d’atto da parte di organo internazionale ha fatto seguito, lo scorso 8 ottobre, il messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica con la quale Giorgio Napolitano ha invitato il Parlamento ad un intervento.

Successivamente, ha avuto modo di tornare sull’argomento la Corte Costituzionale chiamata ad esprimersi circa la costituzionalità dell’art. 147 c.p. dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia e da quello di Milano che chiedevano al giudice delle leggi se fosse compatibile col nostro ordinamento l’assenza di una previsione normativa che consentisse di differire la pena nei casi in cui una situazione di sovraffollamento, come quella registrata in molti istituti, rendesse la stessa inumana e degradante oltre che priva del criterio modale della rieducazione.

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, tuttavia non sono mancati da parte del giudice delle leggi riferimenti alla gravità della situazione e inviti rivolti al legislatore a cercare in modo serio ed efficace delle soluzioni. Altri Paesi hanno avuto modo di affrontare il problema e la Corte Costituzionale tedesca, nel marzo del 2011, ha chiaramente espresso il principio secondo il quale l’amministrazione penitenziaria può detenere un soggetto soltanto se in grado di adeguarsi allo standard di umanità, altrimenti è tenuta a liberare la persona condannata.

In Italia, invece, siamo abituati a considerare normali concetti inaccettabili come quello di capienza tollerata ed ad ammettere la possibilità che il numero delle persone detenute sia superiore a quello della effettiva capacità recettiva degli istituti di pena.

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I numeri del problema carceri

Secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, al 30 settembre 2013 il numero delle persone detenute era pari a 64.758 a fronte di una capienza regolamentare di 47.615. Secondo Il Sole 24 Ore, al 4 gennaio 2014 i detenuti erano 62.480.

Altri dati interessanti si possono ricavare dal discorso alle Camere del Presidente della Repubblica dove si legge che «secondo i dati statistici relativi alla percentuale dei detenuti sul totale della popolazione dei diversi Paesi pubblicati dal Consiglio d’Europa, nell’anno 2011 in Italia vi erano 110,7 detenuti ogni 100.000 abitanti.

Nel confronto con gli altri Paesi europei tale dato è sostanzialmente pari a quello della Grecia e Francia (rispettivamente 110,3 e 111,3) e viene superato da Inghilterra e Spagna (entrambe oltre quota 150). Peraltro, l’Italia – nello stesso anno 2011 – si posizionava, tra i Paesi dell’Unione Europea, ai livelli più alti nell’indice percentuale tra i detenuti presenti e posti disponibili negli istituti penitenziari (ossia l’indice del sovraffollamento carcerario), con una percentuale pari al 147%. Solo la Grecia ci superava con il 151,7%.

Per il 2012 non sono ancora disponibili i dati del Consiglio d’Europa; da una ricerca di un’organizzazione indipendente (International Center for prison studiose), risulta comunque confermato l’intollerabile livello di congestione del sistema carcerario italiano che, nonostante una riduzione percentuale rispetto all’anno precedente ha guadagnato il primato del sovraffollamento tra gli Stati dell’Unione Europea, con la percentuale del 140,1% mentre la Grecia ci seguiva con un indice pari al 136,5%».

Da qui il dibattito dei mesi scorsi, presto passato in secondo piano, seguito alla richiesta del Presidente della Repubblica di riflettere sull’opportunità di un atto di clemenza e dell’adozione di un provvedimento di amnistia e indulto. La proposta, seguita dalle polemiche sollevate da chi vedeva in questa via un ennesimo favore a Silvio Berlusconi, non è stata accolta. Il Paese non è sicuramente pronto ad affrontare un dibattito serio e civile sulla questione carceraria che rappresenta ancora un tema oggetto di facile propaganda da parte di molte forze politiche.

Carceri, la necessità di interventi strutturali seri

La conseguenza, è stata l’adozione del decreto legge 23 dicembre n. 146 recante misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria, il cui disegno di legge di relativa conversione è oggi in discussione alla Commissione Giustizia alla Camera, per approdare domani all’aula di Montecitorio.

Il decreto è volto a ottenere una riduzione del numero delle presenze in carcere attraverso la riduzione del flusso dei detenuti in ingresso e l’ampliamento di quelli in uscita, unito ad interventi funzionali volti a rafforzare la tutela dei detenuti. Si tratta chiaramente di una risposta estemporanea e dunque debole ad un problema complesso che si trascina da decenni e che richiederebbe una riflessione seria sulla pena in generale che una classe politica dequalificata come la nostra non è evidentemente in grado di affrontare.

Immagini| lettera43, La notizia

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L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. (Italo Calvino)

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