Attentati Gerusalemme e le storie di ordinaria violenza3 min read

20 Novembre 2014 Mondo Politica -

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Attentati Gerusalemme e le storie di ordinaria violenza3 min read

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@Al-quds University
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All’improvviso i media e i governi sembrano scoprire che a Gerusalemme la tensione è alta.

Eppure, non è una novità.

Nel 1967 lo Stato di Israele occupa tutta la città e trasferisce da Tel Aviv il proprio governo nazionale. Nel 1980 il parlamento israeliano approva la cosiddetta “legge fondamentale” che proclama Gerusalemme capitale di Israele. Nonostante il Consiglio di Sicurezza dell’ONU definisca tale legge “nulla e priva di validità, una violazione del diritto internazionale e un serio ostacolo al raggiungimento della pace in Medio Oriente”(risoluzione 478), Israele continua a considerare Gerusalemme capitale dello Stato Israeliano.

Da decenni la politica israeliana contro i palestinesi di Gerusalemme è ben conosciuta e documentata: costruzione di colonie, demolizioni di case, espulsioni, discriminazioni, misure restrittive per l’accesso ai luoghi santi musulmani, confische di terre, detenzioni amministrative, uccisioni, invasioni di coloni ebrei nei quartieri arabi e nei luoghi di culto musulmani forti del sostegno delle forze militari israeliane, arresti di massa, il Muro di separazione dalla West Bank, la perdita dello statuto di “residente” (statuto che permette ai palestinesi di Gerusalemme di votare alle elezioni e lavorare in Israele ma il cui rinnovo continua ad essere ostacolato da una serie di misure: dal 1994 più di 10.000 palestinesi perdono tale statuto).

Tutta una serie di pratiche illegali che violano il diritto internazionale ma che si verificano all’ordine del giorno, a Gerusalemme e in tutta la West Bank. Tuttavia, alla comunità internazionale non sembrano interessare.

Il 18 novembre due uomini palestinesi uccidono quattro rabbini in una sinagoga a Gerusalemme. La settimana prima un soldato israeliano veniva accoltellato. E adesso la comunità internazionale è sorpresa, indignata, preoccupata. Piovono appelli alla pace e comunicati di solidarietà. Si parla di terrorismo.

Ciò che accade oggi a Gerusalemme è la risposta scomposta dei palestinesi, frutto di esasperazione e disperazione, a seguito delle continue persecuzioni che continuano da decenni. Sono collera e rabbia in continua crescita, alimentate, da un lato, dalle politiche israeliane, dall’altro, dall’immobilismo dei governi europei privi di una presa di posizione netta contro le violazioni del diritto internazionale da parte israeliana. Risposte in un oceano di belle frasi ma nei fatti di indifferenza. La Palestina è sola.

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I media israeliani e anche quelli italiani parlano di Intifada (rivoluzione), i palestinesi di resistenza. Non porrà fine a quella che denunciamo come continua occupazione ed espropriazione, ma lo scopo adesso è solamente di farsi sentire e di mostrare al mondo cosa sta accadendo.

Non abbiamo la libertà di parola, non abbiamo il diritto di costruire, non abbiamo il diritto allo studio. Ma dobbiamo almeno avere la libertà di pregare il nostro Dio

Alla base della tensione altissima ci sono sicuramente le restrizioni di ingresso alla Moschea Al-Aqsa, e quindi di preghiera, iniziate lo scorso settembre e imposte dal governo israeliano ai palestinesi di Gerusalemme, così come i coloni ebrei scortati dalle forze israeliane che compiono atti vandalici all’interno della moschea, così come l’approvazione di nuove colonie israeliane illegali. E sarebbe possibile andare avanti in una lunga lista di violazioni impunite commesse ogni giorno dal governo Netanyahu.

Tutto questo ha provocato la reazione violenta dei palestinesi di questi ultimi giorni. Reazione, facilmente prevedibile sin dall’inizio da Israele. Eppure, il governo è andato avanti ad oltranza ed è adesso deciso a riportare la sicurezza a Gerusalemme grazie ad una politica definita di punizione collettiva, illegale secondo il diritto internazionale e considerata crimine di guerra e un crimine contro l’umanità dal diritto umanitario.

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Ricercatrice presso l'Istituto di Studi Internazionali dell’Università Birzeit, in Palestina. Convinta sostenitrice del potenziale rivestito dalle politiche EuroMed; ha un marcato senso di appartenenza alla Regione Mediterranea.
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