D’amore, d’amaro e d’Edy Reja

di
edy reja
@primocanale.it

Il mio amico fraterno, che per preservare il suo anonimato e pure il mio chiamerò Coso II, ha una sua teoria su Edy Reja.
Lui sostiene che applicare l’approccio alle partite di Edy Reja nei rapporti con le donne sia una mossa vincente.
Dice che prima di tutto non le devi prendere.
Poi non devi fare cazzate.
Poi se proprio ci stanno le condizioni provi pure a superare la metà campo.
E se poi in un impeto di generosità dell’attaccante, un errore della difesa, riesci pure ad avvicinarti all’area avversaria e a fare un tiro in porta allora forse qualche speranza ce l’hai: perché in amore non vince chi fugge, ma chi punta al pareggio e gioca in contropiede.

Ora io non sto qui a disquisire su questa teoria che tutto sommato potrebbe pure avere i suoi punti di forza, però penso che Edy Reja l’ho incontrato sullo Zoncolan durante una tappa del Giro d’Italia ed era un sacco simpatico. E penso che a lui forse non chiederei consigli su sulle donne, lo ammetto, ma gli chiederei come risolleverebbe la squadra nostra.
E sapete che c’è? Lo starei a sentire.
E gli offrirei pure una cena.
Ecco, ve l’ho detto.

Durante una pubblicità dopo la fine di Roma-Atalanta ho pensato una cosa.
Noi siamo come una pubblicità dell’amaro Montenegro, ma al contrario.
Che non ci sono le mille peripezie, le difficoltà, la fatiche, la camicie da sudare, i cavalli da acchiappare e le anfore da ripescare e poi in un crescendo rossiniano di ansia, lacrime e sudore, la vetta, il risultato, l’obiettivo raggiunto, il brindisi, le pacche sulle spalle, il “oh se la semo vista brutta pure stavolta, ma c’avemo la pellaccia”.
E invece no.

Noi semo quelli che partono gladiatori dentro il Colosseo e finiscono a vendere pizzette in un camioncino di Tredicine.
Noi semo quelli che l’amaro se lo bevono prima, perché tanto che vuoi che sia? È solo una formalità.
E alla fine che resta?
Qualche fischio, una sconfitta meritata, poche idee, i vestiti che puzzano di pizzette eccessivamente costose e atrocemente cattive e il Colosseo che lo guardi e pensi che devi pure ringrazià il presidente della Fiorentina se te sembra leggermente più bello. E poi la voglia di bere.

Senza darci pacche sulle spalle.
Senza dirci quanto siamo bravi e coraggiosi.
Bere solo per dimenticare e ridere un po’. Che la depressione da lunedì è cominciata alle 17 de domenica, ‘sta settimana.

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Anche noto come Coso. Classe 1981, attualmente in vita. Nasce brutto e povero e non potendosi permettere di cambiare vita chirurgicamente è costretto a vendere il suo corpo al giornalismo, ma nessuno se lo compra. Casca, si rialza, non se rompe. È tipo il pongo. Scrive cose, fa lavatrici.

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