Trump-Clinton: vinca il meno peggio

di
Trump-Clinton
@globalriskinsights.com

Grossi guai per i democratici americani: nel giorno di inizio della convention al Wells Fargo Center di Philadelphia, a meno di quattro mesi dalle presidenziali, i sondaggi indicano come tutt’altro che scontata la vittoria di Hillary Clinton su Donald Trump. In realtà già durante le primarie democratiche diversi istituti di rilevazione avevano indicato in Bernie Sanders il candidato più adatto a sfidare il magnate newyorkese.

Il sistema democrats. Ma i votanti delle primarie hanno preferito l’ex first lady al senatore del Vermont, pur sapendo che sarebbe stata, per ovvi motivi, più esposta alla retorica anti-establishment del candidato repubblicano, a cominciare dai suoi problemi legali. Il cosiddetto emailgate, il caso che riguardava l’utilizzo di un indirizzo mail privato al posto di quello istituzionale da parte dell’ex segretaria di stato ed oggi candidata democratica, con i conseguenti rischi in ambito di sicurezza informatica e trasparenza dell’amministrazione, si è concluso, è vero, senza un’incriminazione formale, ma non è tutto oro quello che luccica.

Conflitto di interessi. Sul Dipartimento di Giustizia, che avrebbe dovuto decidere dell’incriminazione, pesa infatti il conflitto di interesse dettato dalla sua nomina presidenziale, in sostanza un nominato da un presidente democratico (Loretta Lynch, a capo del dipartimento) avrebbe dovuto decidere la sorte della candidata democratica alla presidenza. Per questo il dipartimento ha subordinato il proprio pronunciamento al parere del FBI che ha sì consigliato di non procedere con l’incriminazione ma ha bollato come “estremamente negligente” il comportamento di Hillary non escludendo l’ipotesi che persone o enti “ostili” abbiano potuto avere accesso a quelle mail. Se a questo aggiungiamo che Bill Clinton ha incontrato alla fine di giugno Loretta Lynch, ovvero colei che, come abbiamo detto, doveva decidere delle sorti della moglie, adducendo poi scuse maldestre sui motivi dell’incontro

(“abbiamo parlato dei nostri nipoti”)

non stupisce che Trump abbia parlato di “sistema truccato” in riferimento al sistema di giustizia americano aggiungendo un sarcastico

l’FBI ha detto che quella corrotta di Hillary ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale, ma non sarà accusata. Wow!

Tira brutta aria per Hillary. Fisiologico quindi che il 67% dei votanti americani, secondo un sondaggio CBS/New York Times, reputi la Clinton disonesta e poco affidabile. Lo stesso sondaggio dà poi i contendenti appaiati al 40%, ben lontano dai 4-8 punti di vantaggio che venivano assegnati all’ex frst lady fino a non molto tempo fa. Ma le notizie peggiori per i democratici vengono dagli swinging state ovvero dagli stati da sempre considerati decisivi per le elezioni statunitensi.

Ribaltone in Florida. La CNN, citando un sondaggio svolto dall’Università di Quinnipiac nel Connecticut, assegna in Florida un 42% a Trump e un 39% alla Clinton, un crollo verticale visto che secondo le rilevazioni effettuate dallo stesso istituto un mese fa nel sunshine state (come viene chiamata la Florida) la first lady conduceva per 47 a 39. E anche in Ohio sarebbe un neck-and-neck fra i due candidati al 41%.

Trash Trump. Se la Clinton fa parlare di sé soprattutto per gli scandali che la riguardano, Trump mette sul piatto atteggiamenti e dichiarazioni al limite della gaffe che sembravano impensabili per un candidato alla presidenza USA, democratico o repubblicano che sia, ma che invece di indebolirlo finiscono per premiarlo, segno che gli elettori americani vogliono un presidente capace di uscire fuori dagli schemi imbolsiti del gioco politico a stelle e strisce.

Saddam e Gheddafi. Impensabile, fino a non molto tempo fa, sarebbe stato infatti per un candidato alla presidenza fare l’elogio di Saddam Hussein

(sapeva uccidere i terroristi)

e Muammar Gheddafi come ha fatto l’imprenditore repubblicano, indicando chiaramente come un errore l’aver destabilizzato Iraq e Libia dando via libera al terrorismo. Un cambio di rotta radicale in politica estera almeno rispetto alle ultime 7 amministrazioni, da quella di Bush padre (repubblicano) all’ultima Obama (democratico).

Hillary interventista. La reazione di Hillary è stata scontata, considerando che suo marito ordinò il bombardamento dell’Iraq mentre era presidente, che lei stessa votò a favore dell’intervento via terra di Bush nel 2002, in qualità di senatore di New York, e infine il suo ruolo, in qualità di segretario di stato, nel rovesciare il regime di Gheddafi. Secondo l’ex first lady, infatti, “gli elogi di Trump nei confronti di brutali tiranni sembrano non avere limiti” e le sue affermazioni “dimostrano quanto potrebbe essere pericoloso nel ruolo di Commander-in-Chief, e quando sia inadeguato ad esso”.

Vinca il meno peggio. Chissà a chi dei due daranno ragione gli americani. Di certo in questo caso il buon Bernie Sanders avrebbe potuto far valere il suo voto contrario all’intervento nel 2002. Speriamo di non dover pagare tutti la scelta fatta a giugno da poche migliaia di delegati democratici.

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Quest'anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l'indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L'anno prossimo vorrei fare l'astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l'apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

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