Tra speranza e impotenza: è un triste Diavolo

di
triste diavolo
@espn

Si sa che il Lunedì è, notoriamente, un gran brutto giorno. Se poi la tua squadra del cuore è il Milan, da almeno 5 anni a questa parte, l’inizio della settimana coincide quasi sempre con un senso amaro e devastante di impotenza.

È dura la convivenza con un simile sentimento, che per molti si è già trasformato in rassegnazione. Ma davanti agli occhi c’è una realtà incontrovertibile, un’opera di distruzione della gloria, del blasone, del nome di una squadra che fa parte dell’iconografia leggendaria del gioco del calcio.

I numeri impietosi, i record negativi, si susseguono da anni, con una regolarità impressionante : con quella di sabato sera, siamo a 6 sconfitte consecutive contro la Juventus in campionato, oltre ad aver continuato la striscia negativa nel nuovo stadio dei bianconeri, dal quale non si è mai portato via neanche un misero punto, nemmeno per sbaglio o per puro caso.

È molto difficile fermarsi a discutere di tattiche, di colpe dell’allenatore, di mancanza di personalità. È talmente palese l’incapacità di affrontare gare di cartello che ribadirla è superfluo. Questo non solo perché i calciatori di oggi non sono minimamente paragonabili a quei campioni che fino a pochi anni fa vestivano i colori rossoneri.

Il Milan impersona sempre più spesso la vittima sacrificale, anche in gare in cui gli avversari non riescono a imporre il proprio gioco, in cui non fanno niente di trascendentale. Già il derby era stato, sostanzialmente, simile alla partita coi bianconeri. L’esito, tristemente, era stato lo stesso, e non è difficile scommettere che si vedranno ancora partite del genere.

Il capro espiatorio

Ovviamente, il principale capro espiatorio è, e sarà sempre, l’allenatore di turno. Ma anche questo sembra ormai un gioco al massacro, una sorta di espiazione Dantesca che si ripete all’infinito. Di sicuro, Sinisa Mihaijlovic non è un fautore di gioco spettacolare, di prima, in velocità. Non è un tecnico che va alla ricerca della vittoria imponendo il suo gioco, schiacciando gli avversari. Chi si aspettava questo, chi addirittura lo pretendeva o lo pretende oggi, incappa in un errore madornale.

Semplicemente, non si riesce ad uscire dal circolo vizioso che vede il tecnico al centro dei mali della squadra, anno dopo anno, sconfitta dopo sconfitta. Eppure la realtà è ben diversa, per quanto faccia molto male: la mentalità e le idee di gioco del tecnico, giuste o sbagliate che siano, passano in secondo piano se la società non esiste, di fatto, essendo vecchia, logora, bollita, disinteressata, priva di ambizioni e di quel sacro fuoco che spinge alla costante ricerca del successo, che ha lasciato da parte l’orgoglio e l’appartenenza, che non ha strutture adatte ad assicurarsi una capillare conoscenza dei migliori calciatori in giro per l’Europa (senza voler allargare il discorso all’intero mondo calcistico, che sarebbe troppo).

Se un domani, per assurdo, Pep Guardiola arrivasse a Milanello, sarebbe comunque costretto a schierare Kucka – Poli – Montolivo e compagnia nella zona nevralgica, quella dove le partite si vincono, quella grazie alla quale si possono avere velleità di imporre una propria idea calcistica, il proprio gioco. E davvero qualcuno può realisticamente pensare che cambierebbe qualcosa? Certo, lo spagnolo è un plasmatore raffinato, ma c’è bisogno di materia prima. Senza quella, anche il più nobile tra gli artigiani non può creare nulla.

Triste Diavolo e prospettive inquietanti

E se le prospettive rossonere per gennaio si chiamano Boateng e Ranocchia, davvero ci si può sentire in dovere di discutere di allenatori, di sostituti di Mihaijlovic, di moduli e di tattiche?

Queste considerazioni, chiaramente, non esulano dalla valutazione delle responsabilità dell’allenatore serbo, che sicuramente non è riuscito a dare, fin qui, quello che un osservatore attento poteva legittimamente attendersi: compattezza, ripartenze veloci, squadra corta, determinazione, aggressività. Sono cose che si sono viste poco, e a sprazzi, e di certo non si può pensare che il tecnico sia esente da colpe.

Ma c’è anche da considerare che, probabilmente, da questi giocatori non si può cavare di più di questo, vuoi per i loro limiti intrinseci, vuoi, soprattutto, perché con una società assente qualsiasi calciatore tende a rilassarsi, a non dare il massimo. Tuttavia, a questo punto, l’unica cosa da augurarsi è che, grazie al calendario relativamente favorevole da qui a fine anno, si riesca a mettere insieme qualche altra vittoria di fila, di riffa o di raffa, badando al sodo.

La squadra è in ogni caso diversa da quella di inizio anno, subisce meno, è più compatta, alcuni giocatori sono in crescita e altri stanno per rientrare. Chiudere l’anno con un numero di punti vicino (o superiore) a 30 sarebbe comunque un discreto risultato. Poi non resterà che pregare, sperare in un miracolo che stravolga l’impasse societario. L’unica speranza per tornare a vivere dei Lunedì leggermente più sereni.

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Blog dal nome sofisticato gestito da un gruppo di pazzi scatenati accomunati dall'amore smisurato per il rosso e il nero. Undici maschi, una quota rosa e tante idee per la testa. Nel nome di Baresi, di Maldini e di Savićević santo. Diavoltaire, pensatori liberi, i filosofanti ciarlatani del Milan.

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