Storie di senza dimora. La questione abitativa ai tempi della crisi

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A volte non c’è bisogno di cercare un argomento. È l’argomento che ti capita addosso, e richiede la tua attenzione. È quello che succede quando incontri certe storie. Storie di senza dimora, in questo caso. Storie di persone, in ogni caso.

Storie di senza dimora: istantanee

storie di senza dimora
@Karim Corban

Così oggi, invece che di libri o biciclette, vorrei scrivere di Abdul: che è marocchino, vive in Italia da parecchi anni ma qui non si è mai sentito a casa. Ha lavorato come bracciante al sud, prima di essere assunto come operaio in fonderia in una città del nord, fino a che non si è fatto male alla schiena, tre anni fa. Non abbastanza male per essere dichiarato invalido, ma a sufficienza per non riuscire più a lavorare. L’anno scorso sua moglie è dovuta tornare in Marocco, dove almeno ci sono un tetto e dei pasti caldi per i bambini, mentre lui è rimasto per non interrompere la continuità residenziale che gli serve per i documenti. Abdul ci racconta degli ultimi mesi passati in giro, fra le città del nord e le zone di mare dove ogni tanto lo chiamano per riparare le reti, mentre si prepara un panino al formaggio con le cose che si è portato in un vecchio sacchetto di nylon blu.

Vorrei scrivere di Akhmed: anche lui marocchino, è in Italia da 9 anni e l’ha girata così tanto che la conosce sicuramente meglio di me. La sua vita assomiglia ad un movimento intermittente, un continuo sussulto simile a quello che gli viene ogni tanto mentre parla tutto concitato. Oltre ad aver lavorato per varie stagioni come giardiniere “per i zingari che hanno la villa” appena fuori città, racconta, finora si è barcamenato – a seconda delle zone – tra raccolta delle mele, raccolta delle arance, raccolta dei pomodori e raccolta del radicchio. Il problema si presenta adesso che, con il vero freddo, non c’è quasi più niente da raccogliere. Versa i contributi in Italia, Akhmed, ma non capisce quale sia il senso: “loro dicono che avrò la pensione dopo i 60 anni ma, se continuo così, io a 40 sono già morto”.

Avidd invece ha circa 50 anni, è kosovaro ed accetta di entrare in dormitorio solo se può portare dentro anche la sua bicicletta. La tiene curata e pulita come fosse un gioiello, ed è l’unica risorsa inesauribile che ha e gli permette di spostarsi senza spendere. Della sua famiglia, invece, non vuole parlare: i figli sono troppo lontani per nominarli senza provare dolore e i pensieri è meglio scacciarli via assieme al fumo, una sigaretta dopo l’altra.

E poi vorrei scrivere di Thomas, un omone italiano dall’aria simpatica ma stanca, che lavora in nero in una città parecchio distante ma, di sera, torna sempre qui, perché è qui che è riuscito in qualche modo a sistemare la moglie e i figli, alloggiandoli in casa di alcuni parenti. Solo per un periodo, però, finché non trova una soluzione. Thomas ha perso la casa l’anno scorso: licenziato da una grossa fabbrica per esubero del personale, è riuscito a pagare l’affitto per alcuni mesi, poi le spese per le utenze, unite a quelle per la scuola dei tre figli e a qualche riparazione imprevista hanno superato le entrate della cassa integrazione. Al momento lui e la sua famiglia sono in lista per un alloggio pubblico, ma non sa ancora se, e quando, verrà loro assegnato. Eppure, protesta, di case vuote in città ce ne sono tante, e ci sarebbe pure la possibilità di richiedere il cosiddetto “affitto sociale”, ma “i proprietari preferiscono tenere il prezzo alto e l’appartamento vuoto, tanto loro non hanno mica problemi di soldi”.

Vorrei scrivere anche di un altro ragazzo, il più giovane incontrato stasera, che chiamerò Karim perché non ha mai voluto dirci il suo vero nome, nel caso a qualche suo parente in Algeria giungesse voce che non se la sta passando poi così bene come racconta loro al telefono. L’italiano di Karim ha qualcosa di vagamente letterario, ma l’università che aveva iniziato in Marocco ormai è solo un lontano ricordo. I primi anni, qui, aveva un lavoro fisso nel settore metalmeccanico, ma poi “la crisi si è portata via la fabbrica” e sono cominciati i problemi. Esaurite sia la cassa integrazione che la mobilità, Karim ha provato a spostarsi altrove per cercare lavoro e, quando infine è tornato qui con in tasca appena i soldi per l’affitto di un altro mese, appeso alla porta si è ritrovato un avviso di sfratto con effetto immediato. Da allora chiede aiuto agli amici e agli ex colleghi, perché non ha il coraggio di andare all’ufficio stranieri del comune e iniziare la lunga odissea burocratica per la valutazione della condizione economica che lo metterebbe in graduatoria per un alloggio a canone facilitato: “tanto le liste sono lunghe, e ormai è già inverno”. Karim ha appena 30 anni ma non torna a casa sua, in Marocco, almeno da otto.

Nemmeno Angelica è il vero nome della ragazza di cui vorrei scrivere: lei ha 22 anni, è italiana e da qualche parte ha una famiglia, ma questo non basta a garantirle un minimo di pace. Ormai parecchio tempo fa qualcuno ha deciso per lei un Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio), e da allora Angelica cerca periodicamente di scappare dalla struttura in cui è contenuta e in cui dice di non sentirsi a casa. D’altra parte nemmeno quella da cui l’hanno portata via a forza è più casa sua: così, può succedere che capiti da queste parti, dopo decine di chilometri percorsi in treno o in autobus, e che resti in giro finché qualcuno non la nota per il suo aspetto trasandato e confuso e chiama i carabinieri. Perché Angelica sbarchi proprio qui, dove sa già che verrà ripescata e puntualmente riportata indietro, nessuno l’ha ancora capito.

Vorrei scrivere di loro come di tanti altri, e poco importa se questi sono davvero i loro nomi, e se questo dormitorio, in cui sediamo a bere un tè caldo prima di andare a dormire, si trova in questo o in quel capoluogo italiano. Con le sue strade pulite, i suoi alberi illuminati a festa e i suoi sanpietrini ben levigati dal continuo passaggio dei Suv, questa città potrebbe essere una qualsiasi di quelle in cui tutti noi viviamo, e i miei conoscenti di stasera potrebbero essere una qualsiasi delle persone che vi passano spesso accanto con le mani ben ficcate in tasca e, lo sguardo perso a terra, vi sfiorano per un attimo sotto i portici, per poi girare l’angolo e sparire.

Storie di senza dimora: la casa che non c’è

storie di senza dimora
@Pedro Ribeiro Simões

Abdul, Akhmed, Angelica e gli altri non hanno una casa. L’hanno appena persa oppure, in un certo senso, non l’hanno mai avuta. Anche grazie al passaparola, la sera di solito si riuniscono in stazione, dove sanno che ad una certa ora gli operatori passeranno a portare loro qualcosa di caldo da bere e a distribuire gli inviti per il dormitorio. Si conoscono tra loro, e non se la prendono se non tutti riescono ad avere un letto per la notte: si daranno il cambio la notte successiva, o quella dopo ancora, perché anche nella vita di strada vi sono regole chiare e precise forme di solidarietà.

Qualcuno di loro è già in lista al dormitorio comunale dove, se ottiene un posto, potrà tornare tutte le sere per almeno qualche settimana (in Italia, il periodo varia da comune a comune), e superare così il periodo più freddo dell’anno. Qualcuno è stato al dormitorio della Caritas, dove a volte ti danno anche da mangiare, ma non ci va volentieri se è da solo. Qualcun altro si arrangia andando avanti e indietro sui treni, tanto deve comunque spostarsi per lavoro.

Come ci ricorda, fra gli altri, il toccante film Gli equilibristi, diretto da Ivano de Matteo, il confine fra stabilità e disagio è estremamente labile. I percorsi che portano a non sentirsi a casa in nessun luogo, infatti, sono molteplici e spesso imprevisti, come si comprende ascoltando le storie di senza dimora, tra cui c’è chi, la propria casa, l’aveva data in qualche modo per scontata.

Casa e lavoro non vanno sempre di pari passo: molte delle persone senza fissa dimora che ho conosciuto lavorano, anche se a volte in nero. Eppure succede che lavorare non basti, e loro hanno visto la loro casa pian piano trasformarsi da un posto fisico e circoscritto in una rete di strade, ponti, trasferimenti, binari e coincidenze. E la coincidenza più importante, soprattutto in inverno, consiste nel riuscire a congiungere la permanenza in un luogo chiuso con quella in un altro luogo riparato, senza passare troppo tempo all’aperto, soprattutto di notte.

I servizi comunali e quelli offerti dagli organismi cooperativi non sempre riescono ad assorbire tutta l’utenza costituita dalle persone senza fissa dimora, il cui numero in Italia è in forte crescita (più di 50 mila nell’ultima indagine Istat) e vede aumentare sempre più la percentuale di italiani, laddove fino a non molto tempo fa era nettamente più alta quella degli stranieri. Tralasciando il caso di chi sceglie per qualche motivo di vivere in strada, la povertà – di cui la perdita della casa è spesso l’indizio più evidente – ha ormai varcato i confini etnici, generazionali e geografici, rivelando la propria natura più autentica: quella di una condizione potenzialmente democratica, possibile anche se inaspettata, spesso irreversibile.

Oltre ai servizi pubblici, in molte realtà urbane sono nate iniziative di sostegno dal basso, come i dormitori auto gestiti che offrono alcuni posti letto per la notte. Per esempio nella capitale, dove i senza fissa dimora che dormono all’aperto sono almeno 2.500, è stata pubblicata di recente la nuova edizione della guida Roma. Dove mangiare dormire lavarsi.

Sembra difficile, però, prima di tutto comprendere la natura di un fenomeno che sta cambiando e, a proposito del quale, più che di emergenza sarebbe meglio parlare di questione abitativa: una questione – cioè una situazione, ma anche una domanda – che ci riguarda tutti: cosa faremmo, e soprattutto dove andremmo, se ad un certo punto ci ritrovassimo senza quella che consideriamo la nostra casa?

Jerome D. Salinger scriveva che tutto ciò che facciamo nella nostra vita è andare da un piccolo pezzo di terra sacra all’altro. Ebbene: se fra i luoghi del nostro continuo spostarci ce n’è uno che è più sacro degli altri, è di certo quello che consideriamo la nostra casa. Per questo perdere la casa, essere senza casa, toglie all’uomo i punti di riferimento fondamentali per il proprio percorso di vita.

Storie di senza dimora: buonanotte

storie di senza dimora
@Monica Kelly

Eppure negli occhi di Abdul, Angelica, Karim e gli altri vibrano realismo, pazienza e dignità. Non un giorno alla volta, si vive, ma una notte alla volta: perché è la notte il momento più lungo, più duro e spesso più insopportabile.

Prima di salutarci per andare a letto, Karim mi dice che noi – intendendo tutti coloro che, in qualche modo, rendono possibile per loro dormire al caldo e al sicuro almeno una notte ogni tanto – siamo persone “benedette da Dio” e che lui ci ringrazia anche se sa che “grazie non è abbastanza per una casa”. Karim è musulmano, io sono di altra tradizione, eppure nelle sue parole non c’è alcuna traccia delle differenze culturali e religiose, dei concetti astratti e delle colpe primordiali di cui sento blaterare tutto il giorno fra giornali, tv, social network e chiacchiere da bar.

Di fronte a me c’è Karim, ma domani sera potrebbe esserci qualcun altro, e il punto – mi dico osservando il suo piumino della Kappa ricucito alla bell’e meglio su una spalla – è proprio questo. Raccogliamo le tazze, ci stringiamo la mano e ci auguriamo buona notte: dopo aver passato le consegne agli operatori del turno successivo e mentre mi avvio verso casa mia, dove io posso tornare ogni sera a dormire, sento che questa sarà sicuramente una buona notte.

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Antropologa culturale e insegnante di italiano a stranieri con una passione per l’etnografia, la glottodidattica e la narrazione. Lettrice onnivora e compulsiva, scrive col contagocce perché non ama sprecare le parole. Adora le birre artigianali e, finora, le migliori idee le sono venute andando in bicicletta.

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