Housing First in Italia | I risultati di un modello che funziona9 min read

2 Aprile 2021 Welfare -
Barbara Gnisci

di -
Psicologa e giornalista

Housing First in Italia | I risultati di un modello che funziona9 min read

Reading Time: 7 minutes

Scritto con la collaborazione di Silvia Manzani

La casa che dà inizio a un percorso verso la dignità. La casa che fa rima con diritti. La casa che, come in un gioco di parole, consente di pagare la casa stessa. Questa l’innovazione portata dai progetti Housing First in Italia, che il Ministero per le politiche sociali ha riconosciuto nelle proprie linee guida come un approccio efficace nel contrasto all’homelessness e alla marginalità sociale.

Un approccio innovativo, se non rivoluzionario, che ribalta la concezione secondo cui l’autonomia abitativa è il punto di arrivo e non quello di partenza per le persone senza dimora: Housing First, appunto, la casa prima di tutto.

Sviluppato negli anni novanta dallo psichiatra Sam Tsemberis a New York, e poi diffusosi in tutti gli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa, il modello Housing First riconosce la casa come diritto umano di base e inserisce quindi le persone senza dimora in appartamenti autonomi, a volte direttamente dalla strada, con l’accompagnamento di un’équipe multidisciplinare di operatori sociali.

Negli anni si è rivelato un approccio efficace per migliorare la condizione di molte persone senza dimora; diverse ricerche in diversi paesi mostrano che nell’80% dei casi le persone migliorano la propria condizione, uscendo dall’isolamento, prendendosi cura di sé, recuperando le relazioni sociali e familiari. Questo avviene anche nei progetti Housing First in Italia.

Dati e risultati dell’Housing First in Italia

A seguito dei successi internazionali del modello, Housing First si è diffuso anche in Italia strutturandosi in un network, chiamato appunto Network Housing First Italia, fondato e coordinato dalla Federazione italiana organismi per le persone senza dimora (fio.PSD). Il network conta circa 50 organizzazioni aderenti che hanno attivato progetti in tutta Italia.

Caterina Cortese, ricercatrice responsabile dell’Osservatorio della Federazione che monitora i progetti di Housing First in Italia, ci spiega che “in Italia la storia di Housing First ha avuto due stagioni. La prima, partita dal basso, è durata dal 2014 al 2019. La seconda, iniziata sull’onda di alcuni importanti stanziamenti ministeriali, ci ha portati dove siamo oggi, con oltre mille persone che abitano negli appartamenti dei progetti, che vanno da Biella fino ad Acireale. L’aspetto importante è che i numeri sono in crescita perché le esperienze aumentano: nel giro di cinque anni, non a caso, si sono raddoppiate».

housing first in italia
Foto: Michela Razza

Il punto cruciale di Housing First è quello di superare la logica dell’assistenzialismo consentendo alle persone bisognose di avere un tetto ma chiedendo loro, al tempo stesso, di contribuire alle spese per l’affitto, con l’obiettivo dell’indipendenza. «Un obiettivo quasi sempre raggiunto – dice Cortese – solo una piccola percentuale dei beneficiari, infatti, lascia i progetti, per lo più per recidive penali o legate alle dipendenze o perché per loro è meglio un’altra soluzione abitativa. Per il resto, i risultati sono promettenti. Le persone acquisiscono diritti, come quello alla residenza che a cascata ne porta molti altri». E poi i dati, impressionanti:

A distanza di due anni dall’ingresso in casa, il 90% di loro è ancora dentro, un indicatore di “housing stability” che non è cosa da poco. Perché quando vivi per strada il primo pensiero, al mattino, è proteggerti dalle insidie esterne. Quando hai una casa, invece, puoi permetterti di fare una doccia, vestirti e andare a cercare un lavoro. La casa, insomma, fa la differenza.

Un altro dato interessante è quello dell’autonomia: dopo due anni il 23% dei beneficiari di Housing First in Italia arriva a riscattare l’affitto, rapportandosi dunque direttamente con i proprietari, o a trovare un’altra soluzione abitativa: «Sono le donne a uscire per prime, forse perché hanno un’intraprendenza diversa, forse perché hanno meno anni di vita per strada sulle spalle o maggiore facilità a ricollocarsi nel mercato del lavoro».

E le ripercussioni arrivano anche sulle relazioni, non solo quelle con i padroni di casa ma anche quelle con i propri parenti: «Andare a trovare un familiare in dormitorio può essere complesso o fonte di vergogna, le cose cambiano se c’è un’abitazione”.

Ad accedere ai programmi di Housing First in Italia sono per il 70% italiani e per il restante 30% persone con cittadinanza straniera, provenienti per lo più da paesi extra Ue. Sul totale della torta, inoltre, il 63% è costituito da uomini: «Da dicembre 2020 – conclude Cortese – abbiamo dato vita a una community dell’Housing First in Italia, un luogo di scambio, supporto e formazione, ma anche di monitoraggio scientifico da parte di terzi. È un passo in avanti che ci consente anche di tenere un occhio alla coerenza dei progetti rispetto ai principi fondamentali. Peccato che in Italia abbiamo ancora un sistema di welfare basato sui progetti, che faticano a diventare servizi e a uscire, quindi, dalle finestre dei finanziamenti».

Storie di beneficiarie di Housing First in Italia

Tra le persone che grazie all’Housing First in Italia stanno avendo un’opportunità di riscatto, non solo abitativo, ci sono Mwajabu Waziri Makarani e Felicia Mocanu, che insieme ai loro bambini condividono un appartamento a Faenza, in provincia di Ravenna.

Mwajabu Waziri Makarani

«Sono originaria della Tanzania – racconta la prima, 28 anni – e sono arrivata in Italia da adolescente per conoscere mia madre, che si era trasferita molto tempo prima. Quando cinque anni fa è nata mia figlia, che mi sono ritrovata a crescere senza il padre, ho iniziato a sentirmi un peso: la casa di mia madre, che ha altri tre figli, è piccola. E sentivo che era ora che prendessi la mia strada. Peccato che, con un lavoretto part-time, non avessi troppe possibilità di affrontare un affitto da sola. Finché l’assistente sociale mi ha parlato di Housing First e ho raggiunto Felicia, che allora aveva un bimbo di dieci mesi e viveva insieme a una ragazza italiana e a suo figlio».

Anche se la convivenza non è sempre rose e fiori, Mwajabu si è adattata in fretta: «Ho una camera per me e la mia bimba, in cui stiamo bene. Abbiamo anche allestito la terza stanza, che al momento non è occupata, con i giochi. L’equilibrio è delicato ma sono molto grata alle possibilità che il progetto mi sta offrendo. Questo è il posto che posso chiamare casa, quando sono triste ho comunque una stanza grande dove ascoltare la musica e guardare la tv».

Felicia Mocanu

Anche Felicia, 44 anni, da tredici in Italia, separata e con un bimbo di tre anni, vive la chance che le è stata data come qualcosa di grande: «Sono completamente sola ma oggi ho un lavoro che mi consente di sostenere le spese per la casa, una rete di vicini che mi danno una mano, una coinquilina con una figlia che ha legato tanto con il mio. Non è poco per una come me, che ancora non può spiccare il volo verso l’autonomia. In casa mi piace tanto cucinare e sperimentare piatti di altri paesi. Senza Housing First non so proprio dove potrei essere ora, il progetto mi ha salvato e spero che sempre più persone lo conoscano».

Il tema delle donne con figli, in effetti, all’interno di Housing First costituisce una parte fondamentale. A confermarlo è Dora Casalino, responsabile del progetto in provincia di Ravenna, dove è stato avviato dal consorzio Il Solco: «Il problema abitativo delle mamme e dei loro bambini rientra nei bisogni legati alla crescita della povertà in generale. Nello specifico, nel Ravennate stiamo rispondendo anche a un’esigenza che ci viene segnalata dai servizi. Senza Housing First, le nostre donne vivrebbero in strutture d’accoglienza dove familiarizzerebbero troppo con l’assistenzialismo: non pagherebbero l’affitto, non dovrebbero preoccuparsi delle bollette e di pagare la spesa».

Casalino non condanna questo approccio. Ma c’è un però: «L’importante è questi percorsi siano temporanei. Le persone devono recuperare dignità, avere le chiavi di casa in mano. In questo senso le donne, una volta rientrate nel mondo del lavoro, spesso recuperano tutti gli aspetti della loro vita, comprese le buone relazioni. Il fatto che restino più o meno a lungo nei nostri appartamenti, o che riescano a riscattarne l’affitto, molto dipende dai loro singoli progetti di vita. Noi le agevoliamo solo andando a toccare, attraverso il tema dell’abitare, tutte le sfere della loro vita, come può essere l’idea di allestire una stanza per i giocattoli, dove fare divertire i bambini. Per il resto, quello che vediamo è che i rapporti che instaurano sono il più delle volte positivi e arricchenti».

The Passengers: il film sull’Housing First

Housing First sta diventando anche un film. The Passengers è un lungometraggio (attualmente in lavorazione) di Tommaso Valente e Christian Poli che narra le vite di alcuni dei protagonisti di Housing First della città di Ravenna: “Ho scelto di raccontare le storie di queste persone attraverso l’autonarrazione. Proprio come è fondamentale il diritto all’abitare, lo è anche quello di scegliere come raccontarsi. Troppo spesso le persone ‘fragili’ subiscono il racconto di loro stessi”.

Tommaso Valente ha già girato un cortometraggio su Housing First in Italia nel 2015, un’esperienza talmente forte che lo ha portato a diventare operatore sociale: “Ho iniziato a girare documentari nel 1999 con un lavoro su Piazza Vittorio e la stazione Termini, poi mi sono spostato verso il mondo della natura. A un certo punto, dopo essermi trasferito a Bologna, ho sentito la necessità di riposizionarmi creativamente. Volevo entrare in contatto con ciò che volevo raccontare. Ed è così che, quando Dora Casalino, la responsabile del progetto di Ravenna, mi ha chiesto se volevo diventare un educatore, ho accettato senza pensarci due volte. Una peculiarità di questa realtà è proprio quella di essere formata da un’equipe transdisciplinare, dove formazioni e saperi differenti apportano contributi e nuovi valori”.

Dal cortometraggio nasce il film e le riprese sono iniziate a settembre 2020: “Ho cominciato a lavorare al secondo mentre giravo ancora il primo. Il film non è la continuazione di quello precedente, ma idealmente il completamento di quello che avevamo iniziato. Non ho mai smesso di raccogliere le storie e di ascoltare la voce dei protagonisti. Ho seguito le evoluzioni delle loro vite e i cambiamenti di Housing First che è sempre in divenire”.

Il film, prodotto da Kamera Film, è in parte finanziato da un crowdfunding voluto dagli stessi protagonisti: “Loro sono parte attiva di questo racconto, che è un percorso verso la consapevolezza per chi vive questa storia, ma anche per chi la conosce per la prima volta. Queste sono storie che hanno un interesse universale”.

Perché non riusciamo a garantire una casa a tutti?

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Barbara Gnisci

Giornalista pubblicista e psicologa, ha unito la sua capacità di ascolto e empatia alla sua passione per la scrittura, cominciando a raccogliere storie di vita. Scrive per testate locali romagnole e per blog su immigrazione, sociale, arte e benessere.
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