Scontro Grecia-Unione Europea: è finito un sogno?

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Scontro Grecia-Unione Europea: è finito un sogno?
@Kathimerini

È tutto finito, o quasi. Il grande economista Jeremy Rifkin solo qualche anno fa pubblicava “il sogno europeo” che, in contrapposizione alle incongruenze del sogno americano, descriveva in tutta la sua forza e grandezza basate sulla solidarietà e sull’economia sociale di mercato.

Oggi quel sogno è, quasi, sbriciolato

Il più grande esempio di integrazione e condivisione pacifica fra popoli diversi, stufi di massacrarsi per secoli, sembra al capolinea, con conseguenze che fanno tremare i polsi e mettono una tristezza enorme sotto la pelle. A chi può sembrare ragionevole che tale insperata realtà, quasi commovente nelle sue fondamenta e anche in molti suoi sviluppi, possa crollare per colpa di errori – piccoli o grandi che siano – dell’economia fra le più piccole dell’Eurozona?

E infatti non è così. Certo, sappiamo fin troppo bene che i governi succedutisi in Grecia dall’entrata in vigore dell’Euro – e ovviamente anche prima – sono stati un susseguirsi di disastroso populismo, di spesa pubblica senza senso, di debito alle stelle, di sistema clientelare e insostenibile, senza il minimo tentativo di utilizzare i grandi vantaggi di stabilità monetaria che l’Euro ha conferito per costruire un sistema sano, moderno, sostenibile. D’altronde è più o meno lo stesso metodo utilizzato dall’Italia. Una vergogna. Una macchia propria e di sola propria responsabilità che rimane e non va nemmeno per un attimo dimenticata, altrimenti si rischia di cadere in un vittimismo melenso che fa perdere di vista il senso delle cose (se ne è rimasto).

Sappiamo anche che un Paese che dieci anni fa era il malato d’Europa, la Germania, nello stesso periodo di tempo in cui altri ponevano le condizioni per il disastro, costruiva le fondamenta della propria solidità. Ma può bastare questa dicotomia per giungere alla conclusione che sembra profilarsi? No, non è tutto così semplice.

I negoziati fra la Grecia e la ex-Troika sono stati abbandonati dal Governo di Atene, unilateralmente. Apparentemente le distanze incolmabili fra le posizioni delle parti in causa sono riferite alle proposte di aumento dell’IVA all’innalzamento dell’età pensionabile. Questa notte scade il debito di 1,5 miliardi di euro con FMI e in assenza di accordo per la prossima tranche da 7,2 miliardi la Grecia andrà in default.

Scontro Grecia-Unione Europea: il referendum del 5 luglio

Domenica 5 luglio i Greci si esprimeranno in un referendum per decidere se accettare le condizioni della Troika (chiamiamola pure con il suo nome) o rifiutarle e aprire scenari imprevedibili, con anche possibile uscita dalla moneta unica. Le misure tecniche in discussione sono fondamentali e vanno osservate e capite, perché i problemi complessi non hanno soluzioni semplici. Tuttavia, allo stadio a cui si è giunti, è anche necessario ampliare lo sguardo.

Scontro Grecia-Unione Europea: è finito un sogno?
@Yannis Katomeris

La Grecia non può nella maniera più assoluta reggere condizioni più pesanti di quelle che ha già subito. E nemmeno più leggere, ormai. Ugualmente, non può ripagare tutto il debito e non alle scadenze previste. Quale che sia il mandato che Tsipras ha ricevuto dagli elettori, condito da più o meno dosi di populismo e azzardo, rimane un dato: i creditori non possono imporre un accordo in cui ogni singolo euro di surplus viene dedicato al ripagamento del debito. Non è accettabile per un popolo allo stremo, in nessuna parte del mondo. Tantomeno in un’Europa che si è costruita unita. Il discorso potrebbe finire qui.

Atene, in ogni caso, intende ripagare almeno parte del debito, così facendo ammettendo implicitamente la legittimità dello stesso. Allo stesso tempo, un recente audit indipendente del debito greco lo ha definito illegittimo, illegale ed odioso (non in senso emozionale, ma nell’accezione giuridico-economica, secondo la teoria dell’odious debt). Quale che sia la verità giuridica, sappiamo di certo che le condizioni imposte in particolare da FMI e Germania al programma per la Grecia sono state al limite dell’umano e, il tutto, perché in particolare la Germania doveva mettere al sicuro l’enorme quantità di denaro prestata alla Grecia dai propri istituti di credito. Questo, visto il bagno di sangue imposto alla popolazione inerme, basta a rendere quel debito illegittimo. Se anche i creditori ritengono che la proposta della Grecia per risanare la propria economia e ripagare il debito (illegittimo) sia sbagliata o inconcludente, devono pensare un po’ più in grande, se non vogliono essere responsabili di una catastrofe i cui profili ancora non riescono forse a vedere.

Quello che i creditori devono cogliere e al più presto è che bisogna accettare il fatto che la Grecia non può sopportare certe misure: la Grecia non ha un sistema produttivo per sostenere l’innalzamento dell’IVA proposto, né per ritoccare oltre certi limiti il sistema pensionistico. Queste sarebbero e sono riforme ragionevoli in paesi con economie in salute o quasi (in Italia le abbiamo fatte e meno male che ce le ha imposte l’Europa), ma in Grecia, oggi, non si può e non si deve. È una stretta mortale. Bisogna prima dare ossigeno, perché l’economia greca ha comunque fatto dei passi in avanti negli ultimi anni sotto il programma della Troika e bisogna riconoscerlo.

Le enormi responsabiità dei creditori

Oggi non è il momento della mano pesante, ma dell’aiuto per rialzarsi. Con buona pace del FMI, che andrebbe estromesso dalla trattative in malo modo. Anzi, l’Europa non dovrebbe essere seduta dalla parte del tavolo in cui siede FMI, ma dall’altra parte. Grecia e Europa (BCE, Commissione) dovrebbero essere parte negoziale comune contro il Fondo, per poi accordarsi internamente. Certo, se oggi i Greci hanno qualcosa di cui vivere è merito dell’Europa e dell’Euro. Tuttavia, bisogna realisticamente accettare il fatto che la Grecia, oggi, non può fare quello che le si chiede con visione miope e assassina. Se i creditori vedono davvero il bene dell’Europa, prima ancora che dell’Euro, devono mollare il colpo. Perché se anche in extremis si trovasse un accordo alle loro condizioni capestro, avrebbero soggiogato un popolo e distrutto le fondamenta dell’Unione, perché l’Europa non è stata costruita per questo. L’Europa è stata costruita perché tutto ciò non accadesse. L’Europa non è la Germania. L’Europa significa che le regole vanno rispettate (anche dai greci) ma che il rispetto delle regole non può essere un veleno mortale somministrato ai figli dell’Europa stessa. E, in quanto a regole, quando per due volte negli anni 2000 Germania e Francia sforarono il requisito del 3% nel rapporto fra deficit e PIL, nessuno disse nulla. Quando invece accadde a Irlanda e Portogallo, partirono le procedure di infrazione. Così non va bene, così viene giù tutto.

Il presupposto più grande, infatti, lo sguardo più ampio a cui si accenna, è il sistema generale della moneta unica e dell’Unione europea, per come è costruito ma soprattutto per come è interpretato da parte di chi ne tiene le redini. Cioè in primo luogo dalla Germania, ma non solo. La crisi del debito sovrano seguita alla grande crisi finanziaria del 2008 ha reso palese che non può esistere una unione monetaria se non ne esiste una economica (cioè fiscale) e una politica. Semplicemente non può essere che economie con la bilancia dei pagamenti della Germania e della Grecia possano avere la stessa moneta senza regole comuni negli altri campi citati.

Soprattutto, non può esistere che le regole comuni siano quelle attuali.

Esse possono andare bene per la Germania ma stanno lentamente devastando le economie dei paesi del sud Europa, con il benestare della Germania stessa. Questo non è più sostenibile. Bisogna trovare regole comuni diverse per la moneta unica e per un’unione fiscale che la sostenga, altrimenti si continuerà a cercare di far ingoiare a forza un sistema simil tedesco a economie molto diverse, quali ad esempio quella italiana. Far quadrare i conti è obbligo morale e civile che prescinde dalla moneta unica. La totale mancanza di disciplina dei Paesi del sud Europa è un male per essi stessi, con o senza moneta unica. La grande balla che in tempi di crisi basta svalutare la moneta – come ha sempre fatto l’Italia in stile repubblica della banane – rimane tale, perché falliscono anche le economie che battono la propria moneta nazionale (ricordate l’Argentina?). Il problema non è dunque l’Euro, anche se alcune regole di appartenenza alla moneta unica vanno necessariamente riformate. Il problema è creare il resto dell’architettura che deve sorreggere la moneta unica. Nel frattempo, affamare le economie diverse da quella tedesca è solo un’operazione lucida e programmata che porterà al disastro.

Tornando alla questione greca, è difficile dire se la storia giudicherà Tsipras come politico responsabile o come uno che scarica il barile sul popolo con il referendum del 5 luglio. Sicuramente in questa scelta c’è l’enorme drammaticità del momento, il rispetto del suo popolo in un passaggio così difficile e anche – naturalmente – la visione politica di se stesso. In pratica ha posto la fiducia su se stesso, per non passare alla storia come affamatore del suo popolo. Vai a dargli torto. Certo, è anche un rischio far esprimere la popolazione su termini così complessi che per loro natura rischiano di semplificazioni strumentalizzanti in un modo o in un altro, ma non si vede cosa altro potesse essere fatto. Inoltre, aleggia comunque una bella sensazione di democrazia, se si immaginano i creditori presi alla sprovvista e in attesa di sapere se 11 milioni di greci sbatteranno loro la porta in faccia decidendo di morire piuttosto che accettare le loro condizioni, restituire i soldi e magari far naufragare quell’idea di Europa. E per aprire questa opzione, anche da parte di Tsipras, ci vuole un fegato che molti si sognano. Ad oggi, il referendum è la cosa migliore. E chi dice sia rischioso dice bene, ma forse non ha colto a che punto si è giunti.

Quello che è certo, infatti, è che non si doveva arrivare a questo punto. Non bisognava portare Tsipras e la Grecia a a tale punto di disperazione, non bisognava stritolarli. Lo sostengono perfino esimi premi Nobel quali Krugman. Questa visione calvinista del “chi sbaglia paga” non può essere portata a questi estremi, perché su ciò non può reggersi nessuna unione, né di persone, né di Stati, né di economie. Anche perché allora bisognerebbe analizzare per bene gli errori e vedere se stanno tutti da una parte sola. Non che allora valga più il “non paga mai nessuno” di impostazione latina, ma bisogna trovare delle vie di mezzo per le quali la persone non debbano fare la fame. Altrimenti di cosa stiamo parlando.

L’Europa non crolla per colpa della Grecia. La Grecia, come l’Italia, ha perso molti treni che l’Europa ha messo a disposizione per risanarsi. Ha forse sbagliato anche a iniziare le trattative con sprezzante spirito di superiorità, perché cambiare le cose è legittimo – anzi in questa Europa neoliberista senza reti di protezione è necessario e urgente – ma è difficile sostenerlo mentre stai in vita grazie ai soldi altrui. Tuttavia ora non le può essere imposto un giogo mortale.

L’Europa senza Grecia non può esistere

L’Europa non può essere questo. E l’Europa senza Grecia è l’inizio della fine. Se i creditori, su cui ricadono le colpe di aver portato il negoziato a questo livello di tensione, non vedono il bersaglio più grande, cioè il sogno europeo stesso, allora fa bene la Grecia a ribellarsi. Se così è, allora è la Grecia il sogno europeo. L’Europa necessita di nuove regole, l’austerità stritola ad uno ad uno i paesi con economie strutturalmente diverse. Non può andare avanti così. Non può esserci competizione mortale fra i paesi europei, deve invece esserci cooperazione. Tutto il resto sono pezze contabili da mettere qua e là, ma se la linea resta questa, si scateneranno per mezza Europa populismi destrorsi e xenofobi. Perderemo tutti, la storia ce lo dimostra. Serve una cosa sola: un’Europa vera, solidale, che coopera e si aiuta, che mette in comune davvero tutto e non lascia il comando allo Stato potente di turno, consentendogli di utilizzare le regole comuni per annichilire gli altri. Serve che i creditori facciano un passo indietro, sostanziale, materiale e che aprano la porta a un programma di aiuti e modernizzazione compatibile alla realtà e alla possibilità della Grecia di ottemperarvi senza morire nel mentre. Un programma lungo nel tempo, ampio nelle condizioni, che sia mano tesa e non pugno in faccia. Un programma che cancelli buona parte se non tutto quel debito senza più possibilità di essere pagato senza morire (e pertanto illegittimo). Certo, in tale ipotesi anche noi italiani ci perderemmo 40 miliardi. Ma è nulla rispetto a quello che si perderebbe in caso contrario.

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