Referendum: niente quorum, vota il 32%

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Niente quorum, vince l’astensione

Come era facilmente prevedibile -nonostante gli ultimi giorni il referendum fosse diventato strumento politico pro o contro Renzi- i promotori del referendum contro le trivelle sono stati sconfitti dall’astensione. Un partito dell’astensione che ha potuto contare sul tradizionale 25-30% di astenuti e di un 40% di cittadini che hanno scelto di non farlo.

Dunque ha avuto la meglio lo scarso appeal del tema referendario e l’invito all’astensione da parte del governo. Hanno stravinto i sì con l’85,8%, i no si sono fermati al 14,2%.

ore 19

Affluenza referendum: alle 19 ha votato il 23,46%

Il partito dell’astensione nettamente prevalente, nonostante si sia parlato molto di questo referendum e nonostante Renzi e opposizioni l’abbiano trasformato in un voto pro o contro il governo e il premier. Difficile si arrivi anche solo al 40%.

Le regioni in cui si è votato di più sono le dirette interessante dal tema trivelle:
Basilicata (29,77%),
Puglia (28,83%)
Veneto (26,57%)

Intanto fa arrabbiare i referendari un tweet da bulletto di Ernesto Carbone, deputato e membro delle segreteria Pd, che prende in giro i promotori

ore 12

Affluenza referendum: alle 12 ha votato l’8,35%

Primi dati sull’affluenza del referendum sulle trivelle: il dato sembra molto basso, ma come ci ricorda Enrico Mentana, è necessario aspettare per tirare le somme. Diverse le percentuali regione per regione: guida la Basilicata con l’11,44%, seguono Puglia (10,86%) e Veneto (10,28%). Molto basse le percentuali in Calabria (5,75%), Campania (6,22%) e Sicilia (6,36%). Si vota fino alle 23.

13 marzo

Il 17 Aprile gli italiani avranno l’occasione di votare il referendum per esprimere la loro preferenza sul rinnovo delle concessioni per l’estrazione di gas e petrolio dai nostri mari. In molti non conoscono però il perché di questo referendum: chi lo ha richiesto, perché adesso, cosa domanda il quesito referendario o quali conseguenze porterà la vittoria del sì. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza.

Referendum sulle trivelle del 17 aprile: cosa prevede

Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, un referendum è stato richiesto ed ottenuto da ben nove Regioni: Liguria, Veneto, Marche, Sardegna, Campania, Molise, Basilicata, Calabria, Puglia. L’articolo 75 della Costituzione permette infatti di indire un referendum non solo tramite la raccolta di 550mila firme, ma anche sotto la richiesta di almeno cinque Consigli Regionali. Il quesito referendario riguarda l’abrogazione del comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 152 del 2006: in origine questo faceva espressamente divieto di svolgere “attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi” entro 12 miglia marine dalla costa; tuttavia, con la legge di stabilità del 2016 il Governo ha aggiunto al testo la possibilità per gli impianti che già sono attivi ed operano nelle condizioni stabilite dalla legge di proseguire la propria attività fino all’esaurimento del giacimento. Bisogna specificare che rimane il divieto assoluto di rilasciare nuove concessioni per l’estrazione di idrocarburi a ridosso della costa e quindi la proroga è valida solo per le strutture già operanti.

In Italia sono attive in tutto ancora 69 concessioni estrattive marittime per un totale di 130 piattaforme in funzione, ma solo 21 di questi permessi sono soggetti al risultato del referendum. Gli altri operano tutti oltre il limite delle 12 miglia marine e quindi la loro attività viene regolamentata da norme differenti. Le società titolari delle concessioni toccate dal quesito sono in tutto 7 (Adriatica Idrocarburi, Edison, Eni, Eni Mediterranea Idrocarburi, Gas Plus Italiana, Ionica Gas e Rockhopper Italia) e le strutture interessate sono così distribuite: una in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia.

Referendum sulle trivelle del 17 aprile: cosa prevede
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Fronte del “sì”: motivazioni e prospettive

La paura che apparentemente spinge le Regioni richiedenti e le associazioni ambientaliste che le fiancheggiano (fra questi anche WWF e Greenpeace) è quella di trovarsi prima o poi di fronte ad un disastro ambientale dovuto a qualche malfunzionamento delle infrastrutture. Tuttavia, il coordinamento nazionale dei comitati “No-Triv” ha evidenziato quanto l’inquinamento ed il rischio ambientale siano solo fattori secondari rispetto nella loro azione di sensibilizzazione. Il reale scopo politico delle associazioni è quello di scoraggiare Governo ed istituzioni a portare avanti investimenti legati allo sfruttamento di energie fossili, cercando di spingere una riqualificazione del sistema produttivo basato sulle energie rinnovabili. Sul sito ufficiale del coordinamento nazionale, al punto 3) delle motivazioni per il “sì”, il voto del 17 aprile viene definito “immediatamente politico”: 

Esso è l’UNICO STRUMENTO di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e per l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria sulla Strategia Energetica nazionale

Un’eventuale vittoria del “sì” non porterebbe comunque ad una immediata chiusura per tutti gli impianti. Le leggi attuali prevedono per le concessioni una durata iniziale di trent’anni, poi prorogabile una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque ed una terza volta per altri cinque. Solo al termine anche di questo ultimo rinnovo, le aziende possono ottenere la proroga fino all’esaurimento del giacimento. Gli impianti sono stati tutti realizzati in periodi diversi (i più vecchi risalgono agli anni ’70) e le concessioni attualmente attive potranno essere comunque esercitate fino alla loro naturale scadenza anche nel caso di vittoria del “sì”. Non potrebbero comunque essere più rinnovate. Quindi per ottenere la totale cessazione delle attività sarebbe necessario aspettare un paio di decenni, ovvero fino alla scadenza delle concessioni rilasciate nei tempi più recenti. In caso di abrogazione, verrebbero anche bloccati gli investimenti per il potenziamento di tre grandi giacimenti: il Guendalina nel Medio Adriatico di Eni, il  Gospo nel mare abruzzese e il Vega vicino Ragusa, entrambi di Edison.

Il fronte del “no”

Per contrastare la capillare campagna a favore del referendum è stato fondato il comitato “Ottimisti e razionali”, il cui capofila è Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista poi transitato nel Pds. Secondo il comitato, l’estrazione di idrocarburi dai nostri mari non comporta un rischio elevato per l’ambiente data la particolarità delle strutture di estrazione. Paradossalmente, l’estrazione petrolio dal fondale vicino alle coste viene presentato come un modo efficace anche di limitare l’inquinamento, in quanto non rende necessario il transito e la gestione di grosse petroliere straniere all’interno dei porti italiani. Il nostro Paese infatti estrae dal territorio circa il 10% degli idrocarburi che utilizza, rispondendo con le risorse casalinghe ad un fabbisogno non indifferente. C’è poi la questione legata al lavoro: le concessioni creano un indotto di migliaia di posti di lavoro nel settore privato, sopratutto in quelle località che si trovano vicino ai giacimenti. Per quanto riguarda le critiche legate a potenziali ricadute negative sul turismo, sono i dati a parlare: non vi è alcuna correlazione diretta fra il numero di trivelle attive in una regione e la salute del suo settore turistico.

Il fronte del “no” muove anche una forte accusa contro le Regioni promotrici: queste starebbero solo sfruttando il referendum per mettere pressione al Governo durante le fasi di discussione della nuova riforma Costituzionale che rivedrà ruoli, autonomie e competenze delle Regioni anche in ambito energetico. L’iniziativa referendaria sarebbe quindi solo parte di una strategia politica dei Consigli Regionali all’interno della schermaglia più ampia fra Stato e Regioni.

Fortemente criticato dal comitato è anche il dichiarato uso “politico” che le associazioni ambientaliste stanno facendo del referendum: lo strumento diretto per l’esercizio della sovranità popolare non può essere uno usato come mezzo per veicolare un messaggio politico legato a strategie energetiche, per quanto popolari esse siano.

Sondaggi referendum sulle trivelle del 17 aprile

Un sondaggio di Swg pubblicato a febbraio dall’Unità rende noti alcuni dati sul livello di informazione e sulla predisposizione degli italiani sulla questione trivelle: solo il 22% del campione è ben informato riguardo il referendum, mentre il 40% ne ha sentito parlare vagamente ed addirittura il 38% non ne ha proprio sentito parlare; tuttavia, alla domanda legata al quesito referendario, ben il 78% ha dichiarato di stare dalla parte del “si”, mentre solo il 22% voterebbe “no” all’abrogazione.

Come accade spesso nei referendum, la lotta tra il si e il no diventerà quindi battaglia sulla soglia di affluenza minima, il famoso quorum. Ricordiamo che per essere valido il referendum dovrà superare il quorum del 50%.

Referendum17 aprile: quando, dove e come si vota

Per il referendum popolare si voterà il 17 aprile dalle 7 alle 23, potranno votare tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età che dovranno scegliere tra il si e il no. Per votare gli elettori devono recarsi al seggio indicato sulla tessera elettorale muniti di tessera elettorale e documento di riconoscimento valido.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

2 Comments

  1. Stamattina si vota in Parlamento un emendamento che, di fatto, potrebbe cancellare la volontà popolare espressa 5 anni fa con il referendum sull’acqua bene pubblico. Credo però valga la pena continuare ad usare lo strumento referendario, proprio perchè la nostra democrazia non sembra godere di ottima salute e le istanze popolari giacciono spesso inascoltate. Mai la politica è stata così lontana, quindi proprio non si capisce come i fautori del no possano sostenere che si tratta di un uso politico di strumento democratico. E poi, cosa dovrebbe fare la politica, se non permettere di dibattere i bisogni della base?

    • Ciao Andrea, concordo con te, anche se mi pare che chi entri nel dettaglio del referendum rimanga deluso dalla debolezza dei temi sul piatto, e questo non aiuterà a raggiungere il quorum. Sul discorso invece più malizioso di una possibile vendetta delle Regioni verso il governo non so che pensare: se così fosse sarebbe un uso davvero sbagliato del mezzo referendario, già di per sé non particolarmente popolare in Italia.

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