Ordinanze antidegrado: l’anima perduta della città turistica

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ordinanze antidegradoLe ordinanze antidegrado si sono moltiplicate negli ultimi dieci anni in molti comuni italiani. Da Bologna a Perugia, da Firenze al Veneto e a molti borghi remoti del centro Italia, si sono susseguite diverse ordinanze antidegrado volte al disciplinamento della popolazione e alla regolamentazione del vivere quotidiano.

Le ordinanze antidegrado riguardano svariati temi: la regolamentazione della movida, delle attività musicali e degli artisti di strada, l’utilizzo degli spazi pubblici, il divieto di mendicanza, la sanzione di comportamenti ritenuti inadeguati rispetto a una presunta “morale pubblica”. Si prefigura quindi il tentativo di dare un ordinamento alla città e alla fruizione degli spazi, pubblici e privati.

A monte di questa ondata di ordinanze antidegrado si situano dinamiche sociali e politiche che possono trovare un filo conduttore nella (ri)valorizzazione in chiave turistica delle città. Da questo punto di vista non appare casuale la concomitanza di questa nuova fase di sviluppo economico urbano con l’evolversi di una “politica antidegrado”. Sembra che le ordinanze antidegrado possano essere collegate alle recenti esigenze di attrazione dei turisti, con l’obiettivo di etichettare comportamenti e dinamiche sociali considerati inappropriati rispetto all’idea attuale di attrattività turistica di un luogo.

Il risultato è quello di anticipare la chiusura dei locali notturni, attuare pesanti prescrizioni alla somministrazione di alcolici, disciplinare l’utilizzo dei parchi pubblici, impedire le esibizioni musicali in strada, limitando in generale la libertà di frequentazione di certe parti della città. Gli effetti di queste decisioni si sono presto concretizzati in uno svuotamento dei centri storici nelle ore notturne ed in una progressiva diminuizione della vitalità cittadina. Emblematico è il caso di Perugia, dove le ordinanze antidegrado hanno svuotato un centro cittadino solitamente affollato di studenti universitari, rendendolo paradossalmente più insicuro.

Il passaggio da un sistema produttivo incentrato sull’industria ad uno che prova a puntare sulla valorizzazione del territorio in senso turistico si rivela spesso traumatico per gli abitanti della città ed il loro modo di vivere. Lo spazio dei centri storici viene riqualificato e museificato, rivelandosi sempre più come uno spazio di fruizione turistico-culturale piuttosto che come un luogo vissuto dagli abitanti. Una sorta di spettacolarizzazione dei caratteri storici di una città che tuttavia presuppone l’eliminazione di alcune sue specificità. Basterebbe pensare alla zona universitaria di Bologna per comprendere come, nelle ordinanze e nelle iniziative attuate dai tempi di Cofferati ai nostri giorni, vi sia un chiaro tentativo di modificare il carattere alternativo di quest’area per rigenerarla dal punto di vista estetico-funzionale.

Ci troviamo quindi di fronte ad una progressiva mercificazione dello spazio urbano, che può trovare il suo fondamento nel concetto di “città vetrina”. Le tensioni che necessariamente ne scaturiscono sembrano contrapporre gruppi marginali (gli studenti sono tra questi) a quei gruppi dominanti che risultano in grado di esercitare una certa influenza sulla politica locale. In alcune realtà di provincia dove il decisionismo politico si colora spesso di toni esilaranti, si arriva addirittura a vietare la circolazione dei bambini in bici nell’unico parco della città. La motivazione sembra risiedere nel non arrecare disturbo ai potenziali turisti ed agli anziani che affollano il giardino e rappresentano la maggioranza della popolazione.

Non si possono certo negare i potenziali benefici che il turismo può apportare all’economia, ma resta il fatto che le modalità repressive e sanzionatorie con cui vengono organizzati i comportamenti acquisiscono caratteri liberticidi. Michel Foucault a tal proposito parlava di biopolitica, ovvero dell’incontro tra le sfere del potere e quelle della vita quotidiana.

La città turistica appare allora come un nuovo scenario in cui non si assiste più ad uno scontro tra classi socialmente e spazialmente delimitate, ma ad una contrapposizione tra una moltitudine di persone che vorrebbe semplicemente sentirsi più libera ed una visione dello sviluppo economico che altera i caratteri della vita urbana. Un andamento che invade le relazioni sociali e porta al confinamento di alcuni elementi, come la socialità o il gioco, in spazi marginali. Il centro storico risulta più bello, curato e mantenuto, ma si svuota di tutto ciò che lo anima: i suoi abitanti ed il loro modo di viverlo.

Immagine | Mojoca Festival Associazione Culturale

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Classe 1986 si laurea a Bologna in geografia, proprio mentre questo sapere rischia di scomparire dai programmi di insegnamento. Si avvicina quasi per caso alla sociologia ed attualmente frequenta un dottorato presso l'Università di Urbino. Si occupa di trasformazioni urbane e del loro impatto sociale, prediligendo un'idea di osservazione che parta "dal basso" e dalle classi meno abbienti. Vive in una cittadina in corso di deindustrializzazione nelle Marche e ne studia i mutamenti sociali. Appassionato di politica, cucina ed agricoltura, dedica il suo tempo ad un centro sociale in cui tiene un corso di orticoltura, organizza pranzi ed ogni tanto distribuisce volantini. Ama gli animali a tal punto da decidere di non mangiarli, tuttavia non prova lo stesso sentimento per molte espressioni dell'agire umano. Ha dei problemi incredibili nella scelta del vestiario, ma prova comunque a coniugare il suo background punk con delle camicie vagamente eleganti. Tenta di fuggire il più possibile dai meccanismi di mercato prediligendo, ove possibile, il mondo delle autoproduzioni.

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