Le città dopo il Covid | Politiche urbane per la ripresa e la resilienza9 min read

17 Aprile 2021 Città Resilienza -

Le città dopo il Covid | Politiche urbane per la ripresa e la resilienza9 min read

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La pandemia ha posto delle enormi sfide alle città, mettendo in discussione il modello di accrescimento lineare con il quale si sono sviluppate dalla rivoluzione urbana ad oggi: un modello di città in continua espansione, dove la dimensione urbana toglie spazio alla natura e la popolazione residente è in costante crescita. Le città dopo il Covid seguiranno ancora questo modello?

Prima della pandemia, in linea con questa tendenza, l’OCSE stimava che nel 2050 oltre il 55% della popolazione globale avrebbe vissuto nelle città. Il modello di sviluppo urbano che ha prevalso fino ad oggi è caratterizzato da un’elevata densità della popolazione nei principali punti di snodo e da reti di servizi sempre più ad alta intensità. Ma questo trend è stato messo in crisi dalla pandemia.

La città post-pandemica

Il confinamento domestico, il coprifuoco, il lavoro da remoto, le chiusure di numerosi settori, la messa in questione dei principali sistemi di trasporto collettivo e il rientro di studenti e lavoratori fuori sede nei borghi di origine hanno modificato in modo rilevante l’aspetto delle città, che appaiono sempre di più come scheletri svuotati dalle funzioni vitali e plurali cui l’evoluzione urbana ci aveva abituato. Questo cambiamento radicale impone una specifica declinazione riferita alle città della pianificazione urbana, delle politiche di sostegno economiche e sociali, del sistema di sviluppo di servizi cittadini, e in particolare dei sistemi di trasporto.

Nel rapporto dell’OCSE dedicato all’impatto del Covid-19 sulla vita delle città e alle relative politiche pubbliche, vengono segnalati sei assi sui quali dovrebbero basarsi gli interventi per una nuova organizzazione urbana: distanziamento sociale; luogo del lavoro; approccio ai gruppi vulnerabili in termini sanitari, economici e sociali; ripensamento del sistema dei servizi urbani cittadini; innovazione nel sistema di sostegno economico di attività tipicamente cittadine; digitalizzazione come strumento per un migliore accesso ai servizi della città.

Su tutti questi assi, le città post-pandemiche sono chiamate a riadattarsi rispetto a una struttura spaziale tipica delle città nel contesto della globalizzazione, ben mostrata nell’iconica “mappa di ogni città” di Chaz Hutton, illustratore e umorista australiano.

Nel 2016, Hutton realizzò su un post-it e diffuse via Twitter la pianta di descrizione di una città qualsiasi, immaginata non solo sulla base di punti di riferimento urbani (fiume, ponti, quartieri, parcheggi, centri commerciali, spazi industriali) ma anche in relazione alle esperienze connesse alla vita reale (aree vocate al business, spazi destinati al divertimento, al turismo, allo shopping).

La mappa, che divenne subito virale, evidenzia tutte le caratteristiche urbane e gli usi sociali comuni a molte città del mondo. Un centro storico dominato da sedi di rappresentanza di banche, importanti studi professionali, sedi di grandi corporation e negozi di griffe internazionali; alcuni quartieri semi-periferici etnicizzati o gentrificati destinati alla fruizione di turisti e di nuovi residenti creativi; aree verdi fuori mano; ex insediamenti industriali; zone dello shopping periferiche connotate da grandi centri commerciali.

Una città modello e al tempo stesso standard, per la capacità di intersecare usi economici, sociali, artistici, culturali, turistici e legati al divertimento dello spazio urbano; in altre parole, un perfetto paradigma delle città prima dell’era del Covid-19.

La città dopo il Covid: un nuovo rapporto centro-periferie

Più che una diversificazione dello spazio urbano centrale ormai standardizzato per funzioni, è la diversa disposizione delle periferie che sembra denotare le differenti città. A fronte di un comune svuotamento dei centri storici, in queste ampie e differenziate aree urbane si è invece sperimentata una certa innovazione nel corso dell’ultimo anno colpito dal Covid-19.

Dopo una lunga storia come “quartieri dormitorio”, le periferie sono state riportate alla completezza delle funzioni grazie alla digitalizzazione del lavoro, al ritorno degli abitanti durante gli orari diurni a causa di lockdown e lavoro da remoto, e alla maggiore fruizione di spazi e attività localizzate in questi contesti.

La pandemia ha accelerato il processo di ricollocazione delle funzioni all’interno delle città secondo un modello più sostenibile, in cui le attività e i servizi devono servire anche le aree periferiche, perché lì si trovano le persone tutto il giorno e tutti i giorni.

È il modello del “tutto a 15 minuti di distanza dall’abitazione” (lavoro, servizi, commercio, svago, natura) che durante la pandemia ha trovato un campo di applicazione immediato e concreto. Il ripensamento del rapporto tra centro e periferia si pone infatti come uno degli obiettivi delle politiche urbane per il futuro, in grado di immaginare soluzioni innovative circa il rapporto tra le parti della città, l’allocazione delle funzioni, la gestione dei servizi e dei flussi, la governance di territorio e comunità.

La città dopo il Covid: ambiente e inclusione al centro

In questa fase difficile, sono necessarie soprattutto politiche urbane di inclusione sociale per contrastare il declino economico e culturale dei soggetti più colpiti dalla crisi, e politiche di accompagnamento alla transizione ambientale, in particolare dei cicli dell’acqua, dell’energia e dei rifiuti.

Il Next Generation EU e il Piano Nazionale di ripresa e resilienza, al vaglio del governo Draghi, possono costituire la cornice in cui attivare queste politiche anche a livello urbano. In quest’ottica, è rilevante la prospettiva che propone di creare una nuova politica delle città e per le città, intesa come un sistema integrato e diffuso di risposte alla crisi che le città affrontano per prime e in misura più forte rispetto ad altri contesti.

Un piano di politiche siffatto dovrebbe riconsiderare una serie di aspetti, spesso valutati in ambito di consessi internazionali e sovranazionali, quali la New Urban Agenda delle Nazioni Unite e il programma URBACT dell’Unione Europea.

La Nuova Agenda Urbana delle Nazioni Unite rappresenta un materiale di partenza efficace per le politiche urbane in Italia, essendo costruita su temi chiave come lo sviluppo sostenibile, la resilienza, la governance integrata e partecipativa delle città, l’inclusione sociale. Questo a maggior ragione in un contesto, come quello italiano, dove manca un’agenzia pubblica destinata alle politiche urbane, e dove perciò ogni città ha finora lavorato da sola, o in network transnazionali, allo sviluppo di risposte alla situazione pandemica.

La crisi del Covid-19 può rappresentare il punto di svolta per immaginare lo sviluppo di un modello di città più dinamico, ecologico, inclusivo e partecipativo, in grado di porre in questione i fenomeni globali che si erano concentrati sulla dimensione urbana (inquinamento, congestione dei trasporti, dispersione degli spazi urbani, difficoltà nell’accesso ai servizi) e di trasformare questo modello disfunzionale in un’occasione concreta di cambiamento.

città dopo il covid
Photo by Svend Nielsen on Unsplash

Come hanno reagito le città alle sfide poste dalla pandemia?

Nell’attuale situazione pandemica, il “diritto alla città” di cui tratta il filosofo francese Henri Lefebvre, assume un diverso carattere, trasformandosi nel diritto ad una città salubre, tecnologica, dotata di spazi aperti e beni e servizi sempre accessibili sia secondo modalità digitali, sia attraverso la rete di prossimità fisica.

Nell’ottica di garantire informazioni sulla salubrità degli spazi urbani, città come Pechino e Shanghai si sono dotate di monitor e app relativi alla qualità dell’aria, sia all’esterno che all’interno di edifici aperti al pubblico. I monitor sono diffusi nella città ma è possibile accedere ai relativi dati tramite l’applicazione su ogni device elettronico, di modo da conoscere le misure da prendere, come ad esempio indossare la mascherina o posticipare l’uscita ad un orario con minor impatto di inquinamento.

In molte città occidentali, il tema della sostenibilità della vita urbana con le restrizioni dovute al Covid-19 ha accelerato la diffusione del paradigma delle città dei 15 minuti. Con tale espressione si indicano quelle città organizzate per aree omogenee, in cui ogni tragitto dei cittadini – da casa a lavoro o a scuola, per l’accesso a servizi, negozi o attrazioni culturali – sia di una durata di massimo quindici minuti a piedi.

Questo modello di città, in cui ogni quartiere è dotato di ogni tipo di servizio, è stato avanzato dallo scienziato franco-colombiano Carlos Moreno in una visione che tende a coniugare ecologia, vicinanza, solidarietà e partecipazione e che appare oggi particolarmente efficace.  Esperienze di questo genere sono le aree di un quarto d’ora di Parigi, i super-blocchi di Barcellona e i quartieri di 20 minuti di Portland. In particolare, nei casi di Parigi, Portland e Melbourne il concetto di città dei 15 minuti è centrale nella pianificazione ed è stato adottato come strategia per i piani di sviluppo futuro.

Il contenimento di tutte le funzioni urbane in aree compatte, raggiungibili mediante mobilità pedonale o non impattante sull’ambiente (bici elettriche, monopattini), propone un paradigma alternativo alla città basata su un centro storico, che fa convergere su di sé tutte le funzioni e le attività, mobilitando flussi e interessi. Questo nuovo modello di vita urbana presenta una maggiore attenzione non solo alla sostenibilità ambientale, ma alla qualità stessa della vita sociale in un contesto di prossimità e di partecipazione.

Infine, il recupero della dimensione creativa e culturale delle città, particolarmente penalizzata durante i periodi di lockdown pandemici, è al centro della iniziativa di Unesco, legata alla rete delle città creative. Auckland, Bangkok, Beirut, Bilbao, Bogota, Bristol, Buenos Aires, Hannover, Heidelberg, Medellín, Melbourne, Città del Messico, Sarajevo, Seattle, Singapore, e città italiane come Bergamo, Bologna, Roma e Torino, tra le altre, hanno sviluppato e messo a punto metodi e strumenti innovativi, per lo più basati sul digitale e sulla condivisione mediante i social network, per rendere fruibile la vita artistica, culturale e creativa di questi centri urbani secondo modalità alternative alla presenza fisica.

Realtà aumentata, intelligenza artificiale, smart data e condivisione tra utenti su canali digitali e social hanno garantito continuità all’esperienza artistica, culturale e creativa durante il Covid-19 e ora si qualificano come strumenti di affiancamento, nella fase delle riaperture, per garantire una più ampia accessibilità a questi fenomeni.

Molte e ulteriori prove attendono le città nella fase di ripresa e resilienza post pandemica: dibattiti, posizioni, esperienze e pratiche attendono solo di essere messi alla prova da nuovi modelli di vita urbana, basati sulla digitalizzazione di molti servizi della città, e sulla consapevolezza ambientale, sanitaria e sociale che tale esperienza ha prodotto su spazi e comunità. Ripensamento del modello urbano e rivalutazione dei criteri guida delle città possono costituire uno dei pochi aspetti positivi della difficile fuoriuscita dalla crisi pandemica.

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Maria Cristina Antonucci

È ricercatrice in Scienze Sociali al Consiglio Nazionale delle Ricerche e insegna Comunicazione politica presso Sapienza Università di Roma. I suoi interessi di ricerca riguardano advocacy, lobbying, terzo settore, questioni di genere e nuovi formati di partecipazione.
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