Una vita da mobile: siete pronti per il futuro?

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La diffusione delle tecnologie mobili di comunicazione non è mai stata così veloce come negli ultimi anni. I più grandicelli, in un baleno, hanno visto gli SMS rimpiazzati da gruppi WhatsApp che notificano a tutte le ore e, parafrasando un celebre film generazionale, il “tempo delle mail” espandersi a dismisura: mattino, giorno e sera, sabato e domenica, è sempre ora per chi vuole lavorare.

L’oggi è internet everywhere. Lo smartphone è lo strumento primario di connessione tra le generazioni più giovani, ma anche il principale punto di accesso alla rete per cercare informazioni, trovare prodotti, scegliere il posto più adatto dove mangiare.

Il mondo è mobile: i dati

È uscito pochi giorni fa il Digital Report del 2018 di We Are Social. L’Italia è il terzo paese al mondo in quanto a utilizzatori di smartphone: 49 milioni di persone, e gli italiani trascorrono mediamente più di 6 ore al giorno su internet, di cui 2 ore da mobile. Secondo le recenti rilevazioni Audiweb il tempo medio speso in rete è circa il doppio di quello dedicato alla TV, che ammonta a 3 ore al giorno. Interessante considerare anche l’ascolto di musica in streaming, che arriva a 45 minuti al giorno.

Globalmente sono 4 miliardi gli individui connessi e il traffico mobile sta crescendo rispetto alla navigazione web da postazioni fisse. Una tabella riportata su Recode mostra come da gennaio 2015 le connessioni a siti statunitensi siano calate del 30% da desktop e del 16% da tablet in due anni e mezzo.

Insomma, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un passaggio piuttosto radicale nel modo in cui gli individui accedono alla rete per connettersi. Questo cambio ha generato opportunità per le aziende che hanno saputo entrare in contatto nel modo giusto con le persone attraverso il mobile, generando dei vantaggi per i consumatori – utilizzatori. Al tempo stesso, nella relazione “intima” con le tecnologie mobili abbiamo sviluppato una forte dipendenza da tali oggetti (e dagli ecosistemi a cui danno accesso), con contraccolpi importanti sulla psicologia cognitiva e sulle dinamiche sociali. Parleremo di questo più avanti.

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Il mobile è il primo canale di contatto tra azienda e cliente

Se indossiamo il cappello del consumatore, ossia se ci mettiamo dalla parte dei clienti di prodotti e servizi, possiamo affermare che il mobile ha impattato fino ad oggi in modo positivo nelle nostre vite. Grazie alla profilazione sempre più evoluta di gusti e comportamenti personali, il mobile agevola i processi di ricerca informativa, acquisto e post-acquisto per una moltitudine di prodotti.

Quando abbiamo bisogno di un’informazione o di un consiglio avviamo una ricerca su Google o su YouTube. Per le aziende questo ha comportato una diminuzione dei costi di advertising, perché farsi trovare è sempre più una questione di essere utili al momento giusto con un contenuto che risponde all’intento di ricerca, anziché pagare spazi pubblicitari per urlare messaggi a una folla generica. Il concetto di utilità nella comunicazione è spiegato bene nel libro Youtility di Jay Baer. Se è vero che da oltre un anno le ricerche mobile hanno superato le ricerche effettuate dal computer fisso, è vero anche che, con Google in tasca, ricerchiamo molto più di prima: non è diminuita la quota complessiva di ricerche da desktop, ma la fetta di tempo in cui non facciamo ricerche.

Dalla ricerca all’acquisto. App sempre più ottimizzate per una migliore esperienza utente ci permettono di comprare prodotti e servizi in pochi secondi, trovando l’articolo giusto, confrontando le recensioni e pagando battendo il dito sullo schermo. Amazon è il grande faro nell’esperienza utente e il gradimento del pubblico lo conferma. Secondo una recente indagine le ricerche di prodotti avvengono in via preponderante direttamente sulla casella di ricerca di Amazon. Una persona su tre che entra in Amazon compra qualcosa.

Anche nel supporto clienti, le tecnologie mobili hanno fluidificato le relazioni tra azienda e consumatori, nel segno dell’immediatezza. Sporgere un reclamo, segnalare un guasto, chiedere informazioni tecniche è molto più semplice rispetto a qualche anno fa. Basta inviare un messaggio alla pagina su Facebook o un tweet e, se dall’altra parte c’è una struttura organizzata di customer care, la risposta arriva nel giro di qualche minuto. Non a caso Facebook sta investendo molto nelle app di messaggistica per il business: dopo le innovazioni apportate nell’ultimo anno a Messenger, ha da poco rilasciato una versione beta di WhatsApp Business, che dà la possibilità alle aziende di aprire un canale ancora più immediato con i propri clienti.

In Cina un’app di messaggistica istantanea come WeChat è da tempo il cardine integrato di contatto tra brand e persone. Questo ci permette di dare uno sguardo a quello che potrebbe accadere nel nostro futuro. WeChat si appresta addirittura ad essere utilizzata dal governo cinese come sistema identificativo nazionale, una specie di carta d’identità virtuale da usare al posto del tradizionale documento cartaceo. Cito da The Verge: “For all intents and purposes WeChat is your phone, and to a far greater extent in China than anywhere else, your phone is everything” (Per ogni cosa che devi fare WeChat è il tuo telefono, e in misura molto maggiore in Cina che altrove, il tuo telefono è tutto).

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In futuro il nostro smartphone sarà tutto ciò che avremo?

È una possibilità, ma lo smartphone come lo conosciamo ora non esisterà per sempre. Gettando un’occhiata sul giro di innovazioni che si apprestano a spopolare, troviamo forme evolute di bot (i risponditori automatici con cui potremmo parlare per ordinare una pizza e conoscere le previsioni del tempo) e una diffusione pervasiva del controllo vocale. Probabilmente per le ricerche che effettueremo nei – sempre più frequenti – momenti in cui avremo l’impulso di cercare risposta ai nostri impellenti bisogni informativi, utilizzeremo direttamente l’intelligenza artificiale dello smartphone (Siri di Apple, Google Now, Windows Cortana).

Entro il 2029 metà dell’interazione tra uomo e macchina avverrà tramite intelligenza artificiale attivata dalla voce. Molto presto la maggior parte di noi parlerà quotidianamente con un’intelligenza artificiale, e questa intelligenza potrebbe risiedere in apparecchi diversi, come occhiali o particolari lenti a contatto. La realtà aumentata, ancora in fase di sperimentazione su ingombranti visori, potrebbe essere sviluppata su device molto più portabili. I Google Glass non erano arrivati al momento giusto per una diffusione di massa, ma secondo gli studiosi di futuro presto tecnologie simili potrebbero sostituire gli smartphone.

Uno scenario plausibile è quello in cui i comandi vocali guideranno sistemi di realtà aumentata che interagiranno con la realtà circostante che vedremo attraverso normali occhiali, o addirittura particolari lenti a contatto, come in una puntata di Black Mirror, dandoci informazioni, contenuti e suggerimenti.

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Fonte| sickchirpse.com

Cosa dice la psicologia di tutto questo?

Torniamo al presente. Cosa spinge milioni di persone ad essere connessi per ore alla rete tramite uno smartphone?

Secondo gli esperti, le tecnologie mobili servono al moderno individuo per formare il “senso di sé”, proprio perché funzionano come oggetti di comfort. I social media e le altre piattaforme di relazione hanno allargato lo spettro delle cose che dobbiamo controllare. Lo smartphone è un potente antidoto inconscio ad una società che percepiamo sempre più ampia e fuori dal nostro controllo.

Gli psicologi cognitivi si sono accorti da tempo che tutto questo ha delle ripercussioni sul nostro cervello. Ad esempio l’impossibilità di accedere allo smartphone ci fa stare in ansia, in preda ad un senso di frustrazione: è la sindrome di separazione da smartphone. Questa interessante ricerca parla di “extended self” e dei suoi effetti sulle nostre capacità cognitive ed emozionali. I ricercatori hanno dimostrato che più si usa lo smartphone più si sviluppa una forma di dipendenza che ci fa provare ansia e disagio quando ne siamo lontani. Questo avviene anche perché deleghiamo ad esso una buona parte delle nostre funzioni: ricordarci gli appuntamenti, le strade da percorrere, le cose da fare. Come un puntuale segretario, lo smartphone ci concede la possibilità di non tenere a mente le cose, e, al tempo stesso, ci costringe a non poter fare a meno di lui.

Sono noti anche gli effetti sulle soglie di attenzione e concentrazione: una serie di ricerche dimostra come il nostro attention span – la capacità di concentrazione continua su una singola attività – si riduce anche con la sola presenza di uno smartphone nella stessa stanza.

Se la tossicodipendenza è quella condizione per cui l’organismo ricerca compulsivamente una data sostanza, altrimenti perde il controllo o incorre in uno stato emozionale negativo, la dipendenza da internet (in inglese Internet addiction disorder) e dagli smartphone è quella condizione per cui l’individuo ricerca l’oggetto di dipendenza, senza il quale la sua esistenza diventa priva di significato. Riguardo a questo, l’Atlantic si domanda se gli smartphone abbiano addirittura distrutto una generazione. In questo ampio racconto, che entra nelle vite dei nati tra il 1995 e il 2002, si sottolinea come la cosiddetta iGen soffra di psicosi da iperconnessione, che fa registrare tassi di depressione e suicidi particolarmente alti.

Il mobile nel futuro

Domande senza risposta

Se ci chiediamo quali saranno le tecnologie del futuro, dovremmo anche chiederci come funzioneranno i nostri cervelli e che tipo di società avremo tra 30 o 50 anni.

A questa domanda non sappiamo rispondere. L’uomo sembra puntare a diventare sempre più rapido, efficiente e produttivo, nel lavoro come nelle relazioni. Alcune dinamiche già confermate dalla scienza saranno progressivamente sempre più marcate, come la perdita di alcune facoltà del pensiero intuitivo e di capacità di attenzione, e la ridotta capacità di attivare interazioni personali basate sull’empatia, per via della potente mediazione tecnologica nelle relazioni con gli altri.

Al tempo stesso, però, nuove connessioni potrebbero plasmare il cervello in modo positivo: la vita digitale, infatti, ci spinge ad essere più veloci, attivi ed avere maggiore capacità di fronteggiare gli stimoli, maggiore abilità e concretezza. Non è detto che sia un male, se queste capacità non verranno oscurate dalla eccessiva dipendenza da strumenti tecnologici.

La nostra specie sta affrontando quella che sembra una battaglia contro i propri limiti e il mobile ha tutta l’aria di essere una rapida fase di passaggio verso la diffusione di tecnologie che impatteranno ancora più significativamente sulla nostra vita.


5 link per saperne di +

1. Il + stakanovista

Internazionale ha tradotto la breve storia virtuosa del finesettimana e di come stia andando ad estinguersi. Per merito, ma lo sapete, degli smartphone.

2. Il + superomistico

Andrea Daniele Signorelli, in uno strepitoso quanto inquietante excursus, tratteggia per il Tascabile le conseguenze sulla produttività umana che probabilmente avrà un avanzamento tecnologico che metterà in competizione macchine e esseri umani. Sempre meno umani, sia come numero che come caratteristiche.

3. Il + psicologico

Come quella “da smartphone”, chiamata “nomophobia”, le nuove dipendenze hanno definizioni, parabole evolutive, scale di gravità e terapie specifiche. In un pezzo dall’imponente bibliografia il giornale delle scienze psicologiche le affronta.

4. Il + 2030

Fegati stampati in 3D, intelligenze artificiali nei consigli d’amministrazione, città senza semafori e altri 18 traguardi tecnologici in arrivo in questa sintesi su digitalic di un report realizzato dal Forum Economico Mondiale. Non è previsto che Ambra sia il primo presidente donna.

5. Il + ottimista

In questa Ted talk, Iqbal Qadir, banchiere statunitense di origini bengalesi, racconta di come gli smartphone abbiano aiutato 80 milioni di contadini del Bangladesh a combattere la povertà.

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Consulente di marketing e comunicazione digitale, è titolare di contratto integrativo nel corso di Comunicazione Aziendale e Internet Marketing all’Università degli Studi di Urbino. Fa parte del team di Warehouse Coworking Factory, il principale spazio di coworking delle Marche.

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