Non possiamo accettare che delle persone muoiano per venire in Europa

di
migranti morti in mare
@Jordi Bernabeu Farrús

Il 3 novembre 2016, in due diversi naufragi al largo delle coste libiche, sono morte 239 persone. Stephane, uno dei 27 superstiti, ha raccontato quel viaggio che i migranti sono stati costretti a intraprendere dai trafficanti libici armati nonostante il mare fosse già molto mosso e il gommone fosse bucato sia a poppa che a prua.

A quattro ore dalla partenza, nel bel mezzo del Mediterraneo, la barca entra in una situazione molto critica, il mare è sempre più mosso, un’onda la sovrasta e porta via con sé circa 40 donne sedute insieme ai bambini.

Steve, un altro superstite del naufragio, racconta che a quel punto comincia ad uscire benzina dal motore che, insieme all’acqua salata, formano un acido assurdo che brucia la pelle. Alcuni uomini preferiscono suicidarsi in mare pur di non sentire più il bruciore.

Altre persone muoiono di ipotermia aspettando i soccorsi e, dopo 14 ore di traversata, le persone da 140 si riducono a 30. Altre tre persone muoiono al momento del salvataggio da parte della nave Frontex: la troppa stanchezza impedisce loro di riuscire ad afferrare la corda per salire sulla nave.

I sommozzatori impegnati nelle operazioni di soccorso racconteranno di aver poi ritrovato vive due donne rimaste in acqua per sette ore tenendosi a galla sui corpi delle persone morte.

È solo una delle tante, drammatiche, testimonianze dei viaggi che molte persone affrontano per venire in Italia e in Europa, e dei numerosi naufragi in cui i migranti hanno perso le loro vite.

Una questione che interroga le nostre coscienze da anni: ventimila sono i migranti morti in mare dal 2011. E il 2016 è stato l’anno peggiore di tutti, con il maggior numero di persone morte nel mar Mediterraneo tentando di entrare in Europa: 5.022. Siamo già a 1.500 nel 2017.

A questi numeri spaventosi vanno aggiunti i morti in terra, che cercano di attraversare confini sempre più sbarrati. Per rimanere a casa nostra, come dimenticare Abeil, il giovane eritreo di 17 anni morto alla stazione di Bolzano mentre tentava di salire su un treno merci?

Abeil, insieme ad altri tre amici, voleva raggiungere la famiglia in Germania, ma non riusciva a superare il controlli austriaci. Mentre correva per salire sul treno merci, è stato travolto da un treno che passava sull’altro binario. I tre amici di Abeil raccontano di essere sopravvissuti ad otto mesi di prigione libica e una traversata in mare, prima di rimanere bloccati in Italia.

Stesso anno e stessa storia, a dicembre altri due migranti muoiono per cercare di raggiungere la Germania. Dopo essere riusciti a salire su un treno merci in partenza da Verona, vengono trovati morti in una stazione austriaca al confine con la Germania, schiacciati dal peso del vagone merci oppure assiderati per il freddo.

La morte di persone in Europa o in viaggio per l’Europa in queste condizioni è inaccettabile. Lo diceva anche Angela Merkel nel 2015, dopo che un camion con 71 cadaveri di migranti era stato ritrovato in Austria. Con lei lo dicevano anche altri politici europei, ma da allora molto è cambiato e anche allora, comunque, non si è fatto nulla per salvaguardare la vita delle persone.

I migranti continuano a morire in mare e in terra, le frontiere, interne ed esterne, sono sempre più controllate e la strada sembra essere quella di accordi bilaterali sul modello di quello con la Turchia che, se da una parte ha fermato le traversate via mare verso la Grecia, dall’altra ha bloccato per molto tempo i migranti in Grecia o Turchia e ora, sperano i governanti europei, in Libia.

Che fare, quindi?

migranti morti in mare
@Ann Wuyts

Come evitare che le persone muoiano per raggiungere l’Europa senza che l’Europa rinunci ad essere terra di diritti, accoglienza e solidarietà?

Il 2016 ci ha dato uno spunto interessante in questo senso. La Comunità di Sant’Egidio e la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e Tavola Valdese, con i fondi provenienti dall’otto per mille e altre raccolte fondi, hanno sperimentato la soluzione dei corridoi umanitari.

Cosa vuol dire? Che le persone arrivano in Italia in piena sicurezza, con dei voli regolari che permettono loro di evitare vie più pericolose e costose via mare o via terra. Le persone devono fare richiesta di un visto per motivi umanitari all’Ambasciata Italiana del loro paese di partenza e, se sono selezionate, entreranno nel programma.

Stiamo parlando di un progetto pilota che riguarda circa mille persone provenienti da Libano e Marocco e probabilmente nel 2017 anche dall’Etiopia.

Le persone vengono selezionate dagli operatori del progetto tra coloro che hanno ottenuto il visto; attualmente vengono coinvolte le persone più vulnerabili, come famiglie e individui con problemi di salute.

E la sicurezza? Rispetto agli arrivi con il gommone, i profughi arrivati tramite i corridoi umanitari sono sottoposti a un maggiore controllo, ed entrano a far parte di un programma di integrazione, che prevede l’apprendimento dell’italiano, l’avviamento al lavoro o alla scuola per quanto riguarda i minori e la consegna di una copia della costituzione italiana nella loro lingua.

Il progetto, anche se su numeri piccoli, ha mostrato agli stati europei che una via di buon senso per gestire i flussi migratori e combattere il traffico di esseri umani in alcuni contesti è possibile. Alcuni stati europei hanno già mostrato interesse per il progetto che potrebbe essere quindi proposto anche in altri paesi.

Sul piano dell’accoglienza in Italia invece un esempio importante, che tuttavia non elimina il problema delle morti in mare, è il sistema Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, che prevede la distribuzione di piccoli numeri di migranti in appartamenti su tutto il territorio nazionale. Lo Sprar purtroppo è sottodimensionato, perché molti comuni non aderiscono al programma, ma rispetto ad altri modelli di accoglienza consente alle persone di integrarsi al meglio e superare lo shock della traversata.

Ci sono poi casi che hanno fatto scuola, dove l’accoglienza dei migranti è diventata uno stimolo allo sviluppo locale, come a Riace, in Calabria.

Dobbiamo ripartire da queste piste per non tradire i diritti su cui l’Europa dice di essersi costituita e di cui dice (diceva?) di voler essere paladina. Dobbiamo tornare a indignarci per la morte di persone umane che, non importa per quale motivo, semplicemente si muovono, si spostano, e vogliono entrare in questa Europa così civile.

Dobbiamo uscire dall’indifferenza con cui ormai accogliamo la notizia di un nuovo naufragio. Il silenzio etico in cui soffochiamo l’immagine di persone che muoiono salendo su un treno merci, nella nostra Italia, per attraversare un confine che non è altro che una linea sulla terra.

Dobbiamo proteggere innanzitutto quelle vite. Perché sono vite umane, e la vita umana è sacra. Dobbiamo proteggerle per il bene di tutti. Anche di questa Europa così traballante che ha un gran bisogno di riaffermare i diritti, scaldare i cuori, tornare umana.

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Nata e cresciuta nelle periferie romane, sono laureata in comunicazione e appassionata di giornalismo d’inchiesta. Per me il giornalismo è approfondimento, scoperta, racconto; è la voce di chi non ha la possibilità di parlare. Mi piace anche il cinema, leggere e cucinare. Ma più che altro amo mangiare.

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