Come accogliere i migranti e rilanciare un paese: il modello Riace

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Riace è un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria che, dopo la seconda guerra mondiale, ha visto molti suoi abitanti emigrare in tutto il mondo. Negli anni novanta, con soli 250 abitanti, Riace era un paese fantasma, in via di sparizione. Ma, dopo un primo sbarco di immigrati avvenuto nel 1998, il paese si è ripopolato ed è rinato. E se oggi qualcuno si chiede come accogliere i migranti, magari usando l’accoglienza come leva sociale ed economica, è a Riace che deve guardare.

Un quarto dei suoi concittadini non sono nati in Calabria: arrivano dall’Afghanistan, dal Senegal, dal Mali, hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo e a Riace hanno trovato una casa. Per questo il Sindaco, Domenico Lucano, si è guadagnato il 40esimo posto nella classifica delle persone più influenti al mondo della rivista Fortune. Gli abbiamo fatto qualche domanda per capire come funziona l’idea di accoglienza praticata a Riace.

Come accogliere i migranti: intervista al Sindaco di Riace

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Domenico Lucano, Sindaco di Riace

Sindaco Lucano, come è nata l’idea dell’accoglienza a Riace?

Il modello di accoglienza di Riace nasce per caso con uno sbarco, non con un progetto né con un finanziamento. È il 1998 e a Riace arrivano 250 immigrati curdi e la cittadinanza mette a disposizione le case vuote abbandonate dai calabresi che nel dopoguerra erano emigrati verso l’Argentina, il Canada e l’Australia. A quei tempi io non ero sindaco, lo sono diventato nel 2004. Fin da subito, c’è stato un processo graduale di condivisione da parte della comunità.

Al Sud d’Italia non è così frequente incontrare immigrati. Quando succede, si tratta perlopiù di persone che vivono per strada, vicino alle stazioni. Eppure non è prevalso l’atteggiamento di diffidenza, di freddezza, anzi le case abbandonate dai migranti sono state messe a disposizione per ospitare i nuovi arrivati. Abbiamo fatto in modo di dare a tutti la propria abitazione, il proprio spazio, e mai un ambiente collettivo.

Dopo anni di fenomeni di emigrazione, Riace si trova così a conoscere l’immigrazione e i problemi del mondo. Almeno per quattro anni abbiamo fatto un lavoro in condizioni di silenzio mediatico e senza alcuna sovvenzione economica, con il solo supporto degli ex cittadini emigrati che sono stati contenti di sapere che le loro case abbandonate si stavano ripopolando. Questo è un elemento centrale che determina la particolarità di questo progetto.

Quando Banca Etica ci ha concesso un prestito di 50mila euro, abbiamo potuto migliorare le case e questo ha fatto scattare l’idea del turismo solidale e ha ridato forza e speranza. Sono state riaperte le cantine abbandonate e creati laboratori. Nel 2006 la regione Calabria pubblica un bando per la valorizzazione dei centri storici e riusciamo a ottenere due milioni di euro. Viene avviato un processo di riqualificazione urbana per rendere il paese più idoneo all’accoglienza anche dal punto di vista estetico. Riace rinasce. Quello sbarco diventa uno spartiacque tra due storie: l’emigrazione di un paese che si svuota e l’accoglienza odierna.

Come si sostiene il progetto?

Il progetto Riace si sostiene con i 35 euro previsti per ogni migrante dal Ministero degli Interni. La moneta locale di Riace (il bonus) è nata nel 2011 proprio con l’idea di rispondere ai ritardi dei finanziamenti. I 35 euro sono necessari per creare laboratori, pagare le utenze, le équipe didattiche. Il moltiplicatore dei 35 euro è importante: una parte va direttamente ai migranti per fare la spesa autonomamente, il resto viene impiegato per pagare le ristrutturazioni delle case, gli stipendi, le borse lavoro. I commercianti locali e gli immigrati usano la moneta di Riace in attesa dei finanziamenti, in questo modo si innesta fiducia e si dà avvio a transazioni commerciali. I commercianti locali, poi, vanno in comune a farsi rimborsare i bonus una volta che arrivano i finanziamenti.

Gli immigrati accolti a Riace riescono ad acquisire una loro autonomia?

Attualmente a Riace lavorano 62 immigrati che sono usciti dal programma Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, leggi qui per sapere cos’è e come funziona): 8 sono impiegati nella raccolta differenziata, altri nei laboratori, altri ancora lavorano come traduttori e come mediatori e una parte è impiegata in lavori stagionali. Gli immigrati impiegati ottengono una borsa lavoro di 700 euro al mese.

I laboratori di artigianato servono agli immigrati per ritrovare fiducia nelle persone e nelle loro capacità e superare i traumi personali, ma anche alle persone del posto che, lavorando a contatto con i migranti, hanno visto nascere nuove opportunità lavorative che altrimenti non avrebbero avuto. Questo è un dato importante dal punto di vista sociale ed economico, perché queste 62 persone rimangono nel nostro paese, spendono e generano flussi economici.

Fortune mi ha inserito nella lista delle 50 persone più influenti al mondo ma non è così, io sono portatore del precariato. Anche i miei figli se ne sono andati da questa terra. Riavviare economicamente questo paese, anche attraverso attività economiche che erano alla base della storia di Riace (come l’agricoltura e la pastorizia) richiederà tempo e molti sforzi. Sarà un processo lento e difficile. Attualmente, sempre con i 35 euro statali per i migranti, stiamo finanziando una fattoria didattica e delle mini stalle.

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Gli immigrati accolti a Riace fanno tutti parte del programma Sprar?

No, almeno 100 sono usciti dal programma e sono autonomi. Vorrei citare la storia di Ousmane, somalo arrivato in Italia nel 2011 dopo la crisi libica. Ousmane era partito dalla Somalia con la moglie e 5 figli ed è arrivato in Italia a più di 60 anni. Dopo due anni è uscito dal programma Sprar e oggi lavora come interprete (parla inglese, arabo e somalo). Riceve un assegno famigliare e non paga l’affitto perché vive in una delle case abbandonate.

Cosa ne pensa del modello di accoglienza del nostro paese?

Le persone che arrivano in Italia non vogliono farsi identificare perché sanno che, una volta usciti dal programma Sprar, qui non c’è lavoro e quindi preferiscono raggiungere il nord Europa. L’unico Sprar che funziona in Italia è quello di Riace. La situazione è drammatica. Attualmente i tempi per entrare nei programmi Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria, leggi qui per maggiori informazioni) o Sprar si sono ridotti a un mese. Se entro un mese gli immigrati non hanno ottenuto il permesso dalla questura sono fuori da tutti i programmi.

A questo proposito, ci tengo a precisare che condivido i progetti dello Sprar ma sono molto critico verso le loro attività. Spesso, infatti, gli Sprar diventano semplici aree di parcheggio o di passaggio per gli immigrati e propongono un modello tipico dell’assistenzialismo. Lo Sprar dovrebbe tenere maggiormente in considerazione quello che avviene a livello territoriale, dovrebbe pensare a un’accoglienza di secondo livello mediante attività che ovvino al vuoto derivante dalla mancanza dell’asilo politico.

Invece la permanenza di sei mesi prevista dai progetti Sprar non è sufficiente a un migrante per assorbire il trauma psicologico subito e conoscere la nuova realtà. Talvolta la pratica dello Sprar crea soltanto un’illusione e, una volta trascorsi i sei mesi, il migrante è costretto a ricominciare da zero. E andare via dopo aver trascorso un periodo nel paese ospitante è ancora più traumatico dell’impatto iniziale perché per loro inizia un nuovo esilio.

Il nostro obiettivo qui è tessere relazioni sociali per allungare la permanenza e soddisfare le attese dei migranti. Non mandiamo via nessuno con la conseguenza che, essendo limitate le risorse, magari peggiorano i servizi offerti. Se non fosse stato per questa esposizione mediatica di Riace non si saprebbe nulla. Quello che serve è aumentare i posti di accoglienza invece che diminuire i tempi di permanenza negli Sprar.

Riace è un modello esportabile?

Sì. Si tratta semplicemente di rispondere con umanità e l’umanità è un modello esportabile a ogni latitudine.

Sprar, Cas, Cie, Cara: leggi qui per saperne di più sul sistema di accoglienza in Italia

Il racconto della coordinatrice di un centro di accoglienza per rifugiati

Quanti sono gli immigrati in Italia e in Europa?

E quanti sono invece i rifugiati?

Immagini | Eugenia Pisani e Vanessa Figliomeni

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Eugenia Pisani è co-fondatrice di Mekané - ideas for development (www.mekane.org), per cui si occupa di progettazione, gestione e valutazione di progetti di cooperazione allo sviluppo. Vanessa Figliomeni si occupa di editoria e web.

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