Juve-Benfica, oltre lo sport

di

Juve-BenficaQuando da bambino camminavo scalzo per le vie del Bairro Alto, a Lisbona, mi immaginavo di dribblare magistralmente tutti i passanti che mi venivano incontro e infilare la palla nella porta mentale che avevo costruito alla fine di Rua da Atalaia. Naturalmente sognavo tutto questo dentro una maglia rossa, inequivocabilmente la maglia del Benfica. Squadra (polisportiva, per la precisione) di un quartiere periferico di Lisbona partita alla conquista del mondo nel 1904.

Qualche anno dopo mi sono ritrovato girovago per l’Italia. Non avendo una città di nascita la scelta più ovvia era stata quella di cominciare a tifare Juventus, una squadra che mi aveva colpito per la capacità di distribuire il tifo su tutto il territorio nazionale, oltre che per il suo stile tutto bianco e nero.

Capite dunque quale possa essere stato il mio stato d’animo quando dall’urna di Nyon è uscita la grande sfida Juve-Benfica. Anche se con il tempo ho imparato a pensarmi più juventino che benfiquista, è difficile spazzare via quell’immagine di un me stesso bambino con la maglia rossa.

A rendere ancora più affascinante il confronto c’è la maledizione che aleggia sui cammini europei del Benfica, lanciata nel 1962 dal suo allenatore di allora. Il grande tecnico ungherese Bela Guttmann aveva appena portato il Benfica sul tetto d’Europa, vincendo due Coppe dei Campioni, nel 1961 e nel 1962. Prima della seconda finale Guttmann chiese un premio in denaro, che gli fu negato. Così, un po’ à la Mourinho, subito dopo aver alzato la coppa se ne andò sbattendo la porta e lanciando la famosa maledizione “per 100 anni non vincerete una coppa”.

Da allora il Benfica non ha più vinto in campo internazionale, perdendo ben 7 finali (4 Coppe dei Campioni, una Uefa, una Europa League, una Intercontinentale). Sembra che si sia mosso addirittura il mito Eusebio per porre fine alla maledizione, recandosi personalmente a Vienna nel 1990 a pregare sulla tomba di Guttmann. Che storie. Certo, c’è poco da sperare: la maledizione tende a manifestarsi in finale, ma non si sa mai che lo zampino dell’uccellaccio Guttmann non possa dare una mano alla Juve nella semifinale di ritorno.

La partita dell’andata mi è piaciuta, è stata intensa e degna secondo me di un palcoscenico internazionale. La Juve ha confermato i suoi tentennamenti di coppa, anche se ha ritrovato un Tevez cannoniere proprio quando il gioco si fa duro. Certo, siamo lontani dalle sfide del passato in Coppa dei Campioni (come quella in semifinale del 1967-68 che mostriamo a fine articolo) ma il fascino della sfida tra due delle squadre più dense di storia d’Europa resta. Il precedente nei quarti di Coppa Uefa del 1992-93, tra l’altro, parla a favore dei bianconeri: sconfitti sempre 2-1 all’andata a Lisbona, vinsero per 3-0 a Torino al ritorno con reti di Kohler, Dino Baggio e Ravanelli. Antonio Conte era in campo.

Prima che la Juve costruisse il modernissimo e redditizio Juventus Stadium, l’essenza della sfida stava tutta nel nome dei due stadi: l’Estadio da Luz e lo Stadio delle Alpi. La luce infinita, oceanica, che avvolge Lisbona contro la magnificenza delle vette più alte d’Europa. Non un semplice mare contro montagna, ma un molto più pregnante oceano contro alta montagna. Atlantico e Alpi, commercio e industria, garofani rossi e rivolte operaie. Eusebio e Platini.

Immagine | juvemania.it

Segnala un errore

Conduce una vita raminga, spostandosi spesso, in sogno, tra la natia Lisbona e l’adottiva provincia italiana, di cui ammira soprattutto i bar di paese. Appassionato di pallone perché fonte di innumerevoli metafore, non riesce a non sentire, non riesce a non scrivere.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Ultimi

Higuain, io sono già fortunato

Perché può arrivare, restare, partire chiunque. Noi siamo nati a Napoli, e chi pensa sia poco dovrebbe pensarci meglio.
Torna su