ISIS: una rivoluzione

di
isis. L'articolo di Scott Atran, antropologo americano e docente di Oxford.
@thierry ehrmann

Ripubblichiamo di seguito il post dell’ambasciatore ed ex Ministro degli Esteri Giulio Terzi che fa una sintesi  di “Isis: a revolution”, del Prof. Scott Atran, antropologo americano e autorevole docente all’Università Oxford. Alcuni passaggi risultano discutibili ma è un articolo che aggiunge a nostro parere elementi di riflessione sullo Stato Islamico e la sua capacità di coinvolgere ragazzi di tutto il mondo. Buona lettura. 

Premessa

La sola risposta “emotivo-militare”, senza uno sforzo per comprendere il carattere a suo modo “rivoluzionario” della proposta radicale sunnita, è talmente parziale da risultare inefficace. Se riuscissimo a comprendere “perché” degli esseri umani sono disposti a morire uccidendo altri esseri umani che non hanno fatto del male a nessuno, forse potremmo evitare di essere uccisi noi stessi in futuro.

Le motivazioni degli aderenti all’ISIS

Ciò che per la comunità internazionale sono – giustamente – atti di folle e sanguinario estremismo, per gli aderenti allo Stato Islamico sono parte di una nobile campagna di purificazione fatta di omicidi sacrificali e auto immolazioni. Una delle tattiche fondamentali di questa strategia è istigare alla violenza i simpatizzanti di altri paesi: “Fate ciò che potete, con quello che avete, ovunque siete, ogni volta che ciò è possibile”. Quindi ciò che da noi viene ridotto a una “sfogo nichilista”, emerge – dalla ricerca svolta sul campo – come qualcosa di ben più inquietante e pericoloso: l’irresistibile fascino di una missione che – agli occhi di chi la abbraccia – può e deve contribuire a “cambiare e migliorare il mondo”. Olivier Roy, pensatore sottile e profondo, ha scritto su Le Monde che gli aderenti all’ISIS sono “disadattati spinti alla ribellione dal disagio”, ma questo è vero solo in parte: la rivoluzione tentata dall’ISIS non è solo animata da un carrozzone di falliti, bensì si rivela essere il movimento “contro-culturale” (violento, purtroppo) più ampio attivo oggi sul pianeta, e in tal modo va analizzato e inquadrato.

Un ideale trascendente

Il deterioramento delle condizioni economiche e sociali può provocare una crisi politica, ma questa crisi innesca una “rivoluzione” solo quando interviene un “nuovo ordine morale” che mette in discussione l’ordine costituito proponendosi di affermare “valori sacri”. I volontari che si immolano per l’ISIS sono permeati da una “gioia” che deriva dal sentirsi tutti uniti per uno scopo comune, e nel contempo dallo sfogo per la rabbia accumulata e dal sottile piacere della vendetta: nel Leviatano (1651) Thomas Hobbes giudica il “sacrificio per un’ideale trascendente” come la motivazione dominante nel giustificare grandi imprese da parte dell’uomo, e nel suo libro “L’origine dell’Uomo” del 1871 Charles Darwin definisce quest’atteggiamento dell’Uomo come “la propensione al patriottismo, alla fedeltà e al coraggio” (e l’espressione “valori sacri” ha di per se una connotazione religiosa, ma può riferirsi anche a un concetto di “santità laica”, ad esempio repubblicana, come fu nella Rivoluzione Francese). Non a caso, coloro che sono riusciti a contrastare l’ISIS più efficacemente, in battaglia, sono i combattenti Curdi, altrettanto motivati (alla loro causa) dell’ISIS.

Scontro di civiltà?

L’ipotesi che vi sia in atto uno “scontro di civiltà” è fuorviante, in quanto del tutto parziale: da un lato, gli appelli occidentali – e ultimamente anche di alcuni leader arabi – all’affermazione di un Islam moderato non sono di alcun appeal per i giovani aderenti all’ISIS (probabilmente sono ancora meno invitanti che non la promessa di nuovi e grandi centri commerciali…); dall’altro l’affermarsi di un estremismo violento di matrice islamica non è affatto un segno del ritorno alle culture musulmane più tradizionali e retrive, ma anzi un segno del loro collasso, perché è proprio la carenza di punti di riferimento (ovvero la debolezza delle proposte consumistiche occidentali, vuote e vacue, e insieme di quelle tradizionali islamiche che hanno regolato e ordinato la vita di quelle società per secoli) che spinge i giovani a cercare “nuove e forti motivazioni” che diano significato e gloria alla loro vita. E non gli basta certo l’idea di una jihad come “tensione spirituale interiore”, dal momento che essa, intesa in tal modo, è considerata un’idea alla base dell’eresia sufita, nata nel XIII secolo alla fine del periodo abbasside, che avrebbe corrotto la “forma pura del Califfato arabo” portando alla decadenza di oggi. Ecco in definitiva uno dei risultati sgraditi della globalizzazione: in un mondo appiattito e corrotto, gli individui si radicalizzano per trovare un’identità più solida, e le linee verticali di comunicazione tra vecchie e nuove generazioni vengono sostituite da linee orizzontali di comunicazione globale tra le giovani generazioni.

L’impatto dell’ISIS attraverso la comunicazione

La “rivoluzione” dell’ISIS non è un tentativo di tornare al passato: pensare come erroneamente molti fanno che sia solo una pulsione verso il “medioevo” equivale a sostenere che i Tea Party in USA desiderano il ritorno ai modelli americani di fine ‘700. Il Califfato vuole sì creare un “nuovo ordine” (alternativo al modello occidentale) ma basato sulla cultura di oggi, incluse le nuove tecnologie. La tattica di commettere atti di guerra asimmetrici e stragi spettacolari per destabilizzare l’ordine sociale esiste dagli albori della storia: l’elemento in più al giorno d’oggi è la facilità di ritrasmissione del messaggio. La sovraesposizione mediatica tipica dei nostri tempi è “ossigeno” per l’ISIS: amplifica la percezione del pericolo (nota: i morti per terrorismo in Europa sono diminuiti rispetto agli anni ’60 e ’70 e ’80, non aumentati) perché rende più concreta e “palpabile” la minaccia per nostra società. L’abile manipolazione dei nostri mezzi e strumenti d’informazione da parte dell’ISIS crea un continuo senso di distruzione incombente: il Dipartimento di Stato USA continua a inviare inutili Tweet, mentre lo Stato Islamico gestisce fino a 70.000 account Twitter e Facebook contemporaneamente, con milioni di follower, e invia circa 90.000 SMS al giorno per 365 giorni all’anno, che vengono poi viralmente ritrasmessi…

Chi sono gli aderenti all’ISIS

Un sondaggio del 2014 denunciava già all’epoca che il 25% dei giovani francesi tra i 18 e i 25 anni aveva un atteggiamento “in parte favorevole” alle tesi dell’ISIS. Importante notare che gli intervistati erano dei “credo religiosi” più disparati, e non solo musulmani. La nostra equipe di studio ha verificato questo dato con interviste e sondaggi in Francia e Spagna nel secondo semestre 2015 e il risultato è restato invariato. Secondo J. M. Berger, del “George Washington University’s Program on Extremism”, l’1% della popolazione mondiale “simpatizza” con le tesi dell’ISIS (parliamo quindi di ben 70.000.000 di individui) e lo 0,1% (circa 7.000.000 di individui) sono partecipanti attivi e volontari alla jihad. Ben si comprende da questi numeri che la narrativa occidentale del “disordinato attacco delle tribù d’invasati” debba essere fortemente e rapidamente rivista. Secondo il “Centro per la Lotta al Terrorismo” di West Point, l’80% degli aderenti all’ISIS ha un età media di 25 anni, proviene da famiglie musulmane non praticanti, e la maggior parte di essi non ha ricevuto un educazione religiosa: è “rinata” alla religione (alla jihad) per i motivi precedentemente illustrati. I 4/5 di essi, inoltre, stabiliscono contatti con lo Stato Islamico attraverso il passaparola (familiari e amici), quasi il 20% su internet, e solo una infima percentuale – sfatando un altro mito – viene reclutata nelle Moschee. Riportiamo lo stralcio di un’intervista che è rappresentativa di molte delle risposte che abbiamo ricevuto (l’intervistato ha 24 anni, e parla della sua esperienza in Germania): “Mi avevano insegnato a lavorare sodo per comprare una macchina e bei vestiti, ma questo non dava la felicità. Ero un essere umano di serie C perché non ero integrato in quel sistema corrotto; per contro, non volevo diventare un delinquente di strada, perciò ho deciso di unirmi a degli amici invitandone altri a convertirsi all’Islam. I musulmani della mia città chiacchieravano e basta; io e miei amici cercavamo qualcosa per cui lottare, e volevamo ottenerlo”. Quindi – come abbiamo già sottolineato – non è solo una questione di “censo” o di propensione al crimine: una parte significativa degli aderenti all’ISIS non sono affatto carcerati emarginati, ma tra loro ci sono anche laureati, membri dell’alta borghesia, studiosi intelligenti; cos’hanno allora in comune questi attivisti, a volte lontani come tipologia di profilo sociale? La maggior parte di questi aderenti si sente – a torto o a ragione – defraudata dei propri diritti, sia da parte del paese che li ospita che da parte del paese di origine, e quindi – una volta attivati in chiave Jihadista – sono pronta ad attaccare entrambi (altra verità che mette in crisi la banalizzazione dello “scontro di civiltà”)

Sapevamo, ma non abbiamo voluto capire

Come già accadde per il “Mein Kampf” di Hitler, tutto è già stato scritto, ma l’occidente ha trovato comodo non leggere neppure: il “manifesto” dell’ISIS, documento obbligatorio nella formazione per gli Emiri jihadisti, s’intitola “La gestione del Caos”, ed è stato redatto da Abu Bakr Naji, e recita tra l’altro: “… (1) colpite bersagli facili, diversificando ed estendendo gli attacchi in ogni parte del mondo islamico e oltre (2) colpite quando le potenziali vittime hanno la guardia abbassata, per spaventare al massimo la popolazione e prosciugare le loro risorse economiche, perché se viene colpita una località turistica molto frequentata, la sicurezza verrà raddoppiata in tutte le località turistiche in tutti gli Stati del mondo, e questo causerà un forte aumento di spesa per loro (3) sfruttate lo spirito idealistico delle persone, la loro disponibilità al sacrificio, incoraggiate specie i giovani, che hanno in loro lo spirito ribelle (4) trascinate l’occidente nel pantano, dimostrando la debolezza dei loro poteri centralizzati, spingendoli a scendere in campo direttamente…”. Tutto questo sta accadendo. Questo documento è stato scritto nel 2006. Come abbiamo potuto ignorarlo per così tanto tempo?

Gli -ismi, dal passato al presente

Oggi parliamo giustamente di “attentati”, ma i politici paiono poco propensi ad analizzare – e imparare – dalla storia: dimenticano che nei pochi anni tra il 1881 e il 1901 individui parte del movimento anarchico uccisero nell’ordine: lo Zar di Russia, il Presidente Francese, il Primo Ministro Spagnolo, il Re d’Italia, l’Imperatrice d’Austria e il Presidente degli Stati Uniti, rendendo abituali gli attacchi nei caffè, nei teatri e negli altri luoghi frequentati dalla borghesia e nobiltà. I politici chiesero alla popolazione di “unirsi per combatterà una piaga, una minaccia per la civiltà”, e già all’epoca Teodor Roosevelt dichiarò, a corollario della nota Dottrina Monroe: “Comportamenti tali da generare un indebolimento dei legami della società, in America o altrove, potrebbe richiedere l’intervento di un paese civilizzato, e – nei casi più gravi – spingere gli Stati Uniti, seppure con riluttanza, a esercitare la funzione di Polizia Internazionale”. Parole di straordinaria attualità. Ma l’intervento militare ha finora – da solo, e per com’è stato concepito – risolto qualcosa?

L’inadeguatezza della risposta occidentale

Nella storia, quasi tutti i movimenti rivoluzionari quando hanno vinto sono risultati vincenti con un decimo delle armi e degli uomini messi in campo dagli Stati contro i quali combattevano: i combattenti americani nel 1776 si ricompattarono a Valley Forge, contro inglesi soverchianti di numero, proprio grazie agli appelli ispirati di Washington, e quello che fa la differenza – come dimostrano gli studi scientifici e storici – è soprattutto la dedizione alla causa, che all’ISIS non manca affatto. Per compiere il più eclatante attentato terroristico della nostra epoca, l’attacco alle Torri Gemelle, sono stati spesi circa 500.000 dollari; la spesa della risposta USA è stata di 800 miliardi di dollari. Nonostante l’imponenza della reazione, chi può sostenere che oggi le cose vadano meglio che 20 anni fa…? Dal punto di vista geo-politico, la rinascita del Califfato musulmano passa attraverso la fine di un ordine modellato su “stati-nazione” imposto dagli occidentali alla fine della II guerra mondiale; il punto è che questo è il desiderio anche di parte delle popolazioni assoggettate all’ISIS, prova ne sia il fatto che quando nella primavera del 2014 l’ISIS con i bulldozer distrusse la frontiera Iracheno/Siriana, provocò un iniziale sentimento di liberazione e di gioia in molti abitanti della regione, i quali ritengono – contrariamente all’occidente – che le problematiche di oggi non siano figlie della disgregazione degli Stati regionali (Iraq, Libia, Siria, etc), ma che l’esistenza stessa di quegli Stati – costruiti a tavolino con il righello dagli occidentali – sia alla base del problema. Per contro, tutto l’occidente – Russia e Cina comprese – continua a insistere sulla “restaurazione” di tale modello di Stati-nazione medio-orientali, non riuscendo – e non avendo neppure voglia – di riflettere sul vulnus originario che è la cifra di quel modello, oppure – perlomeno – di interrogarsi circa il fatto che quel modello sia oggi ancora attuale/sostenibile.

Distruggere la zona grigia

In un editoriale di 12 pagine pubblicato all’inizio del 2015 sulla rivista dell’ISIS “Dabiq”, dal titolo “La fine della zona grigia”, si scrive: “Oggi il mondo e diviso, ma vi è una zona grigia, intermedia tra il bene e il male, tra il Califfato e gli infedeli, costituita da molti musulmani. Gli Americani dissero: o siete con noi i con i terroristi. Ora è arrivato il momento di compiere azioni che dividano di più il mondo, ed eliminino la zona grigia”. A tal proposito, dalle nostre interviste risulta che – tranne rare eccezioni – le popolazioni che vivono nei territori occupati dallo Stato Islamico non sono ne a favore degli ISIS ne degli occidentali: non sono ne fanatici ne samurai, e sicuramente non vogliono morire da martiri. L’ISIS lo sa e istiga l’occidente a bombardare i centri abitati controllati dal gruppo Stato Islamico, che invece ha le proprie forze militari ben sparpagliate su ampi territori abitati soprattutto da nomadi e senza precisi confini. A fare le spese dei bombardamenti sono quindi soprattutto le popolazioni civili locali, che se avessero la possibilità fuggirebbero sia dall’ISIS che dalle bombe occidentali; ma molti non hanno la possibilità di scappare (tanto meno di chiedere asilo in occidente, a causa del blocco delle frontiere), e la storia dimostra che alla lunga i bombardamenti spingono la popolazione che li subisce – al di la di quale regime la controlla – a schierarsi contro chi lancia le bombe, e questo è esattamente ciò che l’ISIS vuole. Non intendiamo con la nostra ricerca suggerire che per risolvere il problema dell’ISIS basti solo – ad esempio – offrire agli arabi un lavoro migliore o migliori condizioni sociali, ma certamente la risposta militare come fin qui è stata immaginata risolve poco o nulla, e così sarà anche in caso di sconfitta del Califfato sul terreno: in uno scenario fluido e asimmetrico come questo, l’unico risultato sarà quello di “sparpagliare” le loro forze sul terreno, rimandando il problema a quando si saranno riorganizzati. Tutti questi elementi dovrebbero suggerire una revisione delle nostre contro-strategie, perché commettere sempre gli stessi errori aspettandosi risultati diversi, di solito è considerato follia. Eppure perseveriamo.

Altre risposte sono possibili?

Le agenzie USA, le più ricche di mezzi, vogliono tirarsi fuori da questa cosa complessa che si chiama “prevenzione”, limitandosi alle indagini. “Nessuno vuole occuparsene”, ci hanno risposto palesemente i portavoce del “Centro Nazionale Antiterrorismo”. L’accoglienza solidale delle persone che fuggono dalle guerre che l’occidente e l’ISIS stanno combattendo potrebbe essere una risposta adeguata per contrastare il disegno di radicalizzazione dell’ISIS che vuole distruggere la “zona grigia”…? Questo dovrebbero valutarlo le autorità, quel che è probabile è che il respingerli senza dare alcuna risposta sarebbe chiaramente una risposta perdente. Di sicuro, imparare a prevenire questo genere di crisi significherebbe imparare a riflettere su tutto quanto ho sopra illustrato, comprendendo come cercare di soddisfare – a monte – i bisogni psicologici e le aspirazioni di chi è sulla soglia della potenziale adesione all’ISIS, specie tra i giovani, trasmettendogli un messaggio migliore e più positivo, prima di perderli tra le braccia dello Stato Islamico. Questo richiederebbe un’alleanza tra studiosi e intellettuali da un lato, e politici dall’altro, ma ai secondi interessa poco o niente cosa i primi hanno da dire, e tra gli accademici ben pochi sono disponibili ad entrare in conflitto dialettico con il potere. Le civiltà sorgono e sopravvivono in base alla vitalità dei loro ideali culturali, e non solo in base alla quantità di beni materiali. L’esistenza di motivazioni forti tra gli aderenti all’ISIS è emersa chiara e inequivoca dalla nostra ricerca; altrettanto non si può dire da parte della maggior parte dei giovani che abbiamo scelto come campione di analisi nelle democrazie occidentali. Dopo la sconfitta del nazismo e del comunismo l’occidente si è rifugiato nella ricerca del benessere come strada per ritrovare sicurezza: ciò è sufficiente per garantire la vita ordinata di una società? Parrebbe una domanda scontata, ma è dal tipo di risposta a questa precisa domanda che dipende probabilmente la sopravvivenza della civiltà come oggi la conosciamo…

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