Intervista a Massimo Covello, sindacalista atipico7 min read

21 Gennaio 2014 Politica Politica interna -

Intervista a Massimo Covello, sindacalista atipico7 min read

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@almcalabria
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Massimo Covello è un sindacalista atipico, quanto di più distante dallo stereotipo, ultimamente di moda, del burocrate: attualmente è segretario della Cgil Calabria nonché membro del Direttivo nazionale.

Quando ha diretto la Camera del lavoro di Cosenza ha fatto della partecipazione e dell’inclusione la sua cifra caratterizzante aderendo esempio agli (allora) Social Forum. Sul piano più prettamente sindacale insieme ad altri esponenti sindacali provenienti da diverse camere del lavoro si è battuto per un ruolo più inclusivo delle sedi, auspicando ad esempio una autentica contrattazione confederale territoriale, che nel nostro Paese non ha mai preso piede.

Negli scorsi congressi della Cgil si è posizionato con le esperienza che – schematicamente – possiamo definire a “sinistra” rispetto al gruppo dirigente “riformista”.

Invece, come abbiamo avuto modo di anticipare in uno scorso articolo, il Congresso della Cgil che si terrà quest’anno vede sì due documenti contrapposti ma il documento di “opposizione” presentato da Giorgio Cremaschi è decisamente minoritario, mentre anche le altre posizioni “di sinistra” (per semplificare, quelle sostenute ad esempio da Landini) hanno aderito al documento della Camusso, proponendo però diversi emendamenti, su punti strategici del documento.

Ma proprio nei giorni scorsi si è consumato un nuovo strappo proprio nel “parlamentino” della Cgil, su una materia delicatissima, l’accordo sulla rappresentanza firmato dalla segretaria insieme a Cisl, Uil e Confindustria. Su tutte queste delicate tematiche abbiamo deciso di intervistarlo.

Massimo, come si è giunti alla definizione di questa modalità congressuale?

Partendo col tener conto che lo stesso si colloca in un periodo drammatico di crisi, per molti versi unico, della storia del Paese dal dopoguerra ad oggi. Che i lavoratori, i pensionati, i migranti, i precari, gli inoccupati ed i disoccupati, stanno subendo processi di lesione dei diritti e tutele, impoverimento diffuso e marginalità democratica.

Riconoscendo, nonostante ciò ch’è stato fatto, l’arretramento dell’azione sindacale e l’inadeguatezza a contrastare il peggioramento delle condizioni delle persone. Infine, ma non per ultima attraverso la consapevolezza, sempre più diffusa, della grave crisi che vive la Cgil, e della necessità di cambiarne le pratiche, partendo dal rafforzamento della democrazia interna, di provare a restituire ai lavoratori alle lavoratrici, ai disoccupati agli inoccupati, ai pensionati, ai migranti, la Cgil come “casa comune” , pluralista, democratica.

Riconoscendo e determinandosi a contrastarlo, il tentativo ampiamente diffuso di presentare come inutile il ruolo del sindacato, se non dentro una logica aziendalista e “complice”, attraverso una pratica realmente autonoma, indipendente e critica.

massimo covello-CGIL
@almcalabria

Gli scorsi sono stati anni di contrapposizione talvolta anche aspra all’interno del sindacato: pensi che un documento sostanzialmente unitario sia la strada migliore?

Gli ultimi quattro anni, anche per le dinamiche del precedente congresso, nella Cgil è stato alimentato un clima plumbeo, piatto, di schieramento.

Il dibattito spesso e su molti temi non è decollato avendo prevalso una logica maggioranza/minoranza o se si vuole governo/opposizione avulsa alla storia sindacale della nostra organizzazione che alla fine come ha riconosciuto la stessa segretaria generale Camusso ha finito per “congelare” ogni potenzialità di analisi e di elaborazione.

In questo clima spesso hanno prevalso istinti di fidelizzazione e di autoreferenzialità burocratica, portando all’emarginazione in molti casi di molti compagni e compagne, solo perché portatori di idee e pratiche sindacali diverse.

Aver riconosciuto questo, e preso atto della pluralità di lettura dei processi come ricchezza dell’intera organizzazione, è stato considerato, da tanti compagni ed io tra questi, un buon viatico per l’elaborazione di un documento unitario che dovrebbe consentire di agire il congresso come un importante momento di partecipazione e confronto dialettico, non solo tra i gruppi dirigenti ma, prima di tutto, tra i lavoratori.

Tenga conto che a riprova di ciò, nel documento “Il lavoro cambia il futuro”, si è scelto di concordare una “premessa comune” al documento “Il lavoro decide il futuro” e poi di articolare 11 Azioni/Obiettivo sulle quali dare agli iscritti la possibilità di scegliere con il voto tra posizioni anche differenti su singole questioni di merito.

La “premessa comune” che abbiamo condiviso, tra le altre cose, sceglie la strada: del contrasto al Fiscal Compact e alle politiche di austerità, della Legge sulla Rappresentanza che garantisca il diritto di voto dei lavoratori sugli accordi, denuncia il carattere anticostituzionale degli accordi sottoscritti da Cisl e Uil alla FIAT. Come dicevo su singole azioni come le pensioni, il reddito minimo garantito, la democrazia d’organizzazione, la contrattazione, ecc, sono previste diverse opzioni espresse in emendamenti, che dovrebbero vivere a partire dai congressi nei luoghi di lavoro per favorire l’espressione dei lavoratori.

massimo-covello cgil calabria
@almcalabria

Cosa ne pensi della tanto evocata (ma mai attuata) in Italia norma sulla rappresentanza? Nel direttivo del 17 gennaio vi è stata un’aspra divisione su questo tema

Lo dicevo già prima, quello della rappresentanza della sua legittimazione è tema cruciale per definire il profilo del sindacato nel nostro Paese. Reso esplicito e drammaticamente urgente dopo il caso FIAT e, gli accordi separati e la sopravvenuta sentenza della corte costituzionale.

Nel documento congressuale “il lavoro cambia il futuro” la premessa condivisa è esplicita: “… L’accordo del 28 Giugno 2011, al di là dei diversi giudizi, impegna tutta l’organizzazione e non è scindibile dall’accordo del 31 maggio 2013. Accordo positivo, frutto dell’iniziativa di tutta la CGIL, che rappresenta un significativo cambiamento nel sistema di regole e di rappresentanza per la contrattazione e su cui tutta l’organizzazione è impegnata a garantirne l’esigibilità.

L’applicazione di questi accordi interconfederali e la sua estensione a tutte le controparti, può determinare una prima inversione di tendenza sulla possibilità di far vivere una nuova fase dei rapporti con Cisl e Uil fondata sulla partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori e per affermare i contenuti inclusivi di una rinnovata azione di contrattazione collettiva.

Si colloca in questo quadro la stessa necessità di un intervento legislativo, in coerenza con il dettato Costituzionale, che affermi altresì il diritto democratico delle lavoratrici e dei lavoratori, di votare piattaforme e accordi, creando così le condizioni per affermare il valore dell’unità, come oggettivo elemento di rafforzamento dell’azione sindacale”. Ora com’ è noto il 10 Maggio scorso è stato sottoscritto da CGIL CISL UIL e Confindustria, non il regolamento attuativo ma un altro accordo presentato come “Testo Unico”.

È un testo che introduce norme che limitano le libertà sindacali dei lavoratori e delle lavoratrici, definisce sistemi sanzionatori e forme di arbitrato interconfederale che la CGIL ha sempre rifiutato. Un pasticcio consumatosi tra l’altro senza un esplicito, su queste materie, mandato del Comitato Direttivo. Una forzatura democratica, che ha rischiato già nel direttivo del 17 Gennaio scorso di produrre una profonda lacerazione nella CGIL e rischia se non sapientemente governata e rimossa di produrre effetti devastanti nel corpo dell’organizzazione.

A mio parere sarebbe necessaria una consultazione certificata dei lavoratori e delle lavoratrici interessate all’accordo attraverso lo strumento del referendum previe ovviamente assemblee di confronto sulle diverse posizioni. Certo queste tensioni possibile che si riverberino nel congresso minando un dibattito che avrebbe avuto bisogno di ben altro approccio su questo e su gli altri temi.

Si parla molto dell’evocato Job Act di Renzi che in sostanza riprende l’idea non nuova di un contratto a tutela progressiva. Anche Landini in un intervista a Repubblica negli scorsi giorni si è detto disponibile a parlarne nel merito. Tu cosa ne pensi?

Intanto è bene che il segretario del PD abbia ripreso una attenzione sui temi del lavoro e delle sue regole e tutele. Mi pare che siamo ancora ai titoli. Un fatto è certo, finora chi ha agito sul versante solo normativo e contrattuale ha prodotto solo macerie e fallimenti.

Il tema principale, e lo dico da una regione devastata sotto questo punto di vista come la Calabria, è creare buon lavoro, garantire opportunità. Poi, visto che le flessibilità non sono mancate e i risultati sono sotto gli occhi di tutti in termini di precarietà, povertà, e inoccupazione, sarebbe bene un piano per il lavoro, se non del lavoro, che affronti queste condizioni per ricomporre il lavoro, estendere le tutele e riqualificare un welfare oggi ridotto ai minimi termini. Di questo c’è bisogno oggi nel Paese.

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Libero Labour è nato nei primi anni Ottanta – l’inizio della fine – nel profondo Sud. Prima di “salire” come migliaia di suoi simili a Milano della suddetta aveva ben in mente solo lo spot dell’Amaro Ramazzotti (ma preferisce quello del Capo). Si occupa di diritto del lavoro, in un'epoca senza diritti e senza lavoro. In pratica ha sbagliato tutto.
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