Il giovane favoloso: un biopic lontano dagli stereotipi

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@PhoebeZu

Fare un film su Leopardi? Impresa estrema. Sfida infernale. Lottare con i ricordi di scuola degli italiani. Dare corpo al poeta dal corpo triste. Beh, Martone l’ha fatto ne Il giovane favoloso, e anche piuttosto bene.

In dialogo con il risorgimentale Noi credevamo (2010), Il giovane favoloso ripercorre vita, dolori e parole del grande scrittore, partendo dalla dorata gabbia di palazzo Leopardi, che da tanta fervente vita ”il guardo esclude”. L’immensa biblioteca silenziosa, i libri divorati.

I tre fratelli obbligati allo studio da papà Monaldo, col suo codino di un’altra epoca. Mamma Adelaide, madre senza sorriso. ”Silvia”, promessa d’amore nella sola testa di Giacomo. Quella sul ”natio borgo selvaggio”, Recanati, è la parte migliore del film.

In una scena topica, Giacomo urla in faccia al padre e allo zio la sua febbre di libertà, amore, assoluto. Il poeta, appesantito dalla mnemonica scolastica, diviene archetipo di ogni sacrosanta ribellione giovanile. L’italiano ottocentesco, classico e paludato, si fa protesta universale. Il ”giovane” cerca nel mondo ciò che lo farà diventare ”favoloso”.

Non sarà facile, noi già lo sappiamo. Ma Leopardi, segnato ma non fermato dalla sua maligna fisicità (cui Elio Germano dà un contributo non dimenticabile), oltre che ribelle è anche un eroe. Non la dà vinta. Né agli uomini invidiosi e meschini, né alla natura, matrigna autrice della ”vita infelicissima dell’universo”. No, ci sarà dopo di lui qualcosa per cui vale la pena vivere. C’è la notte e le sue stelle. C’è l’estremo sole del Vesuvio. C’è ”l’odorata ginestra” coi suoi profumi.

Poesia trasformata in immagini. Versi e parole che si fanno corpo e azione. Chi ama Leopardi si commuoverà, chi lo detesta resterà sorpreso.

L’operazione di Martone, miracolosamente, è riuscita. Il poeta è liberato di ogni polverosità letteraria, anche se spesso è sorpreso a declamare le sue opere, e immesso nella (sua) vita reale. Corpi, suoni, profumi. Che la poesia registra e, se possibile, migliora quando la vita si fa ingrata e assurda.

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

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