Higuain, io sono già fortunato

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@superscommesse.it
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Ciao Gonza’. Mi è successa una cosa. Chissà dove sei mentre scrivo, cosa pensi del casino che hai creato senza dire ancora una parola. Incredibile, eh. Dicevo sì, di oggi; guido, vado a lavoro, sono da solo: seconda, giri del motore; terza, giri del motore; quarta, giri del motore. Aumento e diminuisco l’aria condizionata: prima troppo bassa, poi troppo alta, poi troppo bassa, poi troppo alta. Vorrei innamorarmi dei giocatori come da bambino, penso mentre la freccia ticchetta e incalzo un camion a sinistra. Senza meditarci, penso, senza calcoli di salvataggio, senza avere un occhio all’uscita d’emergenza segnalata come su una nave, quelle con l’omino bianco sullo sfondo verde. Lo so, fa parte del gioco. I giocatori e le donne hanno questa cosa in comune: i numeri. Arriva un momento in cui vorresti cancellarli entrambi, quelli di maglia e quelli di telefono. Lo fai, ma certi li ricordi comunque a memoria. Giri del motore, quinta.

Lavoro all’aeroporto. Mi piace muovere le mani e la faccia in mezzo alla città, presentare agli altri chi siamo e cosa abbiamo noi, qui, a Napoli. Mi piace anche ammettere serenamente chi non siamo, e cosa proprio non abbiamo. Il rotolio incessante degli aerei ci porta il mondo a domicilio, Gonza’. Dovresti vedere. Tu lì vai e vieni sempre di fretta, immagino. Ho l’onore di essere uno dei primi a dare il benvenuto ai turisti e uno degli ultimi a salutarli. Mi piace. Raccolgo impressioni, entusiasmi, umori; curo qualche amarezza. Mi piace leggere le facce del mondo e immaginarle davanti a una bottiglia di bianco mediocre, oltremodo cara, ma per loro già bellissima e preziosa alla sola vista. Fisso labbra che mi raccontano di quanto meravigliosa sia la costiera, della cucina e dei panorami, e che fa se le loro descrizioni si assomigliano e in fondo sono un po’ banali. Sono così felici.

@napolicalcio1926.it
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L’altro giorno sono stato in kayak, a Marechiaro. Non amo il mare, ma è successo altro. Ho visto il sole morire e la luna infiammarsi, e poi ho immaginato il Vesuvio placarsi in tizzoni anneriti dopo una giornata d’incendi rosso sangue, tutti sul versante opposto rispetto a quello visto da lì. Il fumo striava la luna, un enorme pompelmo in cielo. Il mare, fino ad allora piattissimo, ha iniziato a fluttuare sotto i raggi opalini. Sull’acqua c’era una luce pallida e stanca. C’erano i corpi di noi, ragazzi napoletani, appena rischiarati, con le spalle che sembravano dune di notte, i gomiti punteruoli, le ombre ballerine, le voci sciolte come lacci. E poi: i remi che sculacciavano l’acqua, i tatuaggi, gli accenti, le risate verso il mare aperto, le luci come spilli sulla costa lontana. Uno con la barba, sempre zitto, chiudeva una canna.

Durante la scorsa stagione ho visto con i miei occhi il tuo incredibile talento, la grande furia e la grande fame. Ora che ci ripenso mi alzo, mi alzo e ti faccio uno di quegli applausi che prima lenti, poi meno lenti, poi veloci e poi cascata. Sei bravo, ma veramente bravo Gonza’. Te lo dico senza problemi, mi costa poco. Ora però ascolta. Anche questo te lo dico con grande serenità, davvero. Gonzalo: tu non sei di qua. In molti questa cosa la dimenticano. Per amore, gioia e mille altri motivi ti identificano, ti stringono e ti portano vicino, ti vedono curvaiolo e partenopeo. È comprensibile, e accusare è una delle ultime cose che con il tempo e un mucchio di fatica ho imparato a farmi piacere meno. Però sì, la dimenticano. Sei l’argentino di Brest, una città che non hai mai conosciuto e non senti, ovvio, minimamente tua. Insomma, non sei tenuto a giurarci amore.

A te voglio dire: se vuoi andare vai. C’è la Juve? Vai, davvero. Non sono ironico. Neanche piccato. La Juventus è più forte del Napoli. Più solida, più ampia, più danarosa, più marketing, più Instagram. Vai, qui resteremo noi, ci penseremo noi a noi. Ci resteremo fino a sempre o dopodomani, chi può dirlo. Te lo scrivo con un sorriso fermo, e spero, anzi voglio, che tu mi creda. Noi siamo nati qui: parliamo ‘sto dialetto che i francesi che ignorano l’inglese capiscono meglio dell’italiano, al mio aeroporto. Conosciamo l’afa del centro storico ad agosto, i compleanni a San Martino, i pub dove chiederne un’altra, tutte le cornetterie possibili, il cazzo del Vomero senza un posto libero e Bagnoli ruvida e la Ferrovia unta di giorno e ferita infetta di sera.

@ilnapolista.it
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Noi che ci siamo laureati in una delle università più antiche al mondo, che porta il nome di un grande imperatore, Federico II, aperto e brillante; oppure no, che la laurea non ce la siamo presa ma abbiamo le mani e la faccia del lavoro, di chi se fa nu mazz tant mentre certi al nord blaterano da 30 anni. Ma a chi importa. Ci ritroviamo tutti insieme, in ogni città, settore ospiti d’Europa, in quattro in aereo o in 500 in corteo a urlare che Napoli siamo noi, noi, Gonza’. Siamo i muratori che lavorano da me, all’aeroporto, e mi salutano ogni volta anche quando arrivano alla sera sfatti dalla fatica e bolliti dal sole. In trasferta ci portiamo ogni strada e tutti i giorni di Napoli, quelli che viviamo al massimo e a metà, o anche per niente. Sono le nostre scarpe che calpestano i sediolini del San Paolo, non le tue. Siamo quello che siamo a prescindere: troppi difetti probabilmente.

Non è che ci dovremmo accontentare. È che Napoli ci esce da ovunque, avanza, straborda, ed è così ricca e nostra che potrebbe andarsene pure chiunque altro, chiunque conosciamo, lasciandola completamente deserta: sarebbe…spoglia e privata; in una di queste sere sarebbe bellissima. Sai, ho un capo fantastico dove lavoro, pronto ed efficiente anche quando non ha un piano. Mi dice sempre che noi, un modo, lo troviamo sempre: basta stare svegli. Mi sta insegnando che più importante di avere un piano ci sono solo le qualità, gli strumenti, per improvvisare qualcosa quando un piano non ce l’hai o non va bene. Riuscirci non mi pare poco.

Sei un giocatore eccellente, Higuain, per me tra i più forti d’Europa. Ma se faccio un passo indietro, se ne faccio due e poi tre, quattro e poi cinque, forse vedo tutto da un’ottica più utile e salubre. Tu in ogni caso andrai. Non quest’anno o forse il prossimo, ma prima o poi sì. Avverto un senso di pienezza e soddisfazione, di fortuna ingiustificata: tu qui ci sei venuto, io ci sono nato, e dietro questa squadra ci morirò. So che magari capisci; o forse no. Ma la differenza tra me e te è che questo dettaglio, enorme, mi riempie e mi fa già felice. Non mi piacerebbe vincere? Certo che sì, e caspita tu potresti servire in tal senso! Ma più bello di quello c’è portare con me, in tasca e in pancia, tutto ciò che sono, vivo, respiro, parlo, detesto, mangio, immagino e desidero del mio essere napoletano. Noi siamo nati qui. Se resti sono felice, e magari si diventa campioni insieme. Ma ogni volta che ho preso un aereo per seguire gli azzurri ho sempre percepito, dietro come una coda, tutta la mia quotidianità. È quello, Gonzalo, che tifo. Quello.

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Napoli, luglio '87. Due mesi prima gli Azzurri vincono lo scudetto, lui arriva in ritardo. Una laurea in Storia contemporanea, ma scopre che la Storia non si ripete. Poi redazioni, blog, libri, ciclismo, molti aerei, il tifo, la senape, la vecchia Albione, un viaggio di 10mila km in camper in capo al mondo. Per dimenticare quel ritardo sta provando di tutto.

1 Comment

  1. Ritengo strumentale sia per Higuain, che per i napoletani; inoppugnabile il rammarico che un campione vada via, ma da qui a farne un caso nazionale è eccessivo! Vorrei che il giornalista Eugenio D’Alessio desse maggiore importanza e risalto ai veri problemi che affliggono Napoli e non alle deviazioni mediatiche basate sull’aspetto emozionale. Dico semplicemente non lasciamoci offuscare la mente e di pensare liberamente. Ho avuto la fortuna di assistere l’epopea dell’era Maradona, ma quella è tutt’altra storia! Sempre forza Napoli a prescindere Higuain! Sposo in pieno la tesi di Ottavio Bianchi: «Siete davvero così dispiaciuti per aver incassato quasi cento milioni? La Juve ha fatto un affare a prenderlo e il Napoli un affarone a cederlo» e «Non mi piace questo modo di ragionare napoletano, di fare le vittime». Fino a quando ci comporteremo da provinciali e scaricheremo i nostri errori su terzi, non ci sarà mai crescita!

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