Cosa succede in Siria?12 min read

7 Agosto 2017 Mondo Politica -

Cosa succede in Siria?12 min read

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8 gennaio 2016

Il 2016 sarà l’anno di svolta per la guerra in Siria? Non è dato saperlo, ma l’anno si apre con un tentativo per arrivare alla pace attraverso la risoluzione Onu 2254. Basteranno la volontà e l’influenza delle Nazioni Unite a far cessare le ostilità?

Guerra in Siria: la risoluzione 2254

Il 18 dicembre scorso le Nazioni Unite hanno indicato la via di pacificazione per il conflitto siriano nella risoluzione 2254 approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza. La road map fissata nel documento prevede la convocazione di un tavolo per i negoziati fra il governo siriano ancora in carica e le opposizioni che sostengono i ribelli ed il conseguente cessate il fuoco in tutto il Paese. Entro sei mesi, le parti dovranno trovare un accordo per la formazione di un esecutivo di transizione che avrà il compito di organizzare le elezioni entro 18 mesi.

Secondo la versione dell’Onu, la stabilità ritrovata aiuterà la concentrazione di tutte le forze nazionali ed alleate su di un unico fronte contro Isis, al fine di respingere le cellule del Califfato fuori dai confini siriani. Malgrado sia stato fatto il primo importante passo per intraprendere una via diplomatica per il conflitto, la risoluzione è stata aspramente criticata in quanto non offre soluzioni ai punti più problematici relativi ad un eventuale accordo fra Assad ed i ribelli: primo nodo cruciale fra tutti è il futuro dello stesso dittatore una volta conclusa la transizione od ancora quali fazioni saranno ammissibili al tavolo delle trattative in quanto identificabili come opposizione e non come formazioni terroristiche.

Da non trascurare vi sono anche le enormi influenze di cui le grandi potenze dispongono fra le parti chiamate in causa: gli interessi di USA, Russia, Arabia Saudita ed Iran giocheranno un ruolo fondamentale nelle trattative e non è scontato che l’accordo finale sia soddisfacente per tutti i soggetti coinvolti. Del popolo siriano pare importare poco agli attori in gioco, Assad in primis, anche per questo previsioni tutt’altro che rosee sono state espresse anche dall’inviato delle Nazioni Unite, Staffan De Mistura, che ha dichiarato:

Dobbiamo aspettarci rifiuti, boicottaggi, accelerazioni del conflitto e gravi atti di violenza, per posizionarsi prima del cessate il fuoco. Ci saranno momenti nel futuro immediato in cui tutto sembrerà di nuovo perso. Bisognerà capire che ciò non rappresenta la fine del negoziato, e mantenere la pressione per sostenerlo

Russia, Iran e il destino di Assad

Uno dei punti più problematici relativi alla pacificazione siriana riguarda proprio il destino di Bashar al-Assad. Da una parte, Russia ed Iran auspicano un ritorno del dittatore alla guida del Paese: per Putin rimarrebbe un importante alleato per contrastare l’influenza degli USA nel Medio Oriente, mentre Teheran vuole scongiurare la nascita di una Siria sunnita che andrebbe ad aumentare la sfera di influenza dei sovrani sauditi.

Dalla parte opposta invece abbiamo proprio i l’Arabia Saudita e gli amici Occidentali che vogliono deporre Assad in maniera permanente: la caduta definitiva del regime sciita sconvolgerebbe gli equilibri di influenza della regione in favore dei sauditi e degli alleati americani. Iran e Russia perderebbero un importante interlocutore nella regione e non avrebbero più il controllo indiretto sullo snodo principale per il rifornimento di energia fossile per tutta l’Europa. Osservando bene la situazione, è evidente come la via delle elezioni di fatto potrebbe non accontentare nessuno. Se anche al dittatore fosse concesso di concorrere contro altri candidati ci troveremmo di fronte a due possibili scenari: qualora vincesse, provocherebbe la reazione dei sauditi che chiamerebbero in causa gli USA affinché non venga riconosciuta la legittimità delle elezioni, mentre se perdesse in favore di una formazione sunnita sarebbero l’Iran e la Russia a non riconoscere legittimo il risultato, puntando il dito contro i sovrani sauditi. Quando si esce da una situazione di guerra e in gioco ci sono gli interessi di importanti forze estere la sovranità popolare non è sufficiente come garanzia per dare legittimità internazionale ad un governo.

Per trovare una soluzione che possa andare bene a tutti i Paesi esteri coinvolti, è probabile che vengano messe sul piatto delle contropartite relative ad altri delicati scenari internazionali: ad esempio, per non ostacolare un’eventuale esclusione di Assad (che non comporti comunque la sua incarcerazione), alla Russia potrebbe essere offerta una riduzione delle sanzioni economiche a lei inflitte dopo i fatti dell’Ucraina, mentre all’Iran potrebbero essere offerte condizioni più vantaggiose riguardo l’accordo sul nucleare.

L’Arabia Saudita e i sunniti

Come abbiamo già evidenziato in altre occasioni, obiettivo piuttosto chiaro della monarchia saudita è quello di togliere il controllo dei Paesi Arabi dalle mani degli sciiti. Per questo l’esclusione di Assad dai giochi di potere siriani per l’Arabia Saudita non rappresenta una eventualità, ma un requisito fondamentale per trovare un accordo per la pace. A fiancheggiare questa linea intransigente ci sono tutti gli altri Paesi sunniti della regione, inclusa la Turchia di Erdogan. Anche se ad Assad non venisse concesso di presentarsi alle prime elezioni libere, tuttavia rimangono altri pericoli relativi al processo di pace. I freddi rapporti diplomatici fra i sauditi e gli Usa con l’Iran e fra la Turchia con la Russia stanno rendendo più difficile anche il dialogo fra le parti direttamente coinvolte nel conflitto.

Non considerando i terroristi dello Stato Islamico, nelle trattative verranno sicuramente coinvolti i rappresentanti del governo lealista che sostiene Assad (appoggiati da Russia ed Iran) e i portavoce delle formazioni ribelli anti-Assad (appoggiati da Usa e Arabia Saudita), molte delle quali sono di ispirazione sunnita. In vista dell’apertura delle trattative, si è già tenuto in territorio saudita un primo incontro proprio fra le frange ribelli per cercare una via comune da seguire durante l’eventuale transizione. Tuttavia, alcune di queste formazioni rientrano fra quelle classificate come “jihadiste” dall’Occidente e appare evidente come le fazioni moderate siano in netta minoranza. Non è ancora dunque chiaro chi fra i ribelli sarà effettivamente ammesso al tavolo delle trattative, ma l’esclusione delle frange più estremiste potrebbe provocare una violenta reazione ed addirittura spaccare l’ala ribelle.

L’Arabia Saudita vuole evitare un ulteriore indebolimento degli alleati sunniti, ma dall’altra parte né gli Usa né la Russia e l’Iran vorrebbero dare un ruolo influente agli estremisti nel processo di pace. Il pericolo più grande da scongiurare rimane la possibile vittoria alle elezioni di una formazione fondamentalista che porterebbe un inasprimento diplomatico ulteriore non solo con le realtà sciite, ma con tutto l’Occidente. Lo scopo è evitare che si ripeta lo stesso scenario dell’Egitto post primavera araba, dove a vincere le prime elezioni libere furono i Fratelli Musulmani. Alle difficoltà diplomatiche si aggiungono pure quelle belliche: l’instabilità politica ha finora giocato a favore dei miliziani dell’Isis presenti in Siria. Malgrado gli interventi russi e dell’Occidente si siano fatti più estesi, il Califfato è ancora presente in maniera massiccia sul territorio e continuano a radicarsi in maniera profonda nelle proprie posizioni. Fintanto che le fazioni siriane non giungeranno ad una pace stabile, Isis continuerà ad avanzare sfruttando anche la devastazione e il malcontento da loro provocati. L’imperativo sembra ormai diventato: fare la pace per vincere la guerra.

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Matteo Margheri

Fiorentino di nascita, Web Marketing Specialist per diletto e Nerd di professione. Si nutre di cultura pop e vive la sua vita perennemente in direzione ostinata e contraria. Per Le Nius supporta l'area editoriale, in ambito politica, e l'area social. matteo@lenius.it
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