Global Compact sulle Migrazioni: cos’è e perché l’Italia non ha aderito

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Il 19 Dicembre 2018 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato il Global Compact for Migration – Patto Globale sulle migrazioni – con 152 voti a favore, 5 contrari e 12 astenuti. L’Italia era tra i paesi astenuti. Perché? Quali saranno le conseguenze di questa scelta? E, prima ancora, cos’è il Global Compact sulle Migrazioni?

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Rifugiata Rohingya in un campo profughi in Bangladesh | Photo credit: UN Women Gallery on VisualHunt / CC BY-NC-ND

Lasciamo che a queste domande risponda Andrea Stocchiero, policy officer di Focsiv (Federazione organismi cristiani di volontariato internazionale, che raggruppa associazioni di solidarietà e cooperazione internazionale) e coordinatore del gruppo migrazioni delle ONG della piattaforma Concord Europe, la più grande piattaforma europea di organismi della società civile che si occupa di cooperazione allo sviluppo, con oltre duemila membri.

La rete Concord Europe ha partecipato attivamente alle consultazioni cercando di influenzare il processo di negoziazione che ha portato al Global Compact, e Andrea Stocchiero è quindi stato coinvolto in prima persona nel percorso. A lui abbiamo fatto qualche domanda per approfondire la questione del Global Compact.

Andrea, cos’è il Global Compact for Migration?

Il Global Compact è un patto tra i paesi appartenenti alle Nazioni Unite finalizzato a governare in modo sicuro, regolare e ordinato le migrazioni dai paesi origine ai paesi di transito e di destino. Sono stabiliti principi comuni: sulla dimensione umana delle migrazioni, sulla cooperazione in materia migratoria per governare un fenomeno transnazionale, sul diritto degli Stati a esercitare la propria sovranità territoriale, sul rispetto di uno stato di diritto coerente con gli standard internazionali, sul rispetto dei diritti umani al di là del tipo di status dei migranti, sul riconoscimento delle pari opportunità per le donne, sul primario interesse per la protezione dell’infanzia. Tutto ciò in un approccio integrato e coerente tra le politiche governative, da quella sull’immigrazione, a quella del lavoro dell’inclusione sociale, a quella di cooperazione con i paesi di origine e transito.

È stato redatto dai negoziatori delle Nazioni Unite e degli Stati membri in una sequela di incontri che sono durati per oltre due anni includendo anche un ampio processo di consultazione di organismi della società civile, rappresentanze di associazioni di migranti e le diaspore, di enti locali e imprese. Su queste basi è stata redatta la bozza zero del Global Compact.

Nel 2018 è partita la vera e propria negoziazione: ogni due settimane i rappresentanti diplomatici dei paesi delle Nazioni Unite si sono riuniti per modificare la bozza. La stesura finale è stata poi approvata a dicembre del 2018.

Cosa stabilisce il Global Compact sulle Migrazioni?

Nel Patto sono indicati 23 obiettivi con relativi impegni per raggiungerli. Esempi di obiettivi sono: minimizzare i fattori strutturali che costringono le persone a migrare, tra cui il cambiamento climatico; combattere il traffico di persone; gestire i confini in modo sicuro e coordinato; sostenere misure per migrazioni regolari; distribuire servizi essenziali per migranti; assicurare la valorizzazione delle competenze dei migranti e il ruolo delle diaspore per lo sviluppo, cooperare nel facilitare ritorni dignitosi e sicuri.

Per ogni obiettivo e impegno è elencata poi una decina di azioni specifiche. Sono quindi oltre 230 le misure che gli Stati dovrebbero applicare per garantire migrazioni regolari, ordinate e sicure, misure che prevedono di elaborare politiche, accordi internazionali, procedure ed eventualmente legislazioni atte a raggiungere i 23 obiettivi.

Il patto non è vincolante, quindi nessun paese è obbligato a realizzare le azioni indicate e inoltre non stabilisce alcuna quota o numero di migranti che i paesi devono accogliere. Tra i principi si riconosce infatti il potere sovrano degli Stati a decidere le politiche migratorie. D’altra parte il patto cerca di promuovere il dialogo e la cooperazione tra gli Stati di origine, transito e destinazione in modo da scongiurare migrazioni irregolari e soprattutto il traffico degli esseri umani. La negoziazione degli accordi specifici di regolazione delle migrazioni rimane quindi in mano alla buona volontà degli Stati.

Ovviamente la questione decisiva riguarda la definizione delle responsabilità condivise tra Stati di origine, transito e destinazione, per un equilibrio ragionevole tra diritto a migrare (già riconosciuto nella convenzione internazionale sui diritti umani fondamentali) e diritto degli Stati a imporre restrizioni ai flussi per interessi nazionali.

Tale questione non è decisa nel Global Compact ma si rimanda agli accordi di tipo regionale (ad esempio Schengen) e agli accordi bilaterali tra Stati (come quello dell’Italia con la Libia).

Che conseguenze avrà il Global Compact sulla gestione delle migrazioni?

Il Global Compact avrà conseguenze se, e solo se, gli Stati nazionali decideranno di applicare i suoi principi, impegni ed azioni, negoziando accordi bilaterali e regionali. Non è detto che gli Stati decidano di applicare tutte le azioni. Potrebbero decidere a favore di alcune ma non di altre. E non è detto che gli Stati vogliano realizzare accordi con altri Stati. Le conseguenze dunque potrebbero essere nulle o di poco impatto.

D’altra parte il Global Compact sulle migrazioni rappresenta il primo accordo mondiale per orientare le politiche migratorie. Se da un lato riconosce il potere sovrano degli Stati dall’altro sostiene i diritti umani dei migranti, l’importanza di cooperare per far fronte alle cause che obbligano le persone a spostarsi, di realizzare misure di accoglienza che salvaguardino i diritti dell’infanzia e delle donne.

È per questo che numerose organizzazioni della società civile si sono impegnate a monitorare se e come gli Stati cercheranno di applicare il Global Compact sulle migrazioni.

Nella seduta dell’ONU del 19 Dicembre 2018 di approvazione del Global Compact sulle migrazioni l’Italia si è astenuta. Perché? Quali saranno le conseguenze di questa scelta?

Il governo italiano ha deciso di astenersi in attesa che si pronunci il Parlamento. Il messaggio politico del governo italiano alle Nazioni Unite dimostra dubbi, riluttanze e contrarietà che sono di diverse forze politiche. Da un lato vi è chi denuncia l’ingerenza degli organismi multilaterali in decisioni che devono rimanere strettamente nazionali. Dall’altro chi sostiene la necessità del dialogo e della cooperazione per poter gestire un fenomeno che è internazionale.

In generale il ritiro di alcuni Stati dal Global Compact, al di là della strumentalizzazione politica, si configura soprattutto come un attacco al multilateralismo, al dialogo tra stati con interessi diversi, ma che proprio per questo hanno bisogno di trovare un quadro di riferimento comune.

Significativo il fatto che alla Conferenza delle nazioni unite tenutasi in Marocco per l’adozione del Global Compact sulle Migrazioni, Angela Merkel abbia avuto una standing ovation del pubblico quando si è scagliata contro i nazionalismi.

Infatti, senza un quadro di riferimento comune saranno soprattutto gli stati e le popolazioni più deboli e vulnerabili a subirne le conseguenze e i costi. Senza una cooperazione internazionale fondata su principi di equità non esiste alcun governo giusto delle migrazioni, nessun riconoscimento dei diritti dei migranti.

Cosa accadrà se l’Italia deciderà di aderire al Global Compact sulle Migrazioni?

L’adesione dell’Italia potrà rafforzare la sua richiesta di non venire lasciata sola nel gestire gli arrivi dei migranti. Questo consentirebbe di rafforzare il dialogo con i paesi europei (su tutti Germania, Francia e Spagna) più consapevoli della necessità di creare una politica comune sulle migrazioni, anche se pur sempre restrittiva e orientata ad esternalizzare i controlli nei paesi di transito.

La posizione opposta è quella nazionalistica e di contrasto alle migrazioni propria dei paesi del gruppo di Visegrad che rischia di porre questi paesi (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria) ai margini dell’Unione, sancendo così una nuova divisione tra occidente ed oriente. In tutto ciò i diritti dei migranti rimarrebbero in secondo piano.

Si rafforzerebbe inoltre l’accordo europeo con paesi autoritari come la Turchia, l’Egitto, l’Algeria, la Libia così come con paesi relativamente più democratici, Tunisia e Marocco, tutti disponibili a gestire le migrazioni per conto dell’Europa in cambio di maggiori aiuti, commercio, investimenti e riconoscimento politico.

È quindi grande il compito che attende le organizzazioni della società civile: quello di cercare di far valere i principi, gli impegni e le azioni che il Global Compact sulle Migrazioni chiede per la salvaguardia dei diritti dei migranti (ancorché insufficienti) e per il riconoscimento e il sostegno a una vita dignitosa per tutti i migranti, in qualsiasi Stato sia concesso ad essi di risiedere, a partire dai gruppi più vulnerabili, donne e bambini.

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Conseguito il Master in Cooperazione e Progettazione per lo sviluppo, ha maturato 8 anni di esperienza in Italia e all’estero - in particolare in Medio Oriente - nel campo della cooperazione internazionale. Co-fondatrice di Mekané si occupa di progetti di educazione e di valorizzazione del patrimonio culturale.

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Project manager, contabile, logista, lobbista, ingegnere, agronomo, medico. Sono tante le possibilità di impiego nella cooperazione allo sviluppo, un settore in crescita e di grande fascino. Ma cosa bisogna studiare? E dopo gli studi? Ne abbiamo parlato con un'esperta.
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