Giorni tesi in Catalogna

di
@ Oscar Minyo Visual Hunt

(a cura di Lídia Brun, economista e ricercatrice dell’Université libre de Bruxelles)

Mentre in rete e sulla stampa mondiale circolavano velocemente le immagini della repressione da parte della polizia sulla gente disarmata in fila per votare ai seggi, il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy in conferenza stampa si felicitava – senza lasciare la possibilità ai media di fare domande – con le forze di sicurezza per aver fatto rispettare la legge. Questa forse è l’immagine più eloquente dell’abisso che si è creato tra il governo, lo stato spagnolo e buona parte della società catalana e delle sue istituzioni. Dopo settimane in cui l’impressione era proprio quella di andare verso uno scontro frontale, è stata la velocità e la durezza della svolta a cogliere la maggior parte di noi di sorpresa: osserviamo con sconcerto questo abisso che va di ora in ora allargandosi tra le parti chiamate a dialogare.

Fino ad oggi il cosiddetto processo di indipendenza è sempre sembrato una carta elettorale giocata dai governanti in tempo di elezioni; un cammino inizialmente vero e sentito, è diventato a poco a poco uno strumento nelle mani del governo catalano e del governo spagnolo per tenere alta la propria bandiera, distraendo i cittadini dalla crisi di legittimità politico-istituzionale derivata da corruzione e crisi economica, gestita con la solita logica delle politiche di austerità. Il consenso all’indipendentismo in Catalogna è cresciuto enormemente negli ultimi dieci anni grazie alla combinazione di tre fattori: maggiore richiesta di autonomia negata da Madrid, partecipazione attiva all’indipendentismo da parte della Generalitat, tendenza generale al ripiegamento sullo stato nazione come risposta all’impoverimento materiale.

Nonostante tutto questo l’indipendentismo non è riuscito a coinvolgere un numero sufficiente di persone tale da legittimare una decisione unilaterale, pratica chiaramente illegale. Di fatto la rivendicazione indipendentista viene rifiutata da ampi settori delle classi popolari e di una sinistra che la legge come manovra del nazionalismo conservatore catalano che è riuscito grazie al discorso indipendentista ad arrivare alla presidenza, nonostante non ci fosse più una solida base elettorale. Ne è dimostrazione la pochezza dei contenuti della proposta di una Repubblica Catalana, se si escludono slogan vuoti e la grande contrapposizione con Madrid. Il velo di progressismo con cui si è ammantato il governo catalano ha poco di credibile, considerando i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni al sistema sanitario.

Credo sia impossibile comprendere il processo indipendentista senza tenere conto della crisi economica di una società che ha visto crescere enormemente disuguaglianze e e precarietà, con uno sfaldamento della classe media e una politica che ha sostituito la lotta di classe con l’identità nazionale. La società catalana è formata per ampi strati da persone emigrate dal resto della Spagna: questo insistere sull’identità catalana pone il conflitto in un terreno molto scivoloso, se non pericoloso. Questa non è una rivolta che mette in gioco parole come sovranità e stato nazione, e fa tristezza vedere come la rivendicazione indipendentista sia acritica con le istituzioni e lasci passare inosservate questioni sociali, politiche e democratiche che sono centrali. Tutto per la patria, insomma.

Senza dubbio il giorno del referendum l’azione repressiva del governo spagnolo ha oltrepassato i limiti tollerabili, provocando grande rabbia nella cittadinanza catalana. Il governo Rajoy può essere considerato a ragione come il maggior fautore dell’indipendentismo della storia catalana, grazie alla violazione sistematica dello stato di diritto del primo di ottobre e al suo conservatorismo stantio e nazionalista. Poche settimane fa il referendum sembrava una replica dell’ultima tornata referendaria e solo l’intervento repressivo dello stato ha permesso diventasse un successo, spingendo moltissimi cittadini indecisi a votare per il si. In più ha mostrato al mondo un’immagine indimenticabile: bastoni da una parte, cabine elettorali dall’altra. Il PP e lo stato hanno mostrato il loro volto peggiore, fatto di un autoritarismo intransigente e una scarsa cultura democratica. il primo ottobre (1O) è stato trionfale per la propaganda del governo catalano.

E adesso? Se da un lato il governo catalano sembra propenso a dichiarare l’indipendenza, dall’altro è chiaro che il 90% di Si del 40% di elettori che si è recato a votare non basta a legittimare l’opzione unilaterale. Anche per il fatto che la DUI (Dichiarazioni Unilaterale d’Indipendenza) esporrebbe la Catalogna ad una situazione molto incerta e i cittadini che si sono spesi contro la repressione del governo spagnolo si sentirebbero presi in giro. Ad oggi però i parlamentari del governo catalano non sembrano intenzionati ad accettare niente di meno, pena il ritiro dell’appoggio all’attuale governo e nuove elezioni. La scelta potrebbe essere quella di prendere tempo e cercare di negoziare con Madrid: le parole di Puigdemont e del suo governo fanno pensare al tentativo di trovare una soluzione negoziata che eviti un salto nel vuoto alla Catalogna; al tempo stesso, il governo catalano non ha un piano B e sa bene che un aumento della repressione lo legittimerebbe paradossalmente ancor di più.

Davanti ad uno scenario simile, la speranza del governo catalano potrebbe essere riposta in un intervento internazionale, che resta altamente improbabile: nonostante la figuraccia del primo ottobre, la Spagna resta la quarta economia di un’Eurozona in precario equilibrio. In una situazione post Brexit, con Macron alle prese con i suoi problemi e l’Italia a fare i conti con la propria instabilità, Rajoy resta l’alleato numero uno di Angela Merkel, nonostante la cancelliera sia in trattativa per creare il governo tedesco con i Verdi che hanno sempre appoggiato il diritto dei catalani a decidere di loro stessi. Senza contare che tutti gli Stati europei temono i vari regionalismi sparsi e l’indipendenza catalana scoperchierebbe un vaso di pandora. L’atteggiamento “tiepido” dell’Europa ha deluso molti indipendentisti, nonostante da più parti sia stato ripetuto che si trattava di una vicenda interna; d’altra parte è la stessa Europa molto permissiva nei confronti del presidente ungherese Victor Orban, che continua a far parte del Partito Popolare europeo a prescindere dalle sue politiche nazionaliste e xenofobe.

L’atteggiamento del governo spagnolo spaventa: Rajoy pare abbia rinunciato ad essere presidente anche dei catalani e si sta muovendo per compiacere i propri elettori, che chiedono ancora più repressione in nome di un ultra nazionalismo senza più freni. Il PP sta utilizzando questo scontro per riaffermare l’unità della patria e chiedere pieno appoggio ai suoi alleati di governo, Ciudadanos e PSOE, con i socialisti che sono totalmente subalterni al governo Rajoy. Il presidente spagnolo continua a predicare la linea dura e vuole sconfiggere l’indipendentismo con la forza della legge e senza alcuna concessione: da qui la minaccia di applicare gli articoli 155 e 116 della Costituzione per intervenire sull’amministrazione catalana e la dichiarazione della stato di emergenza. Il Partito Popolare, mentre si limita a raccogliere i frutti di un anti-catalanismo che cova da tempo, sembra disposto a pagare il prezzo di una repressione violenta per ristabilire l’ordine delle cose.

La situazione sembra piuttosto grave e induce al pessimismo: a breve termine, non si può escludere un’escalation violenta. In un’ottica di lungo periodo, sembra chiaro come stia emergendo una preponderanza del nazionalismo come chiave interpretativa principale delle diverse identità politiche, con i discorsi più progressisti e inclini all’emancipazione messi nell’angolo. È proprio in momenti come questi che e’ importantissimo interrompere l’escalation, ridurre la tensione e aprire vie di dialogo. Per quanto mi riguarda, costituiscono un motivo di speranza le mobilitazioni di solidarietà con la Catalogna che ci sono state nel resto della Spagna e l’assemblea del 7 di ottobre, dove si è assistito in un’ottica post-identitaria, simile a quella del 15M, ad una chiamata a cessare le ostilità e sedersi ad un tavolo negoziale. Se si riesce a creare un senso comune alternativo, inclusivo e di reciproco riconoscimento che spenga le pulsioni nazionaliste e identitarie, chissà che si possa superare questa crisi in chiave democratica: solo così potrebbero esserci le condizioni per sviluppare in senso democratico i governi dei vari territori e cogliere l’opportunità di questa crisi per migliorare insieme.

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3 Comments

  1. “creare un senso comune alternativo, inclusivo e di reciproco riconoscimento che spenga le pulsioni nazionaliste e identitarie”… condivido parecchi punti dell’articolo ma questa conclusione mi pare troppo approssimativa ed ingenua. Chiaramente, sarebbe bello buttare all’aria il nazionalismo una volta e per tutte, ma per fare questo servirebbe un’invenzione politica altrettanto potente, che al momento non esiste.

    • Al di là della dimensione utopica, ugualmente condivisibile, a mio parere l’obiettivo di superare le pulsioni identitarie in un periodo storico in cui tornano e si ripropongono è tutt’altro che ingenuo: pone una domanda molto seria riguardo al rapporto tra crisi economica, nazionalismo e interesse politico. Ripeteremo gli stessi errori del passato o capiremo -anche in Italia- che la chiusura in se stessi è soltanto mera forma di propaganda e interesse, oltre che, per definirla con le parole di Lidia, uno scontro frontale?

    • Sono d’accordo. C’era un tempo in cui le questioni umanistiche avevano una preponderanza globale grazie al consenso antinazionalista, emerso con il rifiuto del dolore e della sofferenza delle guerre mondiali. Ma il XXI secolo sta vedendo un ritorno del nazionalismo identitario. Se ci pensi, se il progetto politico non nazionalistico delle masse può sembrare un’utopia, lo stesso si può dire per colore che credono in una indipendenza rapida e senza spese in un mondo globalizzato o per coloro che vorrebbero far scomparire l’indipendenza con mano dura.

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