Il gioco nel fascismo: uno sguardo a ieri, una riflessione su oggi

di
giochi nel fascismo
@Paolo Piscolla

È abbastanza risaputo come, nell’epoca fascista, tutti gli aspetti della società fossero permeati dall’ideologia, dalla propaganda, dalla necessità di educare e formare secondo i “valori” del regime. Ciò coinvolgeva anche e soprattutto bambini e giovani:  dai motti come «Credere, Obbedire, Combattere» e «Libro e moschetto», alla grande importanza riservata all’educazione fisica, alla disciplina e alla forgiatura del carattere; dalla separazione scolastica e sociale tra sessi (ognuno con diverse strade da seguire, quella dell’economia domestica per le femmine e quella militare per i maschi) all’appartenenza alle varie Organizzazioni Giovanili a stampo fascista, come i Figli della Lupa, i Balilla, le Piccole Italiane, gli Avanguardisti e le Giovani Italiane.

Un aspetto fondamentale della vita di un bambino e di un ragazzo è il gioco. Come veniva proposto/interpretato nell’epoca fascista?

Non esistono molti studi approfonditi, ma testi di riferimento sono l’Enciclopedia delle enciclopedie, che annovera tra i suoi volumi uno dal titolo Giuochi e passatempi (1930), e Giuochi per Balilla e Piccole Italiane (1939).

Una prima conferma che se ne ricava è che anche il gioco nel fascismo doveva essere visto come momento formativo, non come semplice passatempo e metodo di evasione. Nel gioco – inteso in senso lato anche come attività sportiva agonistica – l’individuo si mette a confronto con se stesso, per conoscere le proprie potenzialità ed i propri limiti, e con gli altri, per collaborare nella costruzione di una strategia o per approfittare dei punti deboli e ottenere la vittoria. Una simile funzione ludica non poteva non essere appetitosa per l’ideologia fascista.

giochi nel fascismo
@marcello

Giochi e giocattoli più diffusi nel fascismo

Tra i giochi descritti e consigliati in modo particolare per i giovani Balilla, non a caso, c’era la caccia tra le siepi. In breve, un gruppo di giovani doveva disporsi in file parallele e toccarsi allargando le braccia, formando una sorta di siepe umana, lungo i cui sentieri altri due ragazzi (una preda e un cacciatore, che partivano da estremità opposte) dovevano muoversi sfuggendo l’uno all’altro. La siepe era però mutevole, perché ai comandi del professore i giovani che la costituivano dovevano cambiare fronte, muoversi ordinatamente, e così via… Con l’esecuzione di questi ordini di stampo militaresco i ragazzi si abituavano a rispettare i comandi di un superiore e a mostrare ordine e disciplina.

Altra attività diffusa tra gli Avanguardisti era il gioco della trincea. I giocatori, disposti in due squadre, dovevano conquistare il campo nemico eliminando i difensori della linea divisoria (la trincea, appunto). I “prigionieri” diventavano alleati di chi li aveva catturati e formavano catene umane per impedire l’ingresso di altri nemici. Quando restava un solo giocatore libero, il gioco finiva. Ma al di là delle regole, lo stampo e la direzione di un gioco simile non necessitano di spiegazioni.

Basta elencare solo i nomi di altri giochi consigliati per i Balilla e gli Avanguardisti per evocare lo stesso spirito bellico che si manifesta in quelli già descritti: marcia militare, sfida, porta ordini, campo difeso, rapire e difendere le bandiere, trasporto di feriti, lotta coi bastoncini, tiro a segno, gioco della guerra, attacco al castello. Nel complesso, l’idea era quella di un gioco che simulasse le attività richieste nella vita adulta, un gioco non funzionale a completare la dimensione fantasiosa e libera dei bambini, ma al contrario a piegarla e plasmarla intorno alle necessità militari/ideologiche del regime. Una subdola appropriazione indebita dell’infanzia.

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@Giovanni Aprea

Passando ai giocattoli più diffusi negli anni Trenta, si trovano ovviamente diverse riproduzioni di armi. La Pistola cento colpi, che sparava cartucce di carta con una piccola quantità di polvere da sparo, e il più costoso Fucile modello ‘91, che aveva la baionetta e due caricatori, di cui uno per pallottole di legno con una gittata di decine di metri. C’erano divise militari, soldatini di carta e di latta, trenini ed automobili a molla.

Se il regime guardava al gioco come strumento educativo più che come attività liberatoria, è anche vero che parallelamente resisteva un modo di giocare legato essenzialmente alla tradizione e al folklore. Le attività amene e davvero a misura di bambino trasmesse dai nonni e dai genitori coesistevano e, probabilmente, contrastavano quelle più militarizzanti e ideologizzanti promosse dal fascismo.

Il gioco oggi: qualche riflessione

La ricostruzione di quanto avveniva a livello ludico negli anni Trenta apre a diverse riflessioni sul presente. Possiamo fortunatamente contare su una maggiore libertà anche da questo punto di vista: il gioco è un passatempo senza regole, ideologie e condizioni; le possibilità offerte in termini di giochi all’aperto, giochi di società, giocattoli e videogiochi sono vastissime e variegate; permane, in larga parte, il diritto dei bambini ad essere tali; e armi giocattolo e bambole assecondano inclinazioni naturali dei due sessi (tra l’altro non sempre con una linea di demarcazione netta) senza sottendere messaggi subliminali per il loro ruolo sociale del domani.

Tuttavia qualcosa che non va lo si intravede anche oggi. In parte nell’individualismo e nell’isolamento che la TV, i videogiochi e la tecnologia in generale (se abusati perché gestiti male a livello genitoriale nei confronti dei figli) favoriscono. In parte nella tendenza di produttori, pubblicità e ancora una volta genitori a proporre oggetti che accelerano innaturalmente la crescita dei bambini, assecondando il naturale desiderio dell’infanzia a “diventare grande”, ma bruciando così l’infanzia stessa, unica e irrecuperabile.

In parte persino in un certo rifiuto, da parte dei ragazzini stessi, del gioco come attività preponderante della loro esistenza, come se si vergognassero, dedicandovisi, di mostrare ciò che effettivamente sono: bambini.

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Classe '85, divido il tempo tra la moglie e i tre figli e le più svariate passioni. Amo la lettura, la scrittura (ho pubblicato cinque romanzi) ed i videogiochi, non disprezzo fumetti, calcio, cinema e cucina. Eterno bambino, amo la vita e credo che sia troppo breve per non interessarsi a... tutto!

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