Gerd Müller, il panzer impazzito

di
gerd muller
@sporcle.com

Zlatko Čajkovski, tecnico del Bayern Monaco nel 1964:

Cosa me ne faccio di un sollevatore di pesi? Uno così è troppo grasso per trovare spazio in area di rigore.

Gerd Müller era un’ombra invisibile. Non lo si vedeva quasi mai, ma nel momento in cui doveva buttare in porta un pallone, si fiondava sulle prede avversarie come un avvoltoio assetato di sangue.

In qualunque modo.

Sgraziato come pochi altri.

Disarmonico nelle forme del suo corpo, atipico per una prima punta di sfondamento (1,76 cm di statura per un fisico tozzo, un baricentro basso ed una circonferenza cosce di 64 cm).

Uno così avrebbe potuto rinunciare da subito alla carriera agonistica. Oppure andare avanti e diventare il più grande cacciatore d’area della storia del calcio. Müller scelse la seconda via

Gerd Müller, l’implacabile

I numeri sono noiosi, ma in questo caso fondamentali per inquadrare il personaggio. In 19 anni di carriera, Müller ha indossato quattro maglie (Nördlingen, Bayern MonacoFt. Lauderdale e Germania Ovest), messo a segno 365 gol in Bundesliga (ancora oggi recordman assoluto: Klaus Fischer, il secondo, ne ha fatti 97 in meno), 398 con il Bayern e 68 in nazionale

Basta così? No, il fenomeno Müller si inquadra ancora meglio in relazione al numero di partite giocate. Un esempio? Le 68 reti segnate con la Germania Ovest sono arrivate in sole 62 partite. Disputò due Mondiali (prima di dare l’addio alla nazionale in seguito ad una polemica con la Federazione), sufficienti per timbrare il cartellino in 14 occasioni (10 nel 1970 e 4 nel 1974).

E poi i trionfi, mai banali. Dopo aver abbracciato il Bayern in seconda serie, lo portò sul tetto di Germania in quattro occasioni e in tre sullo quello europeo. Müller è stato campione d’Europa e del mondo con la nazionale (1972 e 1974), vincitore di una Coppa delle Coppe, una Coppa Intercontinentale e quattro Coppe di Germania, sette volte capocannoniere in Bundesliga, due volte Scarpa d’oro e una volta Pallone d’oro.

Il marchio di Gerd Müller è indelebile in ogni trionfo di squadra. Devastante nelle partite più difficili (si pensi alla finale mondiale con l’Olanda del ’74, decisa da una sua rete), costante nel rendimento, imprevedibile in ogni suo movimento.

Il tedesco era una scheggia impazzita, semplice comparsa nella fase di manovra, non eccelso in qualunque caratteristica tecnica. Müller non aveva un destro eccezionale, un sinistro letale o un colpo di testa da bombardiere di razza, eppure è stato il migliore. È stato il suo senso del gol a fare la differenza. È stata la capacità innata di prevedere i movimenti dei difensori a farne il numero uno.

Capacità innata, già. Intelligenza tattica, ancora di più. Quando un attaccante  unisce istinto e fosforo, diventa implacabile.

L’eredità di Müller

Uno così probabilmente non nascerà mai più. Oggi il calcio ha altre esigenze, altri ritmi, altri muscoli. Un’altra mentalità, sicuramente. Difficile immaginare nella Bundesliga di oggi un Müller capocannoniere, a meno che non si chiami Thomas.

Cresciuto da Gerd nelle giovanili del Bayern Monaco, l’attaccante tedesco è tanto lontano dal padre calcistico nella poliedricità quanto vicino nel fiuto per il gol ed alcune movenze.

Irregolari, per questo perfette.

Brutte da vedere, e non solo per gli avversari.

Pragmatiche, a modo loro molto tedesche.

Vincenti, nel 1974 come quarant’anni dopo.

Il “sollevatore di pesi” ha fatto scuola.

 

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Guspinese. Cagliaritano. Sardo. Italiano. Europeo. Cittadino del mondo. Ventisei anni. Figlio. Fratello. Coinquilino. Blogger. Scrittore. Laureando in Lettere. Cinema. Serie Tv. Politica italiana. Politica estera. Calcio. Ciclismo. Barba. Sigarette. Il buon vino. Gianni Brera. La buona birra. Amo le virgole quanto i punti.

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