Di Fiorentina-Roma, Batistuta e Salah

di
fiorentina-roma
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Due donne che hanno amato in tempi diversi lo stesso uomo.
Un grande uomo.
Due donne che portano i segni sul cuore di quell’amore finito. Due donne che non si staranno mai simpatiche ma se si guardano negli occhi in un momento di empatia sembrano raccontarsi il bello che è stato.
Ecco quello che mi viene in mente quando sento parlare di Fiorentina e Roma insieme.

Sono passati circa 30 secondi da quando avete iniziato a leggere questo pezzo e lo avrete capito da soli che le metafore non sono il mio forte. Ma le due donne sono la Roma e la Viola e l’uomo amato è Gabriel Omar Batistuta.
Il Re Leone per i romanisti. Batigol per i fiorentini.
Il più grande di tutti. Per tutti.

Che io ieri ho pensato a questo quando ho visto il gol di Salah.
Era l’anno dello scudetto. Partita imballata. Palla a Batistuta, tiro da fuori area. Gol sotto la Sud. E ciao.
E lacrime.
Sue, nostre, loro (dei viola).

Per motivi diversi un gol che fece piangere tutti. Che a me quella sera veniva voglia di cercare tifosi viola in giro per Roma e abbracciarli. Volergli bene, un bene vero e sincero. Di chiedere scusa per avergli portato via un pezzo di cuore.

Io vorrei essere uno di quelli che si mettono davanti a una pagina bianca e iniziano a scrivere spiegando per filo e per segno come è nato il secondo gol della Roma. Ma io scrivo di pancia e la tattica con la pancia non si può fare. Al limite quella è la strategia, ma non ne sono nemmeno tanto convinto. Non saprei che dirvi, da dove iniziare. Tipo cosa? Florenzi, lancione, Gervinho, ammazza quanto corre. Gol.

Se dobbiamo parlare di tattica for dummies allora ok. Sono il vostro uomo. Ma altrimenti no. A me viene più facile parlarvi degli affari miei. E io recentemente sono stato a Firenze qualche volta e ci sta un bar proprio davanti allo stadio.
Si chiama Bar Marisa ed è il bar degli appuntamenti. Il bar dove si prendono caffè e si pagano scommesse. Il bar dei biglietti e di un caffè a ben un euro e dieci. Il Bar Marisa è il nostro obelisco. Del tipo che si dice: allora puntuali, alle 20 al Bar Marisa. Sambuca, caffè e stadio. O cose del genere.
Dentro al Bar Marisa ci stanno vecchie foto e tante, tantissime di queste portano una dedica di Batistuta che tendenzialmente fa due cose. Gol. O alza un paio di coppe.

Questo è il Re Leone (o Batigol dipende da quale lato si inquadra il personaggio). Uno che faceva gol che ti facevano vincere. Alzare coppe. Abbracciare. Che io ancora oggi nel bel mezzo di una normale giornata mi fermo a pensare a come sia stato possibile avercelo in squadra. Comprarlo noi. Me lo ricordo come fosse ieri. Giugno 2000. Esame di maturità. Durante la prova di matematica inizia a spargersi la voce che il pomeriggio presentano Batistuta all’Olimpico. Io ricordo quel momento preciso come l’attimo in cui la matematica perse senso nella mia vita. Salvo poi riappassionarmici più avanti, dopo aver fatto studi umanistici per una vita. Oppure a poche centinaia di metri da dove sto scrivendo ora ci sta un Hotel, il Cicerone. La leggenda vuole che Sensi lo abbia venduto per fare cassa. E con quei soldi comprare l’argentino. Io alla fermata davanti al Cicerone ho aspettato il 280 per circa cinque anni. E ogni santo giorno guardavo quel palazzo e ringraziavo ogni singolo mattone, intonaco e calcestruzzo per aver contribuito all’acquisto. Mai avevo pensato prima a quanto potesse essere bello e romantico il mercato alberghiero. Ma questa è un’altra storia.

Come quella di Salah. Che segna alla sua ex squadra, non esulta e ti regala il primo posto mentre tu spaventato e confuso cerchi solo un angolo per respirare e fare mente locale. Provare a goderti quel che verrà. Amando e credendo. Senza paura.

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Anche noto come Coso. Classe 1981, attualmente in vita. Nasce brutto e povero e non potendosi permettere di cambiare vita chirurgicamente è costretto a vendere il suo corpo al giornalismo, ma nessuno se lo compra. Casca, si rialza, non se rompe. È tipo il pongo. Scrive cose, fa lavatrici.

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