Dissesto idrogeologico, cambiamenti climatici e colate di cemento: tra fango e realtà

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Dissesto idrogeologico, cambiamenti climatici e colate di cemento: tra fango e realtà
@Angela Schlafmütze

Sono i giorni dell’estate di San Martino, che dura tre giorni ed un pochino.

L’autunno con le sue precipitazioni e le sue piogge ha nuovamente sommerso di fango il nostro paese da Nord a Sud, dai territori ‘padani’ mal curati dai governi leghisti poco attenti al suolo e troppo concentrati su sparate razziste, alle regioni ‘rosse’ amministrati dal partito delle priorità fittizie, come la legge elettorale, fino alle regioni convergenza dimenticate dallo stato e abbandonata a stesse e al cemento delle organizzazioni mafiosi.

Alla base delle tragedie di questi giorni –ricordiamo che l’Entella che attraversa Chiavari è passato da 10cm di profondità a 7 metri in un’ora– ci sono due principali ragioni: il dissesto idrogeologico ed i cambiamenti climatici.

Se da un lato al dissesto idrogeologico non è certo estraneo il fatto che negli ultimi venti anni 480 metri quadrati al minuto di territorio sono stati coperti ininterrottamente con asfalto e cemento, edifici e capannoni, servizi e strade con la conseguente perdita di aree aperte naturali o agricole capaci di assorbire l’acqua in eccesso, dall’altro gli impatti dei cambiamenti climatici, come l’aumento dell’intensità delle precipitazioni e le temperature medie elevate sono oramai evidenza quotidiana e non più scenari ipotetici di scienziati ‘catastrofisti’. Quegli scienziati che durante l’ultima assemblea della Società Italiana Scienziati per il Clima (SISC), hanno ricordato come sia finito il tempo dell’inazione e che il punto di non ritorno si avvicina – 2017.

In questi giorni concitati una voce economica si alza più delle altre: la Coldiretti ha denunciato come l’impermeabilizzazione indiscriminata interessa ben il 7,3 per cento della superficie del Paese riferendosi ai dati pubblicati recentemente dall’ISPRA. Al tempo stesso ha ricordato come quest’anno, a causa delle anomalie climatiche dell’estate appena trascorsa, ci sarà un calo del 35% nella produzione di olio e del 15% nella produzioni di vini, con la mancata produzione di due vini d’eccellenza italiana: l’Amarone ed il Valpolicella. Si perché dagli scaffali dei collezionisti del vino veronese mancherà l’annata 2014. Danni al comparto agricolo – che ricordiamo essere l’unico settore dove aumenta l’occupazione giovanile under 35 – già duramente colpito dall’embargo comunitario per il mercato russo, si stimano perdite pari ad 1,5 miliardi di euro.

L’effetto congiunto del consumo di suolo e dei cambiamenti climatici è alla base dell’escalation di emergenze negli ultimi giorni ed anni. Siamo di fronte ai drammatici effetti dei cambiamenti climatici che si sono manifestati quest’anno con il moltiplicarsi di eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi ma intense e il repentino passaggio dal sereno al maltempo con vere e proprie piogge intense ed improvvise, che il terreno non riesce ad assorbire.

La realtà dei fatti è drammatica, con la Liguria oramai in ginocchio e con le casse vuote, all’appello mancano 150-200 milioni di euro per rimettere in piedi le attività produttive. Il governo promette di investire 7 miliardi nei prossimi anni e di non autorizzare mai più condoni – il Ministro spero ne abbia parlato anche con il genero del suo segretario di partito, l’imprenditore Caltagirone – speriamo che non siano le solite promesse pre-elettorali, staremo a vedere.

La realtà dell’oggi racconta quindi una storia drammatica ma non disperata, siamo ancora in tempo per rimettere in sicurezza il nostro paese. Come? Innanzitutto aggiornando gli interventi già previsti con le nuove indicazioni che vengono dall’Europa: inserire la Valutazione d’Impatto Climatica per aumentare la resilienza delle nostre infrastrutture.

Per fare un esempio, se sul Bisagno a Genova si fosse fatto l’intervento sul canale di scolo, probabilmente i danni sarebbero stati inferiori ma non sarebbe stato abbastanza, perché? La portata attuale raggiunge i 450m3\sec, l’intervento fermo a causa del ricorso di un gruppo di imprenditori raddoppiava la portata a 900m3/sec, la notte dell’ultima alluvione il Bisagno correva ad una portata di 1200m3/sec, il 30% in più di quanto previsto dall’intervento. Un altro esempio è l’intervento autorizzato dal Governo Renzi e dall’unità ‘speciale’ –stile telefilm NCIS- sul rischio idrogeologico sul Sarno. Pur di spendere si interverrà con un progetto degli anni ’80 mai aggiornato e che non considera le mutate condizioni climatiche e gli appelli della comunità scientifica e sociale campana.

A questo si dovrebbe dar seguito con un Piano Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici, naturale conseguenza della strategia di recente approvata dalla conferenza unificata e dalla conta dei danni degli ultimi giorni. Per farlo non servirebbe molto, abbiamo già le linee guide CIPE elaborate dal Governo Tecnico, esperienze come la Regione Lombardia, le città di Bologna, Ancona, Padova, Venezia, del Ministro dell’Agricoltura. Abbiamo tutto per sistematizzare e dare al paese una vera visione di lungo periodo per la messa in sicurezza del nostro disastrato paese, creando occupazione -si stimano quasi 50 mila nuovi posti di lavoro- risparmiando sui danni –1 euro in prevenzione ne evita 4 per la ricostruzione– e molti, tanti morti in meno.

Resta da capire se il premier dei sindaci ed il rivale dal mantello verde con la passione per il territorio vedano le città come sacchi di voti o se per davvero vogliano seguire l’espressione utilizzata spesso dal sindaco di Milano, Giuliano Pisapia: “Il sindaco, dev’essere il vicino di casa di tutti i cittadini”.

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Fondatore di Climalia, prima società italiana di servizi climatici per la resilienza territoriale. Collabora con il Kyoto Club come responsabile della cooperazione internazionale e come esperto di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Consulente del Ministero dell’Ambiente, Acclimatise UK, AzzeroCO2 e Commissione Europea.

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