La sconfortante situazione del diritto all’aborto in Italia

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diritto all'aborto in italia

In Italia ci sono state 85 mila interruzioni volontarie di gravidanza nel 2016, a cui si deve aggiungere un numero inafferrabile di aborti clandestini, che si verificano anche perché il diritto all’aborto in Italia non è sufficientemente tutelato.

La situazione è ulteriormente peggiorata da inizio 2016, quando è stata introdotta una pesante sanzione pecuniaria fino a 10 mila euro per chi si sottopone ad aborto clandestino, al di fuori della normativa prevista dalla legge 194, che peggiora ulteriormente la già precaria salute del diritto all’aborto in Italia.

Ma per quale motivo una donna dovrebbe ricorrere ad aborto clandestino, al di fuori di una struttura ospedaliera in grado di fornirle completa assistenza sanitaria, mettendo in pericolo la propria salute?

Perché la legge 194 non è sufficiente ad assicurare a chi lo necessita un accesso sicuro all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). La legge 194 del 1978 riconosce formalmente il diritto all’aborto a tutte le donne entro 90 giorni dal concepimento, qualora vi sia “un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito” (art. 4), e dopo i 90 giorni nel caso si presentino complicazioni e patologie che mettono a grave rischio la sua salute o quella del feto.

La stessa legge prevede tuttavia anche il diritto all’obiezione di coscienza, ovvero la possibilità per medici e personale sanitario di non effettuare la pratica, quando essa sia in contrasto con scelte etiche personali. Come vedremo, la maggior parte dei ginecologi usufruiscono di questo diritto e questa scelta ostacola l’applicazione concreta del diritto all’aborto in Italia, soprattutto in alcune regioni.

I dati sull’interruzione volontaria di gravidanza in Italia

Come detto in apertura, nel 2016 ci sono state 85 mila interruzioni volontarie di gravidanza in Italia. Il dato è riportato nella annuale Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge 194, da cui prendiamo anche i dati presentati di seguito.

La Liguria è la regione dove il cosiddetto tasso di abortività (il rapporto tra IVG effettuate e il numero di donne tra i 15 e i 49 anni) è più alto: 8,8 aborti ogni mille donne. Seguono Emilia Romagna (8,2), Puglia (8,1) e Toscana (7,6). Le regioni dove questo rapporto è più basso sono Basilicata (4,5), Calabria (4,6) e Veneto (4,8).

Tutti questi dati sono in calo costante: le IVG erano 230 mila nel 1982, 132 mila nel 2005 e 87 mila nel 2015. Anche il tasso di abortività cala senza sosta da più di trent’anni: era di 17,2 IVG ogni mille donne nel 1982, è di 6,5 oggi, uno dei dati più bassi a livello internazionale.

La pratica dell’IVG riguarda soprattutto le donne nella fascia di età 25-34 anni, è in aumento per le donne sopra i 35 anni, e ha riguardato 2.569 ragazze minorenni nel 2016, di cui 200 under 15. Il 39% degli aborti in Italia riguarda donne coniugate, percentuale che supera il 50% in Campania e Basilicata.

Le donne straniere sono molto rappresentate in queste statistiche. 25 mila delle 85 mila IVG – il 30% – riguardano cittadine non italiane, che presentano tassi di abortività superiori di 2-3 volte alle cittadine italiane. Si tratta tuttavia di un dato anch’esso in calo: nel 2003 si verificavano in Italia 40,7 IVG ogni mille donne straniere, oggi siamo a 15,7.

La grande maggioranza degli aborti in Italia – il 95% – avviene entro il terzo mese, il termine dei 90 giorni indicato dalla legge 194. Sono 4,5 mila le IVG effettuate dopo questo termine.

L’applicazione del diritto all’aborto in Italia

La lettura della già citata Relazione annuale del Ministro della Salute porta a considerazioni contrastanti sull’applicazione del diritto all’aborto in Italia.

Il Ministero assicura che a livello nazionale l’accesso al diritto è garantito. Le IVG vengono effettuate nel 60% delle strutture ospedaliere, percentuale ritenuta adeguata con la sola eccezione della Campania e della Provincia di Bolzano, dove questa percentuale crolla al 25%. Secondo la legge però l’IVG dovrebbe essere garantita in tutti gli ospedali pubblici.

Inoltre, dice il Ministero, ogni ginecologo non obiettore svolge in media 1,6 IVG a settimana, un dato ritenuto adeguato, anche se in leggera crescita rispetto al 2015 (era di 1,3). Ci sono però situazioni limite come quella del Molise, dove i pochissimi ginecologi non obiettori sono chiamati a svolgere nove IVG a settimana.

Questi dati, relativamente bassi, dipendono però non da una effettiva garanzia del diritto da parte dello Stato, quanto più che altro dal fatto che il numero di aborti in Italia è diminuito.

Se guardiamo infatti ai dati sull’obiezione di coscienza, dobbiamo concludere che la legge 194 non è sufficiente ad assicurare a chi lo necessita un accesso sicuro all’IVG. Tale diritto infatti viene spesso abusato e i dati sull’obiezione di coscienza negli ospedali italiani sono agghiaccianti.

Il 70,9% dei ginecologi italiani sono obiettori, non solo e non tanto per motivi etici. Come spiegano alcuni ginecologi non obiettori (qui e qui), le questioni di coscienza sono legate soprattutto a motivazioni professionali, piuttosto che etiche, con medici che preferiscono non praticare l’IVG in modo da vedersi assegnate procedure meno routinarie, che possano dare una maggiore soddisfazione e arricchimento professionale.

Sette ginecologi su dieci in Italia quindi non praticano l’aborto. Una percentuale molto alta e non distribuita uniformemente sul territorio nazionale, con situazioni surreali in regioni come Molise (97%), Basilicata (88%), Puglia (86%), Abruzzo e Sicilia (85%), provincia di Bolzano (84%), Campania (82%). Le regioni con le percentuali più basse di ginecologi obiettori sono Valle d’Aosta (18%), Emilia Romagna (48%), Friuli Venezia Giulia (51%) e Sardegna (56%).

A livello micro-territoriale le differenze sono ancora più marcate. Nel 2016, l’emblematica situazione della provincia di Ascoli Piceno (100% di obiettori – obiezione di struttura) aveva addirittura attirato l’attenzione del New York Times.

In questo scenario una donna può trovarsi nella spiacevole situazione di dover percorrere distanze notevoli e subire lunghi tempi di attesa, rischiando di oltrepassare il limite di 90 giorni previsto dalla legge. Una situazione di stress che, se va bene, rende ancora più acuta la sofferenza che già accompagna questa esperienza e, se va male, porta le donne che non trovano posti disponibili a ricorrere all’aborto clandestino.

La pratica dell’aborto clandestino sfugge alle statistiche e comprende naturalmente anche altri casi, come quello delle donne ricche che preferiscono rivolgersi in segretezza a cliniche private e quello opposto delle donne straniere senza documenti.

Un quadro davvero poco confortante. Il diritto all’aborto in Italia è riconosciuto, ma l’effettività della sua applicazione è contestata. La possibilità di ricorrere all’obiezione di coscienza è abusata da parte dei medici, per ragioni non sempre etiche, e secondo alcuni non dovrebbe essere proprio prevista, per garantire la massima accessibilità possibile al diritto all’aborto in Italia.

Immagine | Tatlana Vdb

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Nata e cresciuta in Piemonte, vive a Ginevra dove sta per finire il suo dottorato in chimica. Non ha ancora deciso cosa vuole fare da grande e la cosa non la disturba affatto. Ama correre e fare yoga, leggere, parlare lingue straniere, la cioccolata e il cappuccino.

8 Comments

  1. Ma non credete che chi partecipa ad un concorso per prestare la propria opera in un servizio pubblico governato dallo stato e pagato con le risorse della fiscalità generale riscosse da quello stato debba come minimo impegnarsi ad applicare le leggi di quello stato stesso fra cui la 194? Il resto è cialtroneria e fellonia autorizzata.

  2. E’ bene chiarire un punto. La 194 non nasce come riconoscimento di un presunto diritto delle donne di disfarsi del figlio indesiderato, bensì, come ampiamente sostenuto negli accesi dibattiti che hanno preceduto la sua approvazione, come provvedimento atto a combattere la piaga dell’aborto clandestino. Obbiettivo, tra l’altro, largamente fallito.
    Il testo della Legge 194, ha un incipit cheè un inno alla ipocrisia di Stato. Recita infatti: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e TUTELA LA VITA UMANA DAL SUO INIZIO”
    Naturalmente, i movimenti laicisti hanno impiegato pochissimo tempo a trasformare e regolamentare questo fenomeno sociale come il riconoscimento di un “diritto” , forse il primo e più importante esempio di una deriva che di lì a poco avrebbe iniziato a demolire i rapporti sociali, con la rivendicazione, ad ogni piè sospinto, di ogni momentanea pulsione, trasformandola in un “inalienabile diritto”.
    La scomoda frase “….tutela la vita umana dal suo inizio.” è stata presto trasformata da un logico significato di “fin dal concepimento” , grazie alle irresponsabili dichiarazioni di politici ed aberranti teorie di pseudo scienziati (secondo i quali il feto, fino al 90° giorno è un “informe grumo di cellule”), in un comodo viatico per quello che è -a tutti gli effetti- un omicidio di Stato, legalizzato e sostenuto anche a spese di quei cittadini convintamente contrari al provvedimento.
    E’ in atto ormai da tempo una feroce campagna di demonizzazione nei confronti di quei medici che intendono avvalersi di quella obiezione di coscienza, principio ampiamente riconosciuto e sostenuto, a suo tempo,da quella stessa parte politica che oggi ne contrasta l’applicazione nell’ambito della 194.
    Concludo affermando che l’applicazione della 194 è un delitto immane (oltre 6 milioni di feti uccisi) al cospetto di Dio e degli uomini. Vi sono altri modi, che non l’uccisione di bambini innocenti, per la tutela della famiglia e della maternità.

    • Buonasera Mario, non è un tema su cui pretendere di avere la verità – né da una parte né dall’altra – ma su cui lasciare la libertà alla donna, o alla coppia, di decidere cosa fare, avendo il diritto, non tanto all’aborto in sé, ma alla possibilità che la sua scelta, una scelta così intima, delicata e dolorosa sia rispettata qualunque essa sia, e che sia possibile esercitarla nel modo più semplice e dignitoso possibile.

  3. Cortesemente, potrebbe precisare se la decisione spetta alla donna o alla coppia? In caso di padre dissenziente all’aborto e madre favorevole chi decide e in caso di padre favorevole e madre dissenziente chi decide?

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