Di psicosi, fobia e razzismo

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fobia coronavirus

Il coronavirus è arrivato in Italia e contagiato centinaia di persone. Ma la vera malattia è la psic… No, non faremo questo discorso, che avrete probabilmente già sentito da altre parti. Né ci interessa darvi le ennesime istruzioni su cosa è il virus e come cercare di non prenderlo. L’informazione istituzionale, i giornali e le due dozzine di vademecum che qualcuno vi ha certamente girato negli ultimi tre giorni stanno facendo un buon lavoro nello spiegare il lato biologico di questa faccenda.

Abbiamo invece qualche problema a capire il lato psicologico, e quello sociale: i resoconti su come gli italiani hanno affrontato questa emergenza oscillano tra la ricerca sensazionalistica della scena da film apocalittico (carrellata sul supermercato saccheggiato, zoom sulla signora con la mascherina al contrario) e la reprimenda contro chiunque non mantenga una calma olimpica consumando un ottimo sushi mentre snocciola dati comparativi sull’incidenza di influenza stagionale e coronavirus. La gente è (letteralmente) impazzita? No. Sono tutte reazioni normali? Neanche. Ma andiamo con ordine.

Psicosi

Partiamo dal termine più abusato del 2020. Ogni volta che qualcuno parla di psicosi uno studente di psicologia o uno specializzando di psichiatra soffrono in silenzio, ripensando alle ore di studio spese ad imparare la definizione clinica di psicosi.

Che non è preoccuparsi troppo e fare le cose che al telegiornale sconsigliano di fare, ma un quadro di sintomi caratterizzato da alterazioni della percezione (allucinazioni, visioni, voci) e del pensiero (delirio, ad esempio di persecuzione, di grandezza, o altri pensieri bizzarri e infondati).

Per quanto molta gente abbia dato i numeri sull’emergenza coronavirus, solo una minima parte lo ha fatto pensando di essere Napoleone, o sulla base di rivelazioni avute direttamente da degli spiriti sumeri.

Fobia

Quello che alcuni hanno sperimentato in queste settimane, e molti negli ultimi giorni, si può avvicinare al massimo a una forma di fobia, ovvero la paura ricorrente, persistente ed eccessiva provocata dalla presenza o dal possibile arrivo di un fattore ansiogeno, nello specifico il nostro piccolo ma fin troppo socievole amico chiamato SARS-CoV-2.

La fobia non è solo una fissazione o un timore eccessivo, ma può essere accompagnata da ansia, panico e anche reazioni fisiche come tremore, sudorazione, palpitazioni, senso di soffocamento e comportamenti di evitamento e fuga.

E soprattutto non è proporzionale alla gravità del pericolo: chi ha una fobia per gli insetti può avere sintomi tanto intensi quanto chi ha una fobia per gli aerei, pur riconoscendo che un incontro con uno scarafaggio è comunque meno pericoloso di un guasto ai motori a diecimila metri di quota.

Anche questa diagnosi, però, è limitata probabilmente a poche persone, spesso con problemi d’ansia pregressi, e non ci dice tutto su quello che è successo nelle settimane prima della comparsa del coronavirus in Italia, cioè prima di Codogno, degli atletici impiegati lodigiani e dei pensionati frequentatori del baretto di paese.

Razzismo

Da fine gennaio a venerdì scorso il problema è stato un punto sulla cartina della Cina e i malati sono rimasti solo un numero che cresceva di giorno in giorno. Ma nonostante questo i nostri apparentemente sani concittadini hanno disertato in massa i ristoranti cinesi, insultato e aggredito in strada persone di origine asiatica e insinuato l’idea chiaramente pretestuosa di un contagio dall’Africa tramite gli sbarchi clandestini.

Questo insieme di pregiudizi e atteggiamenti discriminatori non ha niente a che fare con psicosi, fobie e relative definizioni cliniche, ma ha un nome che conosciamo tutti: razzismo. Che, sia ben chiaro, NON è una malattia, anche se per molto tempo in molti l’hanno blandito e normalizzato, giustificandolo come sintomo di qualche altro problema sociale, dalla crisi economica alla disoccupazione, alla globalizzazione.

Oppure l’hanno cercato di ridurre a qualcosa di meno controverso: i tifosi che fanno il verso della scimmia ai calciatori neri non sono razzisti, sono solo ignoranti. Come se gli altri hooligan fossero accademici della Crusca.

Succede da anni, in continuazione, e ovviamente è successo anche con questa epidemia. Qualcuno l’ha usata come pretesto per prendere di mira un gruppo sociale (stavolta è toccato ai cinesi) e tutti gli altri, o quasi, si sono limitati ad alzare le spalle e dire “che ci puoi fare, la gente ha paura”.

Ci sono molte ragioni per questa strana cautela nel chiamare il razzismo con il suo nome, e non è forse il momento migliore per discuterle. Però in questa emergenza fatta di virus invisibili, paure mal diagnosticate e incertezza generale non c’è veramente spazio per giocare a nascondino con questo problema, soprattutto se i lupi indossano le vesti innocue dei cittadini spaventati.

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Psicologo sociale, ovvero il tipo di psicologo che preferisce avere a che fare con i questionari che con le persone. Per lavoro scrive cose serissime su argomenti che a volte fanno ridere. Per Le Nius scrive cose che fanno ridere su argomenti a volte seri. mauro@lenius.it

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