Il Ddl Pillon si fonda sulla bigenitorialità, ma l’Italia non è pronta

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Il Disegno di legge n. 735, ormai conosciuto come Ddl Pillon dal nome del senatore leghista che lo promuove, introduce modifiche in materia di affido condiviso e mantenimento dei figli in caso di separazione e divorzio. In particolare si propone di modificare la legge 54/2006 sull’affidamento condiviso, ispirandosi al principio della bigenitorialità.

Il disegno di legge è assegnato alla commissione Giustizia del Senato in sede redigente: sarà la commissione a deliberare sul testo articolo per articolo, mentre l’Assemblea interverrà soltanto per votazione finale. Ad oggi sono in corso le audizioni informali.

Cosa significa bigenitorialità e come la interpreta il Ddl Pillon

ddl pillon bigenitorialità

Il principio guida del Ddl Pillon è, come anticipato, la bigenitorialità. Con bigenitorialità si intende il legittimo diritto del bambino ad un rapporto stabile con entrambi i genitori, anche dopo divorzio o separazione. A questo principio si ispira il Ddl e si propone esplicitamente di dare piena applicazione alla risoluzione n. 2079 (2015) del Consiglio d’Europa (pdf) che lo promuove.

Nel Ddl Pillon la bigenitorialità è declinata come il diritto di entrambi i genitori a trascorrere lo stesso tempo con i figli, partecipare alle decisioni, essere informato e il dovere di concorrere in maniera paritaria alle spese per il loro mantenimento.

Il Ddl quindi prevede che i genitori, grazie alla figura del mediatore professionale, raggiungano un accordo dettagliato chiamato “piano genitoriale” in cui vengono definiti modi e tempi della presenza di entrambi per le attività ordinarie e straordinarie e la ripartizione delle spese.

Inoltre, salvi gli indefiniti casi di impossibilità materiale, il Ddl prevede che i figli ricevano “cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali” e trascorrano “con ciascuno dei genitori tempi adeguati, paritetici ed equipollenti”, definendo un limite di almeno dodici giorni al mese con ciascun genitore.

Anche il mantenimento dei figli diventa ripartito in forma diretta. Ogni genitore contribuirà cioè al mantenimento e alle necessità del figlio durante il tempo in cui questo è a lui/lei affidato, e le spese restanti verranno divise in maniera puntuale e definite nel piano genitoriale. Il giudice potrà inoltre stabilire che i figli abbiano il doppio domicilio ma la residenza nella casa familiare, e in caso di disaccordo decidere quale dei due coniugi ci dovrà risiedere lasciando all’altro il pagamento di un indennizzo, nel caso la casa sia cointestata.

La bigenitorialità nel contesto italiano

La bigenitorialità ha una storia controversa in Italia, tra tentativi di applicazione, condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e un contesto strutturale e sociale che fa fatica ad adeguarsi a questo principio. Proprio sul contesto nazionale focalizzeremo l’attenzione per valutare se il Ddl Pillon possa rappresentare o meno una soluzione valida per dare piena applicazione al principio della bigenitorialità in Italia.

Ad oggi la bigenitorialità è affidata come detto alla legge 54/2006 che prevede l’affido congiunto e alternato. La quota di affidamenti concessi esclusivamente alla madre si è ridotta drasticamente dall’introduzione di questa legge nel nostro ordinamento. Il sorpasso è avvenuto nel 2007: 72,1% di separazioni con figli in affido condiviso contro il 25,6% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre. Si è poi consolidato ulteriormente e secondo gli ultimi dati Istat è adottato nell’80% delle coppie separate e nel 90% nelle coppie divorziate.

Affido condiviso non significa tuttavia che entrambi i genitori trascorrano esattamente lo stesso tempo con i figli e partecipino allo stesso modo alle decisioni che li riguardano e alle spese di mantenimento. Se formulata come lo è nel Ddl Pillon bigenitorialità significa invece che entrambi i genitori devono investire le stesse risorse economiche e di tempo per prendersi cura dei figli. Due elementi – risorse economiche e tempo – che nel nostro paese sono caratterizzati dalla presenza di gravi squilibri di genere, che si vanno ad aggiungere ad altre criticità strutturali e culturali, che analizziamo una ad una.

Le donne hanno meno risorse economiche

È cosa nota lo squilibrio di genere nelle risorse economiche nel nostro paese dovuto a un’esigua partecipazione femminile al mercato del lavoro e a differenziali salariali di genere: le donne in Italia guadagnano meno degli uomini anche a parità di qualifica professionale, esperienza lavorativa e tipologia di contratto.

Ad oggi, secondo i più recenti dati OCSE solo il 50% delle donne italiane in età lavorativa ha un lavoro retribuito, dal 2010 solo la Grecia fa peggio di noi. Per gli uomini questa percentuale è al 68%.

Lo squilibrio aumenta se guardiamo alle madri: una delle caratteristiche delle storie lavorative femminili in Italia è la propensione all’abbandono del lavoro alla nascita dei figli. I dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (pdf) riferiscono che tra le quasi 40 mila dimissioni volontarie del 2016 disposte dai genitori con figli fino ai tre anni, ben 30 mila sono di donne. Solo il 15% di queste donne si è dimesso per passare ad un altro lavoro, il restante 85% attribuisce l’abbandono alle difficoltà nell’assistere il bambino, a causa di costi elevati o assenza di nido, o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. I padri che hanno lasciato il lavoro sono molti meno, circa ottomila, e di questi la grande maggioranza lo ha fatto per passare ad altra azienda: solo duemila lo hanno fatto per difficoltà familiari.

I due dati combinati, poche donne nel mercato del lavoro e madri che interrompono la carriera all’arrivo del figlio, mettono le donne in una posizione di svantaggio nel momento in cui, in seguito a separazione o divorzio, le risorse economiche diventino una precondizione per trascorrere tempo con i figli.

Secondo i già citati dati Istat relativi al 2015, il 21% delle separate è casalinga. In totale il 36% delle separate e il 27% delle divorziate di quell’anno non hanno lavoro (sono casalinghe, inoccupate, studentesse o in cerca di occupazione). In tutte queste categorie rientra solo il 12% dei padri separati e l’11% dei padri divorziati. Non è un caso se il primo punto della risoluzione n. 2079 del Consiglio d’Europa a cui fa riferimento Pillon promuove l’uguaglianza tra uomini e donne non solo nella sfera privata ma, prima, nella vita professionale.

Le donne sono più coinvolte nella cura dei figli

Per quanto riguarda il tempo, è difficile pensare che il tempo equi diviso tra genitori si realizzi solo in seguito alla separazione o al divorzio, anche questo per una serie di motivi sia strutturali sia culturali che vedono le donne maggiormente coinvolte nel tempo dedicato alla famiglia. Primo, ed è il motivo che viene richiamato direttamente nella risoluzione del Consiglio d’Europa, l’uguaglianza dei genitori deve essere garantita e promossa dalla nascita del figlio.

Ad oggi il nostro ordinamento prevede un congedo di maternità obbligatorio di cinque mesi, un congedo di paternità obbligatorio e retribuito di due giorni. A questi fanno seguito dieci mesi di congedo parentale retribuito al 30% di cui possono usufruire, alternativamente, entrambi i genitori, e che arriva a 11 mesi se è il padre ad usufruirne per almeno tre mesi. Certo, negli anni sta aumentando il numero di padri che prendono il congedo parentale facoltativo, ma è passato dall’11% del 2012 al 18,4% del 2016, secondo i dati INPS. Una quota che evidentemente non è sufficiente per pensare che la bigenitorialità sia coltivata come prassi nelle famiglie italiane sin dalla nascita dei figli.

Bigenitorialità non può essere solo un’imposizione di tempo da costruire dopo separazione e divorzio, è qualcosa che va costruito, anche culturalmente, di giorno in giorno. Ad oggi, invece, le donne italiane sono, insieme alle portoghesi, le europee che dedicano maggior tempo giornalmente al lavoro familiare e di cura, una media di più di 5 ore al giorno. Mentre le donne italiane sono le più attive in questo senso, gli uomini rientrano tra i meno attivi, dedicando poco più di due ore al giorno al lavoro domestico, contro le oltre tre ore dei danesi. Questo fa sì che, secondo i dati OCSE, l’Italia sia, insieme al Portogallo, il paese in cui le differenze di genere in questo ambito sono le più marcate: le donne sono impegnate nel lavoro familiare ogni giorno tre ore più degli uomini. Secondo i dati Istat, la presenta di figli aumenta l’asimmetria di coppia nel lavoro familiare.

Ci sono ancora troppi stereotipi di genere

Dal punto di vista strettamente culturale, sempre secondo la citata risoluzione, lo sviluppo della corresponsabilità parentale contribuisce a liberarsi dagli stereotipi di genere. Stereotipi di cui l’Italia è ancora intrinsecamente permeata. Sebbene oltre l’80% degli intervistati italiani dell’indagine Eurobarometro sull’uguaglianza di genere 2014 e 2017 approvi che un uomo partecipi equamente ai compiti domestici, nella prassi la divisione di genere dei ruoli è ancora totalmente sbilanciata a (s)favore delle donne.

Il 41% delle donne e il 46% degli uomini, infatti, concorda che un padre deve dare priorità alla sua carriera rispetto ad occuparsi di figli piccoli, il 51% degli italiani pensa che il ruolo più importante per una donna sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia, il 72% concorda con l’affermazione “se la madre ha un lavoro a tempo pieno, la vita familiare ne soffre” (dati citati dal libro Genitori cercasi, di Letizia Mencarini e Daniele Vignoli).

La bigenitorialità potrà quindi favorire la liberazione dagli stereotipi, ma al tempo stesso gli stereotipi esistenti e le pratiche tradizionali di divisione dei ruoli ne limitano la fattibilità, soprattutto così come attualmente formulati nel Ddl Pillon.

ddl pillon bigenitorialità
Il senatore Pillon | TrevisoToday

Gli asili nido sono insufficienti

Oltre alle questioni già citate, è importante menzionare tra i limiti che impediscono la piena realizzazione del principio della bigenitorialità l’assenza nel nostro paese di un’adeguata rete di servizi alla genitorialità. La diffusione degli asili nido è andata aumentando nel tempo, con notevoli differenze territoriali, ma non copre oggi le necessità delle famiglie con bimbi piccoli.

I dati Istat 2015 dicono chiaramente che solo il 12% dei bambini che avrebbero possibilità di accedere all’asilo nido lo frequentano realmente, 175 mila bambini su una platea che potenzialmente ne conta quasi un milione e mezzo. La percentuale supera il 20% nelle regioni del centro, mentre in alcune regioni del sud (Sicilia, Campania e Calabria) arriva a malapena al 5%. Anche questo fattore non aiuta la parità economica tra donne e uomini: senza i servizi di cura sono quasi sempre le madri a dedicarsi alla famiglia.

Più donne che uomini lavorano part-time

Una buona diffusione dei contratti a tempo parziale, sia per le madri sia per i padri, sarebbe un’opzione su cui puntare per diminuire il gap tra uomini e donne. La diffusione del part-time nel nostro paese è in linea con la media europea: secondo i dati Eurostat relativi al 2017 il 18,5% dei lavoratori ha un impiego part-time. La diffusione è inoltre cresciuta negli ultimi anni, era infatti solo il 12,6% nel 2005.

Ad essere leggermente superiore alla media europea 24,3, contro 23, è il part-time gender gap ovvero la differenza tra lavoratori part-time sul totale per uomini e donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni. Questo significa che le donne più che gli uomini nel nostro paese sono maggiormente impiegate con lavoro parziale. Anche questo non giova all’equilibrio di tempo e di risorse economiche importante per la bigenitorialità.

Molte donne sono vittima di violenza

Un ultimo e importante squilibrio riguarda la necessità di ridurre l’incidenza delle violenze domestiche nel nostro paese. I dati Istat 2014 sulla violenza di genere dicono che sono 1,4 milioni le madri che hanno subito maltrattamenti in casa da parte dei partner. 455 mila di loro non vivono più con l’ex partner violento e hanno dichiarato che i propri bambini hanno visto o subito la violenza, 7 su 10 sono separate o divorziate.

Questa è una delle critiche principali portate al Ddl Pillon, un problema da risolvere prima di pensare che la bigenitorialità possa essere una soluzione valida indistintamente per tutte le famiglie.

Per concludere: non siamo pronti alla bigenitorialità

La questione della bigenitorialità, dunque, è sicuramente importante, ma affinché questa possa essere realizzata gli squilibri di genere devono essere risolti. Prevedere tempi paritari, non meno di dodici giorni al mese presso l’uno e l’altro genitore, ma soprattutto che i genitori contribuiscano alla pari, o secondo le loro possibilità alle cure del figlio, significa mettere le donne e madri in una situazione di inevitabile svantaggio.

In un simile contesto, inoltre, è improbabile che i figli possano godere di un miglioramento della loro condizione dall’applicazione del principio di bigenitorialità, e d’altra parte una delle critiche fatte al decreto è proprio quella di avere una prospettiva adultocentrica che poco si cura del reale benessere dei bambini.

Il Ddl Pillon persegue quindi un obiettivo – di per sé nobile – ignorando però l’esistenza di una realtà complessa che va prima indirizzata. Maggior partecipazione delle donne nel mercato del lavoro, diminuzione dei differenziali salariali, aumento dei servizi di sostegno alla genitorialità fin dalla nascita, maggior diffusione del lavoro part-time anche per gli uomini, riduzione della violenza contro le donne e, infine, la spinta verso un cambiamento culturale che porti ad una maggior condivisione del ruolo di cura e dei tempi della genitorialità sono solo alcuni dei passi da compiere prima di poter introdurre in modo compiuto il principio della bigenitorialità in Italia.

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Demografa sociale all’Università di Firenze. Studia le differenze di genere in Italia e in Europa, declinate in vari ambiti: istruzione, sessualità, omicidi, fecondità.

12 Comments

  1. Chi pensa che oggi esiste la famiglia? Non siamo ipocriti! Guardiamo le generazioni precedenti, con tutti i limiti di allora. Produssero discendenze più equilibrate, serie e mature di quelle che stanno venendo su oggi. Famiglia è data dal perfetto equilibrio tra le due figure genitoriali. Oggi si insiste su un punto da mantide religiosa, è come se i figli fossero della donna e non della coppia, l’uomo è relegato al posto di un donatore di seme. Non dite che non è così, chi vi parla è un padre non separato. Il fatto che una qualsiasi mamma, che non ha subito alcuna violenza, i cui figli non subiscono alcuna violenza, il cui papà magari fa tutto per la famiglia, ha il potere di andare da un avvocato, e poi da un giudice, a dire che non ama più quell’uomo e non vuole più starci, ottiene, l’allontanamento del papà dalla casa, magari anche di sua proprietà, e dai figli fino alla loro indipendenza economica, quale frutto della separazione, vi sembra progresso sociale, diritto di famiglia, civiltà? Ma di cosa stiamo parlando? Di giustizia? Non prendete in giro l’intelligenza. Si esamini, se viviamo davvero in uno stato di diritto, caso per caso quando si giudica una richiesta di separazione, altrimenti, se è già tutto scritto, avvocati e giudici a cosa servono? Il minore ha il diritto di avere sempre un padre equamente presente come ha il diritto di avere sempre una madre equamente presente!!!!

  2. il 72% concorda con l’affermazione “se la madre ha un lavoro a tempo pieno, la vita familiare ne soffre” (dati citati dal libro Genitori cercasi, di Letizia Mencarini e Daniele Vignoli). Se una madre lavora e lo fa da sempre, anche prima della nascita del bambino, niente sofferenze della vita famiiare, Se il padre non lavora, si prender esso stesso cura dei figli, con una prevalenza del tempo in cui li segue. A ainvertite (padre lavoratore full time e madre disoccupata) avviene l’incontrario. Se i genitori lavorano entrambi va bene luna frequentazione pari.

  3. Non è pronta? E si adegua!!! Ma che ragionamenti sono? Deve finire questa indecenza dei figli delle vedove! I figli si fanno in due… e due devono essere i genitori.

  4. Oggi giorno, madri e padri sono sempre più uguali nella gestione del figlio, della serie uno è uguale all’altro per il figlio, quindi la bigenitorialita’ è un puro esempio alla parità dei genitori anche per la condivisione dei figli con genitori stessi. Ben venga!

  5. È se le donne non iniziano mai a lavorare quando si inverte la tendenza?!! E perche’ devono lasciare il lavoro dopo il parto?!!! Nel mio lavoro tante colleghe hanno partorito e dopo meno di un anno sono tornate a prendere servizio. Sono tutte balle e scuse gli impedimenti a sfavore del disegno di legge! Ma perché descrivete la donna come un essere perfetto e vittima prescindere?
    Ecco, questo pensiero opportunistico va cambiato! Questo vittimismo strumentale! Non è assolutamente vero che i papà di oggi non partecipano nella vita dei figli e nella cura della famiglia ! In famiglia semplicemente si dividono i compiti. Se mio marito lavora 10 ore e io 6 e ovvio che quello che non fa mio marito lo faccio io! Se mio marito guadagna 10 e io 5 io beneficio del suo guadagno e quando divorzio non comprendo per quale motivo devo continuare a goderne come fossi ancora la moglie! Per i figli idem, se il padre guadagna 10 e io 5 il padre contribuisce per 10 e io per 5, ma non esiste che io ex moglie sottrago risorse al padre e mi tengo pure il figlio per il maggior tempo!!!! Non sono pronte le donne italiane perché è difficile rinunciare a privileggi!

  6. Allora visto che tutti pensate che il vecchio sistema familiare fosse il top vorrei ricordarvi che NOI che viviamo i disagi di un concetto di famiglia nuovo e tutto sommato poco stabile SIAMO IL FRUTTO DI QUEL TIPO DI FAMIGLIA CHE RIMPIANGIAMO. E’ evidente che non era la famiglia . Secondo me, e fortunatamente si è perso o almeno spero, era la forte ingerenza della comunità in cui si viveva che sino almeno agli anni 60 era presente a tutti i livelli: il paese…….e in città il quartiere, il condominio il vicino etc. etc. Si arrivava all’assurdo di estranei che condizionavano la vita altrui. La verità, scoperta da padre (fortunatamente con successo) è che sino ai 16 anni dei nostri figli dobbiamo lavorare a fondo poi……….sperare di aver fatto un buon lavoro. Evidentemente i nostri genitori in qualcosa hanno difettato vuoi per l’ inadeguatezza dell’ educazione (rispetto ai tempi) che hanno cercato di trasmetterci vuoi per la rapidità con cui è cambiata la società ma qualcosa è andato storto.
    E’ un fenomeno che non si può relegare solo a chi tiene i figli o a quanti soldi vanno versati la vera grande pecca (problema grande come un palazzo che nessuno vuol vedere) è la mancanza dei valori fondamentali per la convivenza tra persone. Quante madri (forse la cosa peggiore) della mia generazione (quella cresciuta negli anni 70) hanno inculcato ai figli il concetto di divertirsi ma di non legarsi? Io ne ho sentite tantissime. Quindi di chi è la colpa del decadere del concetto di famiglia e in generale del decadimento della coesione sociale?
    ESAME DI COSCIENZA!!!!!!!!!

  7. Sentir dire dalle associazioni contro il ddl che la PAS è un’invenzione, è la piena conferma che chi si oppone lo fa solo per interesse personale. Stesso dicasi per chi nomina la violenza, tema serio e non strumentabile.

  8. Si al DDL 735 una legge nel nome dei figli…basta ai figli orfani di padre vivente .. basta padri costretti a mangiare alla Caritas e dormire in macchina .. Si ai tempi paritetici sono quelli che danno maggior benessere psicofisico ai bambini .. la legge nel caso di violenza familiare come espilcitato nel DDL Pillon non puo essere applicata considerato che al giorno d’oggi le accuse di violenza sono false accuse in oltre il 90 % dei casi strumentalizzate per avere vantaggi economici e di affido… è quindi giusto che la falsa accusa venga punita con il ritiro della potesta’ genitoriale al genitore che muove la falsa accusa ..

  9. Insisto il ddl Pillon è da talebani occorre ricominciare dall’educazione impartita ai figli. Poi che i tribunali abbiano fortemente sbagliato nel far pendere l’ago della bilancia a favore delle madri infischiandosene delle condizioni di vita dei padri è un altro discorso. Basta per ora rimediare a questo poi………….UN LUNGO LAVORO PER RICOSTRUIRE IL CONCETTO DI FAMIGLIA senza stare a guardare se etero o omo i figli sono figli e non hanno chiesto loro di venire al mondo. Loro a parer mio hanno i diritti noi i doveri. Ricordiamoci che inculcare il concetto di famiglia con al centro i figli e NON I GENITORI non può che migliorare ,e non poco, anche l’attuale società civile italiana che sta cominciando a fare veramente schifo

  10. Per un ottimale sviluppo psichico dei figli occorre farli crescere in un ambiente ottimale che va valutato caso per caso. Non si può imporre un modello di crescita ad un bambino imposto per legge.
    Ci si dimentica che , giustamente, i genitori separati hanno diritto a rifarsi una vita.
    E se uno dei genitori decide che preferisce vivere alla giornata tra lavoro locali ed incontri occasionali?
    E se il nuovo compagno/a di uno dei due non vuole o maltratta il bambino?
    E se uno dei due si trasferisce lontano o lontanissimo dall’altro? con la scuola come la mettiamo?
    E’ sempre la solita storia la legge vede solo il bianco e il nero ma la vita reale è un’infinità di grigi.
    Da “vecchio comunista mangia bambini” propongo FUORI LA CHIESA DALLO STATO ITALIANO (provate a scoprire chi è il consigliere più o meno occulto di Pillon)

  11. IL VERO OBBIETTIVO PARE ESSERE L’IMPEDIRE LE SEPARAZIONI (ma forse è solo una mia impressione) facendo leva sulla disparità di genere…………….come al tempo dei miei nonni e dei miei genitori……..la parte più debole soccombe.

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