Consumo di suolo in Italia | Dati, motivi e conseguenze

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consumo di suolo e urban sprawl

Cosa sta accadendo alle città italiane? Espansione, riqualificazione, innovazione sono solo alcuni tra i termini più utilizzati per descrivere i processi in atto nei contesti urbani. Dopo esserci occupati di gentrification, diritti, periferie, città duale e sicurezza centriamo ora la nostra attenzione sul consumo di suolo in Italia e su un fenomeno ad esso collegato: lo urban sprawl, una tematica che implica nuove ed altre sfide sociali e ambientali.

Consumo di suolo e urban sprawl: lo scenario italiano

Tra il 2007 e il 2008, per la prima volta nella storia dell’umanità, la popolazione mondiale che risiede in aree urbanizzate ha superato la popolazione “rurale”. La città continua la sua crescita, iniziata millenni fa e consolidatasi nel tardo Ottocento.

Se in Europa, per ragioni storiche, sociali ed economiche, la concentrazione di individui in contesti urbani è un fenomeno incrementale e di vecchia data, in altri continenti l’urbanizzazione ha proceduto con ritmi alquanto differenti facendo registrare una marcata accelerazione negli ultimi decenni.

In Asia la popolazione urbana è ad oggi ancora minoritaria ma entro quindici anni, dicono le stime dell’UNDPUnited Nations Development Programme, avverrà il sorpasso e l’Africa ci andrà molto vicino. Stiamo andando dunque verso un futuro in cui il baricentro demografico sarà sempre più urbano?

In Italia, secondo i dati Istat, l’anagrafe dei dieci comuni più popolosi ci riserva una – apparente – sorpresa: nell’ultimo ventennio solo Roma ha visto crescere i propri abitanti, nelle altre nove città si è registrato un calo (a Napoli, Genova e Catania più marcato che altrove), nonostante flussi migratori in entrata, riqualificazioni di quartieri e nuove infrastrutture.

Le città italiane sono quindi in controtendenza? In realtà ciò che si sta verificando è un riversamento di fasce di popolazione urbana nei comuni limitrofi, dove i prezzi di locazione sono più abbordabili, la possibilità di avere un angolo di verde non è un miraggio e – forse – la congestione delle automobili è minore.

Il risultato è ciò che gli anglosassoni chiamano sprawl, uno sparpagliamento spesso disordinato di caseggiati, strade, rotatorie, capannoni e centri commerciali che facciamo ormai fatica a separare fisicamente e concettualmente dalle città che li hanno generati.

Sono quindi le fasce periurbane a ingrossarsi e ad accogliere ogni anno centinaia o migliaia di nuovi residenti, in uscita dai capoluoghi o in arrivo dai piccoli comuni, dalle vallate, dall’estero. Consumo di suolo e urban sprawl sono dunque fenomeni strettamente correlati, come vedremo tra poco.

I dati del consumo di suolo in Italia

Fino a qualche anno fa le scienze sociali – probabilmente anche l’urbanistica – hanno largamente sottovalutato questo fenomeno o quanto meno lo hanno letto come un consolidamento del paradigma della città diffusa, prefigurando una compatibilità tra questa “nuova” forma urbana, le attività umane e l’ambiente circostante.

Le tecnologie informatiche, il telelavoro, le infrastrutture viarie, una diversa organizzazione dei tempi e innovativi sistemi di mobilità inter- e intra-urbana avrebbero, nelle intenzioni e nelle speranze di amministratori e pianificatori, favorito il crescente spostamento di popolazioni verso aree di recente insediamento, verso “cinture verdi” delle città o addirittura verso aree non ancora antropizzate.

I primi minuti di Le mani sulla città di Francesco Rosi sono in questo senso emblematici e sempre inquietanti.

Il modello non sembrava però tenere in considerazione le tante implicazioni negative che lo sprawl portava con sé, dal punto di vista ambientale-paesaggistico e da quello sociale. L’incontrollato consumo di suolo, infatti, ha comportato una serie di conseguenze riversatesi sull’ecosistema, sulle modalità di governo, sulle pratiche sociali e naturalmente sull’agricoltura.

Secondo il Rapporto Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementificazione del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, tra il 1971 e il 2010 si sono persi quasi 5 milioni di ettari di superficie agraria, come Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna sommate assieme. Un dato impressionante che si riflette anche sulla capacità produttiva del nostro paese: “la riduzione maggiore riguarda la superficie a seminativi e i prati permanenti, ovvero i due ambiti da cui provengono i principali prodotti di base dell’alimentazione degli italiani: pane, pasta, riso, verdure, carne, latte”, segnala lo stesso rapporto.

Altre stime – contenute nell’articolo di Marco Castrignanò e Giovanni Pieretti Consumo di suolo e urban sprawl: alcune considerazioni sulla specificità del caso italiano, in Sociologia urbana e rurale, n. 92-93, 2010 e nel saggio di Salvatore Settis Paesaggio Costituzione Cemento – ci dicono che oltre la metà del suolo agricolo consumato è stata destinata all’urbanizzazione e alle relative infrastrutture.

Gli attuali studi sulle città europee sono ormai concordi nel considerare finito il periodo dell’espansione urbana, sostenendo la necessità di un nuovo approccio orientato alla densificazione (o ri-densificazione) e al recupero di aree urbane non utilizzate o male utilizzate, senza prevedere ulteriore consumo di suolo.

Nonostante questa consapevolezza e la sensibilità di una parte crescente dell’opinione pubblica, assistiamo in Italia ad un continuo incremento di territorio reso edificabile. I numeri ci dicono che, ben lungi da allinearci a quella tendenza chiamata shrinking city (città in contrazione), stiamo consumando suolo in maniera massiccia, soprattutto per finalità residenziali e commerciali.

Secondo il rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici pubblicato nel 2017 dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), l’impermeabilizzazione del suolo ha proceduto a ritmi sostenuti fino al 2009, facendo registrare quasi 24 mila ettari di territorio consumato all’anno (7,6 metri quadrati al secondo).

Negli ultimi otto anni la crisi economica e in particolare quella del settore edile ha limitato l’impatto del fenomeno: nel 2016 (ultimo dato disponibile) il consumo di nuovo suolo si è attestato sui 10.900 ettari annui, più di 3 metri quadrati al secondo. La tendenza al rallentamento non annulla tuttavia la perdita di aree naturali e agricole con asfalto, cemento, edifici, strade, insediamenti commerciali, servizi e aree residenziali spesso a bassa densità demografica.

In generale le pianure italiane sono le porzioni di territorio più aggredite e che hanno quindi subito più trasformazioni: la Pianura Padana ovviamente, ma anche quella toscana tra Firenze e la costa, l’Agro Pontino laziale, parti di Campania e di Salento. Lombardia, Veneto e Campania sono sul podio delle regioni meno virtuose e fanno registrare rispettivamente 13%, 12% e 11% di territorio coperto artificialmente (e spesso irreversibilmente); la media italiana è di 7,6%. Alcune delle loro aree urbane (Milano, Monza, Brescia, Treviso, Verona, Padova, Napoli, Salerno, Caserta) sono tra quelle con il maggiore consumo di suolo, e a esse si aggiungono Roma, Trieste, Barletta-Andria-Trani. Le uniche province con percentuali di consumo di suolo al di sotto del 3% sono Matera, Verbano-Cusio-Ossola, Aosta e Nuoro, caratterizzate da un territorio montuoso e, quindi, poco infrastrutturabile.

Fino agli anni novanta il consumo di suolo procedeva parallelamente alla crescita della popolazione e dell’industrializzazione. A metà anni Novanta la crescita demografica si arresta e lo sviluppo economico inizia a incepparsi. Eppure l’occupazione dei suoli agricoli ha una prepotente accelerazione.

Nella sola Emilia Romagna, tra il 1945 e il 1995 la superficie edificata (aree residenziali, industriali, strade, parcheggi) è aumentata di venti volte; grazie ai piani edilizi comunali altri 38 mila ettari vengono inghiottiti dal cemento nel decennio successivo (Antonio Saltini, Politica del territorio in Emilia-Romagna. La chimera dello sviluppo “sostenibile”, in Spazio Rurale, n. 8-9, 2006).

Tra le motivazioni di questo incontrollato consumo di territorio, e qui il discorso vale per tutta la penisola, va sicuramente citato il taglio dei trasferimenti dal livello centrale a quello locale, che spinge le amministrazioni comunali a concedere sempre più spazi per nuove edificazioni al fine di ricavare maggiori introiti dagli oneri di urbanizzazione.

Consumo di suolo in Italia: conseguenze e sfide future

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Le conseguenze del consumo di suolo in Italia e dello urban sprawl sulle città italiane hanno perciò una molteplice natura. Dal punto di vista ambientale, oltre alla già citata perdita di terreno agricolo, prati, pascoli e aree incolte, negli ultimi anni ISPRA e INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria) segnalano come l’espandersi delle aree urbane e delle fasce periurbane proceda più o meno incontrollato anche nelle zone a rischio idrogeologico (Marche, Liguria), sismico (Campania) o in prossimità di bacini d’acqua (Trentino-Alto Adige).

Una completa valutazione dei rischi del consumo di suolo in Italia, inoltre, non può trascurare gli impatti indiretti e di disturbo che interessano le aree limitrofe alle nuove edificazioni o alle nuove infrastrutture viarie, spesso ridotte a vuoti urbani privi di una propria funzionalità. Il paesaggio alquanto frammentato e impoverito si riflette nella riduzione degli habitat e della biodiversità e nella perdita dei servizi ecosistemici che le aree naturali garantiscono alle nostre comunità.

Il già citato Rapporto ISPRA sul consumo di suolo in Italia ha provato a stimare la percentuale di superficie potenzialmente impattata dal fenomeno, restituendo un’immagine allarmante e per certi versi non reversibile: oltre la metà del territorio nazionale ha una copertura artificiale entro 100 metri di distanza (buffer zone rispetto alle aree costruite), con le punte massime in Campania ed Emilia Romagna (oltre il 70% del territorio regionale).

Le sfide di carattere infrastrutturale, invece, riguardano l’ovvia constatazione che nuove aree edificate richiedono nuove infrastrutture viarie, per connettere questi tasselli al mosaico urbano sempre più disarticolato. Cemento chiama cemento, verrebbe da dire. Non solo. La diffusione della città necessita anche di reti per l’approvvigionamento idrico, energetico e termico.

Sono le sfide sociali e politiche, però, a rendere ulteriormente preoccupante il fenomeno del consumo di suolo in Italia e dello urban sprawl. Una città che replica sé stessa nelle cinture periferiche, che si amplia a dismisura e che colonizza interi lotti un tempo agricoli (per poi, paradossalmente, lanciare iniziative di promozione degli orti urbani nei suoi asfittici quartieri) pone seri interrogativi, a noi come cittadini, come osservatori o come amministratori.

I nuovi stili di vita, plasmati o determinati dalla dispersione abitativa, sono spesso caratterizzati dallo smarrimento dei sensi di appartenenza e di identificazione con i luoghi: i nuovi quartieri dello sprawl sono per lo più futuristici rioni con caseggiati, viali di scorrimento, parcheggi, parchi asettici e centri commerciali, con ovviamente le dovute eccezioni.

Il rischio è quello di una segregazione abitativa che, a differenza della segregazione classica, isola nelle aree di nuova edificazione le fasce sociali medio-alte infastidite dalla congestione cittadina che loro stessi hanno contribuito a creare. Questo può voler dire, in aggiunta, un maggiore utilizzo dei mezzi di trasporto privati per gli spostamenti casa-lavoro o casa-scuola.

Consumo di suolo e urban sprawl: tendenze in Europa e negli Stati Uniti

Il consumo di suolo non è monitorato in maniera omogenea tra tutti i paesi europei, tuttavia i dati della European Environment Agency pubblicati nel 2017 stimano la quota di suolo consumato attorno al 4% di tutta la superficie dell’Unione Europea, molto al di sotto del 7,6% italiano. Peggio di noi solo i Paesi Bassi, il Belgio e il Lussemburgo, aree densamente abitate, pianeggianti e inserite in una fitta rete viaria e infrastrutturale.

Per quanto riguarda le città, la metodologia di analisi Copernicus Urban Atlas attraverso l’indice di dispersione, definito come il rapporto tra aree a bassa densità e aree urbanizzate, può fornirci un confronto tra le diverse aree urbane a livello europeo. L’unica città italiana considerata dall’indagine, Roma, fa registrare un valore tra i più alti fra il campione di città esaminate, evidenziando la maggiore tendenza alla dispersione e alla diffusione insediativa della nostra capitale rispetto a Parigi, Berlino, Lisbona, Atene, Vienna o Copenaghen. Livelli di sprawl più elevati si riscontrano invece a Bruxelles, Dublino e Stoccolma.

Parlando di espansione orizzontale delle città non possiamo non menzionare ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, dove la dinamica dello sprawl ebbe inizio già negli anni cinquanta. I dati dello United States Census Bureau fotografano l’ennesima ripresa dei caratteristici suburbs che come cerchi concentrici contornano le vaste aree metropolitane di Dallas, Houston, Atlanta, Los Angeles, Austin, St. Louis, Chicago e decine di altre città. Solo nel 2017 quasi 300 mila statunitensi si sono trasferiti nelle fasce periurbane, sancendo la fine del back to the city movement.

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Avete presente il 742 Evergreen Terrace della famiglia Simpson? Bene, siamo in un tipico suburb statunitense.

Tra il 2007 e il 2013 le downtown, le aree centrali delle metropoli nordamericane, sembravano aver riacquistato rilevanza attraendo nuovi residenti e contenendo il consumo di nuovo suolo, ma dal 2014 i suburbs sono tornati a essere di moda, con insediamenti anche molto distanti dal resto della città. I movimenti verso queste zone sono quadruplicati nel giro di quattro anni, mentre i centri crescono del 50% in meno rispetto al 2012, considerato l’anno picco della urban renaissance.

Non sono solo i 30-40enni a guidare questo movimento e a richiedere casette singole con giardino, recinzione e garage: il Census Bureau segnala che anche i millennials iniziano a manifestare una certa allergia verso le aree urbane centrali. Saranno l’inscalfibile spirito di conquista e il mito della frontiera ad animare giovani e meno giovani famiglie americane nella ricerca di luoghi meno congestionati e percepiti come più sicuri rispetto ai downtown? O saranno i prezzi più abbordabili delle case ad attrarre i nuovi acquirenti?

Un aspetto appare comunque certo: anche se storicamente le tendenze nordamericane – di qualunque tipo esse siano – si replicano e ripercuotono in Europa, lo sprawl e l’incontrollato consumo di territorio sembrano destinati a ridursi drasticamente all’interno del Vecchio Continente. Un documento della Commissione Europea del 2011, la “Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse”, ribadito da più recenti strategie comunitarie, prefigge per l’Unione Europea l’obiettivo di azzerare il consumo di suolo entro il 2050.

Ciò significa evitare l’impermeabilizzazione di aree agricole e di aree aperte e, per la componente non evitabile, compensarla attraverso la rinaturalizzazione di un’area di estensione uguale o superiore, che possa essere in grado di tornare a fornire i servizi ecosistemici forniti da suoli naturali. Un segnale forte che gli Stati membri non possono né potranno ignorare, adattando le legislazioni nazionali e imponendo una netta sterzata ai modelli di crescita urbana finora dominanti.

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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