Cittadinanza, ius soli, ius culturae | 10 domande e 10 risposte

di

cittadinanza ius soli
@Laurie Shaull

Il 1 luglio 2017 abbiamo pubblicato un articolo che presentava i dati sulle acquisizioni di cittadinanza in Europa, evidenziando come l’Italia sia stato nel 2015 e nel 2016 il paese europeo con il maggior numero di nuovi cittadini, spiegando il perché, e mettendo in relazione questi dati con la proposta di riforma della cittadinanza che introdurrebbe i principi dello ius soli temperato e dello ius culturae, se solo non fosse arenata al Senato da più di due anni.

L’articolo ha raccolto diversi commenti, sia sul sito sia, soprattutto, sulla nostra pagina Facebook. Canali ottimi per aprire discussioni, meno per dare agli argomenti la giusta profondità. Per questo abbiamo pensato di raggruppare le principali questioni in 10 domande a cui diamo la nostra risposta con la profondità che merita.

Perché Le Nius si fa anche con il contributo dei lettori, in una relazione che cerchiamo di mantenere aperta e in continuo divenire. Per questo se alle 10 questioni volete aggiungerne altre fatelo nei commenti, e cercheremo di affrontarle.

Pocket Nius: da sapere in breve

1. Molti (ex) stranieri stanno prendendo la cittadinanza italiana anche con la legge attuale, ma la riforma renderebbe la vita più facile soprattutto a minori e giovani.

2. La riforma favorirebbe l’acquisizione della cittadinanza degli stranieri “più integrati”, nati in Italia da genitori stranieri con permesso di soggiorno di lungo periodo (ius soli temperato) o residenti in Italia da prima dei 12 anni e avendo frequentato per almeno cinque anni il luogo di integrazione per eccellenza: la scuola (ius culturae).

3. Alcuni stranieri (albanesi e marocchini su tutti) prendono la cittadinanza più di altri (ad esempio cinesi e filippini), e possiamo pensare che sarebbe così anche con la riforma.

4. Ci sono addirittura persone, 24 mila tra il 2012 e il 2016, che acquisiscono la cittadinanza italiana per potersene andare dall’Italia, proseguendo il loro progetto migratorio in altri paesi da tanto agognati.

5. Non c’è alcun dato a supporto dell’ipotesi che gli eventuali nuovi cittadini voterebbero a sinistra.

6. Secondo l’ultimo sondaggio disponibile, la maggior parte degli italiani sarebbe contraria alla concessione della cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia.

cittadinanza ius soli

1. Ma non è sufficiente la legge che c’è?

Molti commenti sottolineano che l’Italia ha già una legge sulla cittadinanza che consente a molte migliaia di persone all’anno di ottenerla. Lo abbiamo scritto anche noi, molti stranieri stanno effettivamente acquisendo la cittadinanza italiana con la legge attuale.

Non è quindi tanto una questione di numeri, ma di principi e profili, anche se i numeri non sono secondari: secondo le stime diffuse dalla Fondazione Leone Moressa, i potenziali nuovi cittadini con la riforma sarebbero circa 800 mila.

Ma chi sono questi potenziali nuovi cittadini? Sono bambini, ragazzi, giovani, giovani adulti che nascono in Italia, crescono in Italia, studiano nelle scuole e università italiane, spesso fanno da ponte tra la loro famiglia e la società italiana.

È un gruppo che fatica ad ottenere la cittadinanza con la legge attuale, perché i loro genitori non sono cittadini italiani oppure perché lo sono diventati “troppo tardi”, quando cioè il figlio era già maggiorenne e non poteva più acquisirla per trasmissione.

È il caso della famiglia di Mohamed, che racconta la sua storia alla giornalista Francesca Caferri nel libro-inchiesta Non chiamatemi straniero. Viaggio fra gli italiani di domani*. Quando il padre ha ottenuto la cittadinanza, il fratello minorenne l’ha acquisita per trasmissione ma lui no, in quanto maggiorenne. Ora parla della situazione in questi termini:

È cittadino lui che ogni volta che ha a che fare con la burocrazia mi chiede aiuto, ma io no.

2. I ragazzi possono già prendere la cittadinanza a 18 anni. Dov’è il problema?

All’obiezione appena posta, alcuni commenti rispondono evidenziando come i minori possono prendere la cittadinanza italiana senza troppe difficoltà al compimento del diciottesimo anno. È vero, così come molti minori stanno prendendo la cittadinanza per trasmissione dai genitori che a loro volta la ottengono. Ci sono però almeno quattro questioni da tenere in considerazione.

La prima: la cittadinanza a 18 anni la può prendere solo chi è nato in Italia, non chi è arrivato dopo la nascita, fosse anche un mese dopo la nascita. Questi ultimi devono seguire le normali procedure, ossia avere dieci anni di residenza, fare domanda, aspettare altri anni affinché l’iter si concluda.

Nel frattempo devono ricorrere a permessi per motivi di studio o lavoro, dimostrando di avere un reddito sufficiente a mantenersi, cosa non facile se pensiamo alle difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro dei giovani oggi, che passano spesso per tirocini, apprendistati, impieghi precari.

Molte opportunità di studio e lavoro poi sfumano proprio perché non si è cittadini italiani: concorsi pubblici, carriere politiche e diplomatiche, borse di studio, partecipazione a congressi internazionali.

La seconda: la legge attuale richiede ai nati in Italia la residenza continuativa e legale fino ai 18 anni per poter ottenere la cittadinanza. Significa che il minore nato in Italia deve sempre aver avuto la residenza in Italia per tutti i suoi 18 anni di vita.

Non sono pochi i ragazzi che questo requisito non ce l’hanno, e non certo a causa di loro scelte. Perché hanno trascorso anche pochi mesi nel paese di origine seguendo i genitori rientrati nel loro paese salvo poi tornare in Italia. Perché, ancora, i genitori hanno tentato fortuna in altri paesi anche per un breve periodo.

Perché ci sono stati errori nella registrazione della residenza, o di cambi di residenza, o situazioni ai limiti della legalità. È il caso, riportato nell’inchiesta di Caferri, delle centinaia di ragazzi che a Napoli hanno vissuto buona parte dei loro 18 anni in abitazioni prive di idoneità abitativa, di contratti di affitto regolari, di certificati di residenza come capita a Napoli ma anche altrove, e che si sono visti per questo rifiutare la loro domanda di cittadinanza.

Questi disagi sono stati limitati, ma non certo eliminati, a partire dal 2013 con l’introduzione di una norma voluta dall’allora ministro Kyenge in base alla quale lo straniero a cui non sono imputabili inadempimenti riconducibili ai genitori o agli uffici della pubblica amministrazione può dimostrare il possesso dei requisiti con ogni altra idonea documentazione.

La terza: aspettare di avere 18 anni per diventare cittadino italiano comporta comunque dei disagi. Il cortocircuito identitario tra percezione di sé e status giuridico è il più immediato, anche se il meno misurabile.

Ci sono però anche piccoli e grandi ostacoli molto concreti. La presenza del minore sul territorio è sempre legata al destino dei genitori; se i genitori perdono il lavoro, o il contratto di affitto, o per qualsiasi altro motivo non riescono più a rinnovare il loro permesso di soggiorno, anche il minore ne subisce le conseguenze, fino all’estremo di dover lasciare l’Italia, dove è nato e sempre vissuto.

Il permesso di soggiorno è un documento che consente di accedere ai diritti sociali (come sanità e istruzione) e di spostarsi nell’area Schengen, ma è temporaneo e richiede tempi anche lunghi per il rilascio e il rinnovo, tempi durante il quale la persona non può viaggiare all’estero. Questo ha impedito in molti casi ai minori stranieri di partecipare, al pari dei loro compagni, a gite e viaggi di istruzione con la scuola, oltre a limitare la loro libertà di movimento nella vita privata.

Un altro ambito di discriminazione per i minori stranieri è quello sportivo; la cittadinanza italiana è infatti requisito non solo, ovviamente, per poter ambire a entrare nelle squadre nazionali, ma anche in alcuni casi riportati dalle cronache, per poter partecipare a tornei e manifestazioni sportive.

La quarta: il fatto che molti minori e neo diciottenni stiano prendendo la cittadinanza non significa che non ce ne siano molti altri che invece non la stanno prendendo, per i motivi e con i disagi appena riportati.

3. E se poi diamo la cittadinanza ai minori, la ottengono in automatico anche i genitori?

Un timore diffuso in alcuni commenti è quello che la riforma della legge sulla cittadinanza possa rappresentare una sorta di naturalizzazione di massa dal basso, che partendo dai minori passa direttamente ai genitori.

Non è così. Ad ottenere la cittadinanza italiana sarebbe solo il minore, senza alcuna trasmissione diretta ai genitori.

4. Quindi creiamo famiglie spaccate come nazionalità?

Sì, creiamo quelli che Gian Carlo Blangiardo su Neodemos ha definito i “minori scompagnati”, ragazzi e ragazze italiani che vivono con genitori e fratelli di altre nazionalità.

La cosa però non è di per sé un problema, come spiega Chiara Saraceno sempre su Neodemos. In fondo, scrive la sociologa, in paesi come Francia e Stati Uniti lo ius soli vige da molto tempo, e non risultano spaccature familiari tali da generare problemi sociali.

Peraltro, continua Saraceno, la legge attuale non è da meno nel creare disuguaglianze all’interno delle famiglie. Quando acquisiscono la cittadinanza italiana, i genitori la trasmettono ai figli minorenni ma non ai maggiorenni, che magari sono “italiani” allo stesso modo dei loro fratelli minori.

È il caso già raccontato della famiglia di Mohamed, l’unico in una famiglia di quattro persone ad essere rimasto marocchino, lui che è in Italia da quando aveva tre anni ma che era già maggiorenne quando il padre ha ottenuto la cittadinanza.

Va detto anche che in molte famiglie è già il minore che “guida” i genitori in Italia, che fa da ponte tra cultura di origine e di adozione, che traduce i documenti ai genitori, compila i moduli, li aiuta a fare la spesa, o a comprendere il funzionamento del sistema scolastico.

5. Ma non ci vorrebbe una verifica del livello di integrazione prima di dare la cittadinanza?

Questa domanda è spesso posta non in modo così edulcorato nei commenti, anzi non è nemmeno posta come domanda ma come affermazione: così diamo la cittadinanza a cani e porci, bisogna che prima dimostrino di essere integrati!

Questo genere di commenti è abbastanza paradossale, perché la riforma va proprio in questa direzione, puntando a riconoscere come cittadini coloro che sono più “integrati”, se proprio si vuole usare questa espressione.

La riforma infatti adotta il principio dello ius soli temperato. Questo significa che non tutti coloro che nascono in Italia possono diventare cittadini. Non basta, come dicono alcuni accaniti commentatori, “sbarcare da un barcone e fare un figlio in Italia” perché quest’ultimo sia cittadino del nostro paese. Non solo non basta, ma ce ne corre di strada.

Occorre infatti che almeno uno dei due genitori sia titolare del diritto di soggiorno permanente o del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Sono documenti che necessitano di tempi e requisiti non facili da avere: bisogna aver soggiornato legalmente nel paese per almeno cinque anni, dimostrare di avere un reddito pari almeno all’importo dell’assegno sociale, avere un alloggio idoneo, superare un test di conoscenza della lingua. Non uno scherzo insomma, a maggior ragione per il migrante “appena sbarcato dal barcone”.

Anche il nuovo principio dello ius culturae introdotto dalla proposta di riforma va esattamente in questa direzione: possono infatti chiedere la cittadinanza italiana coloro che hanno frequentato almeno cinque anni di scuola in Italia essendo residenti nel nostro paese da prima dei 12 anni.

Il senso dello ius culturae è proprio quello di far diventare cittadini i potenzialmente “più integrati”, che hanno studiato, respirato e vissuto la “cultura italiana” fin da piccoli, studiando la lingua e frequentando lo spazio di trasmissione di una cultura per eccellenza: la scuola.

Non sembra quindi che ci sia il rischio di dare la cittadinanza a chiunque, né di darla a persone “non integrate”, qualsiasi cosa questa espressione voglia dire. Casomai, c’è il rischio contrario, quello di generare sempre più dis-integrati, ragazzi che di fronte ai problemi identitari, sociali ed economici dati dalla condizione di non cittadini in cui vivono, non hanno le spalle abbastanza forti, e reagiscono con rabbia, isolamento, rifiuto.

Non che la cittadinanza risolva tutte le tensioni, come insegna il caso francese. È però un segnale politico importante, purché anche gli ambiti dell’integrazione sociale ed economica siano continuamente presidiati.

6. Ma poi agli stranieri siamo sicuri che interessa?

Qualcuno, non attraverso i commenti su questi sito, mi ha posto questa domanda, che effettivamente è una bella domanda. La risposta sembra che sia: “dipende dalla nazionalità e dai progetti migratori”.

Analizzando i dati scopriamo che ad oggi ad usufruire della possibilità di acquisire la cittadinanza italiana sono soprattutto albanesi e marocchini, sia in termini assoluti che relativi rispetto al numero dei residenti (circa 80 naturalizzati ogni mille residenti). Alto il tasso di acquisizione anche di persone provenienti da Macedonia, Pakistan e Bangladesh.

Spicca invece lo scarso interesse mostrato dalle comunità asiatiche, come i cinesi e i filippini, e la spiegazione è semplice: per loro acquisire la cittadinanza italiana significa perdere quella di origine, perché i loro paesi non consentono la doppia cittadinanza.

La scelta dipende anche dai progetti migratori delle comunità di stranieri e di ciascuno di loro. Poche donne ucraine, ad esempio, prendono la cittadinanza, perché il loro progetto di vita è di stare in Italia alcuni anni per guadagnare a sufficienza per poi tornare nel proprio paese di origine.

Altri immigrati addirittura decidono di prendere la cittadinanza per andarsene dall’Italia. Sembra paradossale, ma una volta ottenuto il passaporto italiano possono proseguire il loro percorso migratorio verso mete più agognate, come successo a circa 24 mila persone tra il 2012 e il 2016, oppure a ragazzi come Michael, cinese nato a Prato intervistato nel reportage di Caferri che, a differenza di molti suoi connazionali, intende prendere la cittadinanza italiana perché ritiene che questo possa agevolarlo nei suoi progetti di vita: studiare negli Stati Uniti e avere un doppio passaporto, italiano e americano, cosa che gli consentirebbe di “girare il mondo senza problemi”.

Certo, questi dati riguardano le acquisizioni di cittadinanza con l’attuale legge, ma è credibile pensare che le cose non cambierebbero con la riforma: semplicemente, a qualcuno interessa, ad altri no. Non importa comunque quanti degli 800 mila potenzialmente interessati dalla riforma chiederebbero effettivamente la cittadinanza, ciò che importa sono i principi e i diritti che vogliamo adottare come società, posta la libertà delle persone di esigerli o meno.

7. Come funziona negli altri paesi?

Ricorrono sul sito e su Facebook commenti relativi ai meccanismi di concessione della cittadinanza in altri paesi, soprattutto europei. Ne abbiamo parlato qui.

La legge italiana attuale è tra le più restrittive, su questo concordano praticamente tutti gli analisti, per almeno tre motivi. Il primo, i nati in Italia da genitori stranieri devono aspettare i 18 anni per fare domanda, hanno solo un anno per farla, devono dimostrare una residenza continuativa e legale; secondo, chi non è nato in Italia non ha corsie preferenziali a meno che i suoi genitori non vengano naturalizzati prima che diventi maggiorenne; terzo, occorrono dieci anni di residenza per ottenere la cittadinanza, mentre in molti altri paesi ne bastano cinque.

La legge, anche dopo l’eventuale riforma, non spalancherebbe certo le porte, adottando un principio di ius soli temperato che lega la concessione della cittadinanza ai nati in Italia da genitori stranieri al possesso di requisiti non facili da possedere in termini di anni di residenza, reddito, lavoro, casa.

8. Il Partito Democratico vuole fare la riforma per ottenere più voti?

Nonostante il Partito Democratico non si stia dimostrando così compatto nel portare avanti la riforma, in alcuni commenti si ipotizza che il Pd, e più in generale i partiti di sinistra, vogliano far passare la legge per allargare il proprio bacino elettorale, nell’ipotesi che la grande maggioranza di coloro che diventerebbero italiani grazie alla riforma voterebbe proprio Pd.

Questa tesi non è mai stata supportata da alcun dato. L’unica ricerca svolta in Italia sui voti dei nuovi cittadini è stata realizzata da Ismu in occasione delle elezioni provinciali di Milano del 2009, in cui votarono circa diecimila cittadini diventati italiani nei cinque anni precedenti.

Ebbene, secondo il sondaggio di Ismu la distribuzione del voto degli ex stranieri è molto simile a quella degli italiani, con differenze significative in base alla nazionalità di origine: più tendenti a votare a sinistra africani e sudamericani, più vicini alla destra filippini ed europei dell’est.

Naturalmente non possiamo trarre alcuna conclusione valida oggi da quell’unica ricerca di otto anni fa. Le variabili in gioco sono molte, e non dipendono certo solo dalla nazionalità di origine, ma anche dall’offerta politica e dalla condizione socio-economica di ciascuna persona e famiglia.

Non si può infatti pensare che le differenze di classe, età, genere, istruzione, reddito che influiscono sul voto degli italiani non lo facciano anche su quello degli (ex) stranieri. Nel tempo, il voto dato “perché ex straniero” si trasforma in voto “perché italiano” ed è dunque sempre più influenzato da fattori come la posizione sociale e il livello di istruzione, come è per tutti noi.

9. Gli italiani sono favorevoli o contrari alla riforma?

L’idea che “gli italiani non vogliono la riforma” serpeggia in molti commenti, anche di chi non si dichiara contrario alla nuova legge ma sostiene che ora non è il momento (una posizione alla Angelino Alfano). Ma è davvero così?

In realtà non lo sappiamo e, come al solito, dobbiamo rifarci all’imperfetto mondo dei sondaggi. Nel 2012, secondo una ricerca Istat, ben il 72% degli italiani si dichiarava favorevole al riconoscimento della cittadinanza italiani ai figli di immigrati nati nel nostro paese, e addirittura il 91% riteneva giusto che gli immigrati potessero ottenere la cittadinanza dopo un certo numero di anni di residenza regolare.

Erano altri tempi, anche se sono passati solo cinque anni. Anni in cui l’Italia ha visto aumentare in maniera importante il numero di stranieri in arrivo, trasformando l’immaginario della popolazione rispetto al tema, alimentato dalle solite strumentalizzazione politiche e mediatiche. E poco importa che i nuovi cittadini non sarebbero certo i nuovi arrivati, né che i dati sulla presenza straniera in Italia rimangano a livelli più bassi che in altri paesi europei.

Cinque anni dopo, un sondaggio realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera a giugno 2017 mostra una situazione ribaltata: la percentuale di italiani favorevole alla cittadinanza per i figli di stranieri nati in Italia scende al 44%, con una netta polarizzazione delle opinioni tra elettori del Pd (favorevoli per il 78%) e di Forza Italia e Lega (contrari per l’86%). L’elettorato del Movimento 5 Stelle risulta più diviso, con un 42% di favorevoli e 58% di contrari.

Va detto per correttezza che le due ricerche non sono paragonabili, per le metodologie diverse con cui sono state condotte: la ricerca Istat è stata svolta mediante somministrazione diretta di un questionario a 7.725 famiglie, dopo un’indagine pilota su mille persone per tarare al meglio le domande, mentre la ricerca Ipsos è stata svolta raccogliendo circa mille interviste telefoniche. Certamente la differenza tra i dati esperime comunque una chiara tendenza.

10. Siete una cooperativa rossa finanziata da Soros implicata nel business dei migranti??!???!???

No. Ma se vuoi finanziarci, George, non hai che da cliccare qui.


5 link per saperne di +

1. Il + rappato

Nel dicembre 2012 il rapper Amir Issaa, italiano per vita ma egiziano per passaporto, pubblica un video-appello in forma di rap indirizzato all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che lo accoglie e, nel tradizionale discorso di fine anno, si schiera apertamente per la riforma riaprendo il dibattito sullo ius soli.

2. Il + movimentato

Italiani senza cittadinanza è un movimento di giovani stranieri nati in Italia o in Italia da molti anni che si battono per essere riconosciuti come cittadini italiani. Questa la loro pagina Facebook.

3. Il + narrativo

In questo video di quattro minuti Internazionale racconta le contraddizioni della vita di tre italiani di fatto ma non di diritto.

4. Il + statistico

I dati Istat sulla presenza di cittadini non comunitari in Italia, le loro caratteristiche e le acquisizioni di cittadinanza nel 2015-2016.

5. Il + svenduto

Mentre noi siamo qui a discutere dei requisiti per l’acquisizione della cittadinanza, c’è chi se la compra. Lo svela Cittadinanze in vendita, l’inchiesta di Atossa Araxia Abrahamian raccontata da minimaetmoralia.

*il link contiene un codice di affiliazione di Le Nius, che ci permette di ricevere una piccola percentuale sull’operazione nel caso acquistaste il libro arrivando su Amazon da questa pagina. Il prezzo del libro per voi rimane invariato.

Segnala un errore

Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale (più info qui). Si gingilla a decifrare le trame della società, scartabellando dati e raggranellando storie. Crede nell’amore e ha una vera passione per i treni. [email protected]

6 Comments

  1. Copio e incollo:”Buonasera. Sono un’insegnante di un istituto superiore. Nelle mie classi ho ragazzi stranieri stupendi e ragazzi italiani cialtroni e prepotenti ma potrei dire per alcuni casi anche viceversa. Devo riconoscere che il PD renziano che inizialmente mi ha attratto politicamente ora sulla questione dello Ius soli mi sta deludendo.

    Forse l’opinione pubblica non sa che già molti ragazzi di origine straniera sono italiani o che possono ottenere la cittadinanza italiana su richiesta al raggiungimento del diciottesimo anno. Quindi tutti questi piagnistei della Sinistra sostenuti dalla Chiesa cattolica non li capisco. E poi molti dei cosiddetti minori non accompagnati che sbarcano a centinaia sulle nostre coste spediti da genitori disperati (ma che procreano nonostante le mille difficoltá) in realtà si tolgono due anni come minimo per risultare più distanti dalla maggiore età. Me lo ha rivelato una ex mia studentessa dicendomi che è prassi diffusa. Pure lei aveva i dati anagrafici alterati, ma era una gran brava ragazza e l’ ho aiutata come ho potuto fino alla fine del suo iter scolastico.

    Ho poi studenti di origine magrebina, cinese o indiana molto legati alle loro origini e tradizioni per i quali cinque o sei anni di scolarizzazione non bastano a farli sentire italiani.

    Vi sono delle eccezioni ovviamente, ragazzi e ragazze integrati e aperti, desiderosi sul serio di condividere i nostri valori e la nostra Storia, determinati a farsi una istruzione e posizione, ma altri non si sentono di appartenere alla cultura italiana o di frequentare italiani fuori dalla scuola. A scuola e fuori si autoghettizzano. Per loro la cittadinanza automatica è un vantaggio legato al Welfeare non a un’esigenza reale.
    Spesso le loro famiglie diffidenti non li mandano nemmeno in gita e loro dichiarano il desiderio di tornare nei loro paesi d’origine dove sentono di avere le radici. Si sposano solo tra loro, la comunità d’origine li condiziona molto. E poi tanti, dopo cinque dieci anni di permanenza in Italia se ne vanno con i genitori in altri paesi ( Francia, G.B.ecc) alla ricerca di maggiori opportunità lavorative.

    Mi fanno spesso tenerezza perché penso al loro dramma di essere a cavallo sempre tra due realtà e due culture. Ci vuole tempo, deve passare del tempo…forse una generazione perché si sentano italiani. Devo altresì ammettere che ci sono anche tanti italiani gretti e e incivili ai quali revocherei lo ius sanguinis. Comunque sia, lo ius soli concesso in automatico non è corretto, non è giusto nei confronti di chi ha avuto genitori, nonni e bisnonni che si sono sacrificati per rendere questo Paese libero dalle dominazioni, dalla dittatura e uscire dalla povertà del Dopoguerra. La cittadinanza va desiderata e meritata. E questa non è una priorità, per ora, con tutti i problemi che abbiamo in Italia”.

  2. Non è che essere cittadino italiano voglia automaticamente dire persona civile. Abbiamo anche noi la nostra quotadi cafoni e mascalzoni. Ma sono del parere, pur comprendendo le difficoltà che si incontrano nell’applicazione della attuale legge, sono contrartio alla proposta dello Jus soli. La cittadinanza, anche per rispetto di coloro che l’hanno onorata, non deve essere un regalo, cosa che ne sminuisce il valore, ma deve essere una conquista apprezzata da chi la richiede.
    Sarei piuttosto favorevole ad una seria rivisitazione della attuale legge, rendendola meno restrittiva, soprattutto per coloro che sono già maggiorenni, eliminando anche il vincolo dell’anno di tempo al compimento della maggiore età. Provvedimenti di questo tipo potrebbero essere il giusto equilibro tra il nostro tradizionale jus sanguinis ed uno jus soli che mi lascia molto scettico.

    • Grazie della tua opinione Mario. Personalmente rimango perplesso quando sento questa diffusa idea secondo cui la cittadinanza “va conquistata”, “non deve essere un regalo” per rispetto di chi “l’ha onorata”. Come distinguiamo tra chi “onora la cittadinanza”, chi “l’ha avuta in regalo”, chi “la apprezza davvero”?

    • La Legge dello ius soli prescinde del tutto dal contesto culturale familiare o di gruppo in cui il futuro cittadino è cresciuto, e tanto più da qualunque accertamento circa l’influenza che tale contesto può avere avuto su di lui, sui suoi valori personali, sociali e politici. Si richiede solo che uno dei genitori abbia un regolare permesso di soggiorno, un’abitazione degna di questo nome, un reddito minimo e sappia parlare italiano con certificazione A2. Così come essa prescinde dagli eventuali vincoli di fedeltà che il candidato di cui sopra abbia contratto con altre istituzioni o Stati. Non è un caso che per il futuro cittadino italiano non sia previsto, mi sembra, l’obbligo della rinuncia a ogni altra nazionalità di cui sia eventualmente già in possesso. E le ragioni dovrebbero essere ovvie: perché è quella con la quale l’Occidente ha da oltre un millennio ci ha lasciato in eredità profonde; perché è quella che in ambiti identitari cruciali — come la pratica religiosa e cultuale, il rapporto tra i sessi, le regole alimentari, i matrimoni con bambine — ha molto spesso le più marcate diversità rispetto a noi, e infine, e soprattutto in grado di condizionare in misura decisiva mentalità e comportamenti del singolo; di tenerlo legato ad un’appartenenza che, come è stato più e più volte dimostrato, è pronta, a certe condizioni, a non tenere in alcun conto regole, principi, fedeltà che non emanino da fonti diverse da quelle suddette.

      • Grazie del commento Carlo. A me pare che quella che tu descrivi sia una situazione applicabile anche (soprattutto?) allo ius sanguinis, che riconosce la cittadinanza a chi nasce da genitori italiani indipendentemente dal contesto sociale in cui cresce. Lo ius soli (e lo ius culturae più ancora) invece riconosce la cittadinanza a chi cresce nel contesto sociale italiano.

Commenta

Ultimi

donne indigene guatemala

La condizione delle donne indigene in Guatemala

Donne povere, discriminate, spesso analfabete, eppure protagoniste di un cambiamento sociale. Grazie anche al supporto dei progetti di cooperazione internazionale. Scopriamone due.
dati cittadinanza italia

Cosa dicono i dati sulla cittadinanza in Italia

L’Italia è di gran lunga il paese europeo con il maggior numero di acquisizioni di cittadinanza. Eppure si dice che sia tra i paesi dove è più difficile ottenere la cittadinanza. Dove sta l'inghippo? Cosa significano questi dati? Che senso ha una nuova legge sulla cittadinanza?
gestazione per altri

Bisogna discutere seriamente di gestazione per altri

La gestazione per altri è un tema che genera molte questioni etiche, giuridiche, sociali e scientifiche. Merita di essere affrontato con serietà e rispetto. E merita una legge che la regoli. Come ha fatto, ad esempio, il Canada.

La vergognosa situazione del diritto all’aborto in Italia

Il 70% dei medici si rifiuta di praticare l’Interruzione Volontaria di Gravidanza. Molte donne sono quindi costrette a ricorrere all’aborto clandestino, punito dal 2016 con sanzioni fino a 10 mila euro. La campagna #ObiettiamoLaSanzione prova a sollevare il caso.
Torna su