Italiani senza cittadinanza | La storia di Luisa5 min read

8 Gennaio 2021 Cittadinanza -

Italiani senza cittadinanza | La storia di Luisa5 min read

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Negli ultimi anni si è parlato molto di riforma della cittadinanza. Migliaia di ragazzi e ragazze nati/e in Italia, o in Italia fin da piccoli/e, non possono infatti con le norme attuali diventare italiani/e. Ma cosa comporta vivere in Italia senza avere la cittadinanza italiana? Che impatto ha questa condizione sulla vita di chi la vive? Lo stiamo chiedendo proprio a loro, italiani e italiane senza cittadinanza. Qui tutte le storie.

storia di luisa
Luisa

Luisa è nata a Torino da genitori cinesi immigrati in Italia negli anni novanta; ha sempre vissuto a Torino, dove ha frequentato le scuole e ora lavora per una start-up che si occupa di editoria. Studia Comunicazione d’impresa all’università e storytelling alla Scuola Holden.

Nel 2016 è stata vincitrice del Premio Speciale Slow Food-Terra Madre al Concorso letterario nazionale Lingua Madre, dove racconta la difficoltà di vivere sospesi tra due mondi. È attivista nell’associazione torinese Almateatro, dove donne di origini diverse affrontano i temi della migrazione e dei diritti umani attraverso il teatro. Collabora con l’associazione Generazione Ponte e con un’associazione italo-cinese che organizza laboratori di formazione per bambini di origine cinese.

Per via del suo background culturale, fino a 18 anni Luisa si è sentita più cinese che italiana, nonostante vivesse un conflitto culturale perché al di fuori della famiglia cresceva in un contesto italiano. Dopo la maturità ha deciso di prendersi un anno sabbatico e partire per la Cina per rafforzare le sue conoscenze linguistiche del mandarino. Al ritorno dalla Cina ha cominciato a farsi qualche domanda sulla sua identità e fare esperienze che l’hanno portata a scoprire il significato di “seconde generazioni”.

Sente di essere stata fortunata a scuola, perché i suoi compagni di classe non l’hanno mai discriminata; tuttavia, capitava che nei corridoi altri studenti facessero battute sul suo conto: “Occhi a mandorla” e “Cinesi mangiatori di gatti” le scivolavano addosso e non la preoccupavano perché in classe si sentiva a suo agio.

Nemmeno nell’attuale ambiente di lavoro, così internazionale, si è mai sentita discriminata per la sua origine. Era abituata a sentirsi dire la solita frase che si rivolge a chi ha tratti somatici diversi: “Ma come parli bene italiano!”. Invece nel suo lavoro nessuno ha mai accennato alla sua origine.

Essendo nata in Italia, Luisa poteva richiedere la cittadinanza italiana a 18 anni, ma per legge aveva un solo anno per poterlo fare.

Non ero abbastanza matura per capire cosa comportasse tutto ciò. Stavo per partire per il mio anno sabbatico e si stava cominciando a parlare dello ius soli, per cui pensavo sarebbe stato più semplice richiederla.

Ma poi la riforma della legge sulla cittadinanza non è passata in Senato e ancora oggi si sta discutendo della necessità di attuare una modifica su una legge risalente al 1992, come spiegato in questo articolo.

Oggi Luisa non ha ancora potuto fare domanda di cittadinanza italiana, perché questo comporterebbe la perdita di quella cinese, una scelta non facile da prendere a livello personale. Questa complicanza, va detto, non dipende dal diritto italiano ma da quello cinese che non permette di avere la doppia cittadinanza.

Non è semplice vivere in Italia senza esserne cittadini e oggi Luisa si è pentita di non aver richiesto la cittadinanza a 18 anni, in quanto l’iter è lungo e complicato perché richiede alcuni requisiti economici non facili da ottenere. Inoltre, la turba il fatto di dover dimostrare a livello burocratico di essere italiana. “È assurdo che molte persone non sono riconosciute come italiane per il solo fatto di avere dei tratti somatici diversi”.

Le dispiace essere costretta a rinunciare alla sua identità cinese dopo esserci arrivata a patti, ma sa che in futuro dovrà richiedere la cittadinanza italiana, in quanto si sente a casa a Torino, dove ha sempre vissuto, a differenza della sua famiglia che è ancora molto legata alla Cina.

Rispetto ai suoi coetanei italiani sente di avere alcuni svantaggi; non essendo cittadina non può partecipare alla vita politica e non può svolgere tirocini europei, che richiedono una cittadinanza comunitaria.

Tuttavia, questi ostacoli non l’hanno fermata: piuttosto che puntare alla politica, ha trovato il modo di attivarsi e partecipare attraverso un percorso culturale, costituito dal suo attivismo nei laboratori teatrali e da progetti per valorizzare i soggetti non visibili e rompere certi pregiudizi.

Luisa nota che in politica stanno cominciando ad arrivare alcune voci dalle minoranze per tentare di cambiare la narrazione attuale e fornire dei punti di riferimento. “Spesso si parla di persone bianche, ma a livello somatico – riflette Luisa – anche gli asiatici sono bianchi, eppure non vengono inclusi in questa categoria”.

Il passo fondamentale per creare una società più inclusiva, secondo lei, è approvare lo ius soli, che oggi più che mai è urgente per permettere alle minoranze di far sentire la propria voce. È anche necessario creare più spazi per i giovani, sia italiani che stranieri, per raccontarsi e confrontarsi.

Oggi stiamo attraversando una pandemia mondiale, ma quando era appena scoppiata in Cina e si stava diffondendo anche in Italia, Luisa e la sua comunità hanno vissuto un certo distacco e rigetto da parte delle persone: “di questo io non soffro perché riesco a difendermi dalla stupidità di questi soggetti, ma ne sono toccata quando colpisce i miei genitori, che non hanno gli strumenti di difesa. Una volta mia madre è stata allontanata da un banco del mercato per la sua origine cinese”. Oggi sembra che la situazione sia tornata alla normalità, ma questo evento storico ha portato nei mesi scorsi tanti giovani italo-cinesi ad acquisire autocoscienza ed esprimersi in difesa della loro comunità.

Infine, alla consueta domanda su dove vede le proprie radici, Luisa ribadisce che, di primo acchito, l’immagine che vede è quella di Torino. Vorrebbe viaggiare e scoprire il mondo, ma sa che tornerà sempre a Torino, che sente la casa sua.

La Cina è parte di me e di come vedo il mondo, ma non sento di avere radici là, essa resta nel mio cuore.

E la sua storia personale dimostra questo perfetto connubio, perché i suoi genitori avevano un ristorante-pizzeria dove le due cucine si incontravano per creare un tutt’uno.

Qui tutte le storie degli italiani senza cittadinanza

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Nata in Marocco e cresciuta in Italia, è laureata in Lingue e Letterature Straniere a Bologna e ora studia Relazioni Internazionali. Dopo un tirocinio al Nuovo Diario Messaggero, si è riaccesa la passione per il giornalismo. Adora leggere e scrivere, e si diletta a comporre poesie e a fotografare qualsiasi cosa la incuriosisca.
2 Commenti
  1. ROBERTO CAPOTOSTI

    Io mi sentirei piu' a mio agio apolide. Comunque anche per gli italiani la cosa e' peggiorata: qualche anno fa per la carta d'identita', che e' il documento standard, ci voleva un giorno e senza appuntamento, poi un mese, ed adesso col Covid diversi mesi

  2. Antonio

    Molto interessante l'esperienza di Luisa. E non sapevo che c'era una scadenza per chiedere la cittadinanza italiana per i cittadini nati in Italia da genitori non italiani. Assurdo. Comunque mi piace l'atteggiamento di Luisa. Speriamo che un giorno ci sia una migliore visione del mondo e la vita da parte di chi ha il potere, sempre effimero.

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