Carpi, Frosinone e la provinciale malinconica

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carpi, frosinoneIn principio fu Lotito. Nell’intercettazione telefonica più celebre del calcio italiano dai tempi della chiusura di Paparesta negli spogliatoi di Reggio Calabria, il patron di Lazio e Salernitana, con motivazioni di matrice economica («Noi fra due o tre anni non ci abbiamo più una lira») mise chiaramente nel mirino un’eventuale promozione in Serie A di squadre medio-piccole del campionato cadetto, facendo tre nomi: Latina, Carpi, Frosinone.
Istantaneamente, fu il massacro. Stampa, tifosi, commentatori più o meno occasionali, cementati dal furore dato dal combattere per una Giusta Causa insorsero denunciando i soprusi del Cattivo, impersonato da uno che tra un latinismo di troppo e una certa attitudine per manovre di vario ordine, grado e luminosità ha sempre sembrato avere il perfetto physique du role per la parte.

Adesso che, invece, il Frosinone, dopo aver prima perso terreno e poi averlo recuperato su un Bologna dimostratosi non pronto per le insidie di un campionato dall’altissimo coefficiente di difficoltà come la Serie B, e il Carpi, dopo aver compiuto devastazioni calcistiche in lungo e in largo per la penisola apparentemente ignorando il coefficiente di difficoltà suddetto, si sono guadagnate davvero la promozione, Lotito sembra meno solo. Si legge e si ascolta, da più parti e con diverse intensità, una certa delusione per queste promozioni, un certo senso di fastidio per questi Signor Nessuno con cognomi che possono giusto far ridere in una battuta di qualche celebre pagina Facebook, questi Lollo, Soddimo, Letizia, Ciofani, che mentre noialtri il sabato pomeriggio eravamo impegnati a guardare i top goals dei top players delle top leagues di Fox Sports raccoglievano tre punti dopo tre punti nei campi della provincia italiana.

E allora serpeggia la superiorità morale di chi ha avuto la fortuna di nascere in città con squadre di blasone, o l’opportunismo di scegliersene una per non rimanere senza, che porta a una conclusione semplice quanto brutale: «Noi questi non ce li vogliamo».
Ci si industria per immaginare Eden calcistici con campionati di Serie A a 18, 16, 14 squadre, ma perché no anche triangolari lunghi un anno tra le tre squadre con più scudetti nel palmarès, dimenticandoci che ogni partecipante in meno significa due domeniche in più senza calcio, quelle domeniche asfissianti che c’è solo da mettersi sul divano immobili a guardare la televisione spenta aspettando che sia tutto finito.

Ci si strugge ripensando all’Età dell’Oro, quegli Anni Novanta in cui tutto era perfetto, con la Serie A al centro del mondo, la vera top league dove ogni domenica i top players segnavano i top goals, tanto da rendere dolce il ricordo di altri Carpi, altri Frosinone, come la Reggiana, il Piacenza, l’Ancona, la Salernitana, allora comparse e vittime sacrificali, oggi icone vintage da rimpiangere.

Ma, soprattutto, scendendo ben sotto Lotito, che si fermava a un piano economico, si ammette su un piano squisitamente morale che, più o meno esplicitamente, a noi il vero cuore della bellezza dello sport più bello del mondo, ovvero la certezza che niente sia certo, la possibilità che tutto possa essere possibile, fa schifo. Perché ci fa schifo un calcio in cui non vince chi deve vincere, non retrocede chi deve retrocedere, e non viene promosso chi deve essere promosso. Ci fa schifo un calcio in cui il Carpi e il Frosinone, inanellando una serie di risultati positivi e regalando la gioia della loro vita ai propri tifosi, si permettono di entrare in casa nostra, di sporcare con le loro maglie Sportika e Legea i nostri sogni di top league griffate Nike e Adidas.

Intanto però di queste maglie Sportika e Legea, con sopra i nomi di Lollo e Ciofani, ne compriamo una e la mettiamo da parte, perché chissà, tra vent’anni, quando saliranno per la prima volta in A Lumezzane e Barletta, ci guarderemo indietro malinconici e indignati, ricordando i bei tempi andati del Carpi e del Frosinone in Serie A.

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A 7 anni sapevo scrivere Borussia Mönchengladbach ma alla maestra non interessava. Così sono stato costretto a imparare altre cose, e oggi mi trovo a saper qualcosa anche intorno alla politica, che, essendo il luogo deputato alla ricomposizione delle fratture sociali, è un po' come il calcio. Eccessivamente sentimentale, sogno un calcio romantico che esiste solo per essere raccontato.

1 Comment

  1. viva le provinciali ma una serie A a 18 squadre mi sembra ragionevole. L’Empoli quest’anno ha dimostrato che anche riducendo il numero, c’è ancora spazio per storie belle e periferiche.

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