Caporalato e morte: il ghetto di Rignano

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Caporalato e morte: il ghetto di Rignano
@io ci sto

Febbraio 2015, tre avvocati, una macchina, una strada sterrata e piena di buche, direzione: Ghetto di Rignano. I volontari di Emergency ci hanno chiesto di andare lì ad aiutare dei ragazzi che avevano bisogno di parlare con degli avvocati, ma la corriera non c’é, é inverno e non sanno come arrivare a Foggia. Così, aspettiamo che arrivi domenica, giorno di riposo lavorativo e ci mettiamo in macchina. Dopo mezz’ora di tragitto a 30 km/h scansando buche profonde come crateri arriviamo a destinazione.

Ad accoglierci un cumulo di spazzatura alta almeno due metri con focolai sparsi qua e là, oltre la collina di rifiuti di ogni sorta, distese verdi di quello che tra qualche mese diventerà l’oro della Puglia. Il vento è talmente freddo che taglia la faccia. In lontananza, tra le distese verdi e il marrone della terra ci sono loro, le baracche, eccolo, è proprio quello il ghetto di Rignano, il “Grande Ghetto”. I colori della Puglia cambiano al cambiare delle colture, a febbraio è tutto verde, ancora nulla è maturo, tra maggio e giugno è tutto color oro come il grano, a luglio torna il marrone e ad agosto la terra diventa rossa, come il pomodoro, come il sangue.

Settembre 2015, la stagione dei pomodori è finalmente finita, e porta via con sé i pomodori ed i suoi morti. Anche quest’anno la raccolta ha contato le sue vittime, la terra è dura, la terra non perdona, il business è senza pietà. Il Tg nazionale parla di morti da lavoro, il Tg regionale parla di caporalato, i giornali locali parlano del Ghetto. Tutti fanno la loro parte in questo giro della morte. Il Ghetto con la sua baraccopoli autogestita, ha raggiunto le 5000 unità quest’anno, tutti braccianti.

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Il Ghetto di Rignano: capo nero, capo bianco e la campagna del pomodoro

Il Grande Ghetto è un fazzoletto di terra tra le campagne foggiane dove i migranti hanno eretto le loro case, tetti di lamiere, pareti di lamiere e cartone, topi. È una comunità di maliani, gambiani, eritrei, c’è quasi tutta l’Africa sub sahariana, di inverno si aggirano intorno alle 800 persone, ma d’estate superano di gran lunga il migliaio. Sono una comunità autogestita, c’è il ristorante, la balera, d’estate spunta anche la radio, radio ghetto, dove giovani braccianti in cerca di riscatto cercano di dare voce alle campagne foggiane. Se vuoi puoi fittare un materasso per 30€, non manca nulla, c’è anche il bordello, dove giovanissime nigeriane dopo lo sfruttamento sui marciapiedi della città si prestano a tenere alto il morale dei braccianti. Non ci sono bagni, non c’è la raccolta dei rifiuti, non c’è acqua potabile, non ci sono le condizioni minime essenziali per poter vivere dignitosamente. Il Polibus di Emergency passa un paio di volte a settimana per dare assistenza medica gratuita, dolori alla schiena, alle braccia, disidratazione e dolori articolari sono all’ordine del giorno. Mi vengono in mente le favelas, le bidonville, ma no, qui siamo in Italia, non può esserci nulla peggio di Scampia, e invece sì, e ci sono dentro.

Qui ogni giorno alle 3 di notte i braccianti si mettono in cammino per raggiungere i luoghi dove il caporale li sceglierà e li porterà a lavorare. Il caporale, o capo nero, viene contattato dal capo bianco (imprenditore agricolo italiano), il quale gli chiederà di fornirgli mano d’opera a basso costo. Che la campagna del pomodoro abbia inizio.

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Il caporale porterà i braccianti nel campo di destinazione, ma dovrà fare bene la sua scelta. Non è un lavoro per tutti questo, si lavora come schiavi sotto il sole della capitanata, ci sono 40 gradi già alle prime luci dell’alba, solo i più forti resistono, se il caporale non fa bene la sua scelta, qualcuno lo lascerà sicuramente sul campo. Il capo nero dà il lavoro ai braccianti, ma non lo fa per generosità, la regola è una, infallibile e spietata, “io caporale ti faccio lavorare perché ti devi pagare l’alloggio, io ti faccio avere l’alloggio perché sei sicuro di avere un lavoro, ma ti faccio lavorare tanto quanto serve a pagarmi” e il prezzo da pagare investe tutto, l’alloggio nelle baracche da condividere con altri tra topi e persone, il trasporto per farti raggiungere il luogo di lavoro, il panino e l’acqua. Un bracciante che si spacca la schiena in mezzo ai campi di pomodoro, delle 25€ di paga giornaliera ne metterà in tasca solo 3 e avrà lavorato molto più di otto ore.

Il Grande Ghetto è la negazione tutta italiana della dignità umana, tutti lo sanno. Le associazioni locali come Io Ci Sto grazie ai loro volontari provenienti da tutta Italia, si spendono tutte le estati con corsi di italiano, assistenza legale e con la ciclofficina. Quest’ultima, cerca di rendere i giovani braccianti indipendenti per gli spostamenti affinché possano raggiungere i campi risparmiando qualche euro sul trasporto offerto dal caporale.

Qualcuno ha anche pensato allo smantellamento della baraccopoli in favore di una tendopoli, progetto fallito miseramente grazie al buon senso degli stessi braccianti che meglio delle autorità locali avevano capito che spostarsi da una baracca ad una tendopoli non avrebbe cambiato la loro situazione. Già, perché l’unica cosa che sarebbe davvero in grado di cambiare una situazione così degradante, altro non è che un lavoro regolare. Con un salario ed un contratto, i giovani braccianti sarebbero in grado di pagarsi l’affitto di un appartamento in città e il Grande Ghetto non avrebbe più ragione di esistere. Allora si punta il dito contro gli imprenditori agricoli che richiedono manodopera a basso costo, i quali, a loro volta, puntano il dito contro le multinazionali del pomodoro, che li obbligano a vendere il pomodoro a 0,19 centesimi al chilo che non sono sufficienti a coprire neanche le spese di concimi e pesticidi. Sembra un cane che si morde la coda, là dove si parla di etica della produzione, questa è la filiera non etica dell’agroalimentare per eccellenza, dove rubi un cocomero e ti sparano alle spalle.

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Potrei dimenticare a pranzo ciò che ho mangiato a colazione, ma non potrei mai dimenticare gli occhi e le storie delle persone. Laurea in Giurisprudenza, passione per i diritti umani. Animo nomade che del viaggio apprezza le storie che esso racconta. Credo nella potenza delle masse e in chi crede e lotta.

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