Camp Nou, simbolo di libertà

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@Kieran Lynam
@Kieran Lynam

Quando leggete “més que un club” su uno dei lati del Camp Nou non pensate che sia un’esagerazione da tifosi. Potrà esserlo ora che la storia spagnola ha portato alla democrazia, alla libertà di parola, ma durante la dittatura di Francisco Franco il Barcellona era più di una società di calcio. Era una forma di libertà da esercitare in casa propria, nel giardino comune calpestato dall’undici blaugrana. Quando Suarez o Kubala estasiavano la folla il grido di esultanza risuonava in catalano. Finite le mura si tornava ad essere prigionieri del regime, impossibilitati ad esprimere la propria cultura.

Oggi la Catalogna si sente defraudata di un lungo pezzo di passato e vede nel Camp Nou uno dei simboli della propria resistenza all’oppressione. L’epopea di Guardiola e Vilanova non ha portato soltanto trofei in serie, ma anche una nuova identità espressa fin dalle conferenze stampa. Il “Pep”, vecchia bandiera del Barcellona tornato all’ovile per trionfare da allenatore, parlava con i giornalisti in catalano, non in spagnolo. Chi scrive ha assistito agli incontri con la stampa prima delle sfide contro Inter e Milan di questi anni: pur avendo qualcosa in più di un’infarinatura di spagnolo, ha compreso molto poco del pensiero del tecnico in quei giorni di vigilia e nelle analisi post-partita, almeno nei discorsi con i cronisti di casa.

Da queste parti sono passati Maradona e il Ronaldo brasiliano, entrambi per poco. Ha messo radici l’unico giocatore in grado di vincere quattro volte il Pallone d’Oro, Lionel Messi. Sempre per poco, fortemente odiato dopo il suo addio, è passato José Mourinho. Si è fatto rivedere molte volte al Camp Nou da avversario, una in particolare è rimasta nella mente degli sportivi italiani.

Il simbolo del presente è chi ancora oggi è catalano nel cuore, come Xavi, e si esprime nell’idioma della sua terra. E’ un modo per liberare chi lo ha preceduto e non ha avuto la fortuna di vivere in un paese senza dittatura.

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Realizzatore di sogni parzialmente mancato, giornalista sportivo riuscito. Segno che qualcosa è andato per il verso giusto, dai venti in poi. Sostenitore convinto della necessità di pensare e divulgare, meglio se in un pub, peggio se in discoteca. Scrittore per diletto, con la fortuna di vivere del mio lavoro.

1 Comment

  1. Mi balza in testa un’associazione mentale con alcune maratone etiopi ad Addis Abeba degli scorsi anni, che richiamavano un discreto numero di partecipanti internazionali. I partecipanti locali (amatori), mentre correvano, potevano finalmente esprimere con canti e segni il proprio dissenso nei confronti del Primo Ministro, Zenawi, ora defunto. La polizia era impossibilitata ad intervenire perché la risonanza sulla stampa internazionale sarebbe stata deleteria per la patina democratica del regime.

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