Boscimani del Kalahari: una storia dal deserto

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Mentre cerco un appiglio per raccontare la vita desertica dei boscimani del Kalahari, mi viene in mente lui. Sedeva nella sabbia, a gambe incrociate, e fissava il falò quasi ipnotizzato. Teneva le braccia protese verso le fiamme con i palmi aperti, come a voler accogliere il tepore e immagazzinarne il più possibile. I suoi biondi capelli lunghi cadevano senza regola sulla sua schiena e la sua barba nascondeva un viso bianco da ragazzino.

Pensai “ecco un altro bizzarro personaggio del Kalahari” e all’inizio di quella serata non mi precipitai a parlare con lui, mi limitai ad osservarne i movimenti, i gesti affettuosi che rivolgeva ai bambini dell’accampamento e ai gatti che giravano attorno, il modo – quasi animalesco – di mangiare la zucca e i pezzi di carne, ripulendo e spolpando minuziosamente le ossa.

Nelle settimane precedenti il Kalahari si era mostrato ai nostri occhi in tutto il suo arido splendore: dune rosse, sparuti alberi di acacia, ciuffi di arbusti ingialliti, cocomeri selvatici e silenzi interminabili.

boscimani del kalahari
@S. Poletti (Bambini San a Ghanzi, Botswana)

La situazione dei boscimani del Kalahari

La spedizione di ricerca a cui ho partecipato, coordinata e finanziata dall’Unità di studi interdisciplinari per l’economia sostenibile (LIUC), aveva l’obiettivo di aggiornare le analisi e gli studi relativi alla situazione economica, culturale e sociale delle popolazioni boscimani del Kalahari, tra Sud Africa e Botswana.

Popolo tradizionalmente nomade, i boscimani (o San, o Basarwa o Boesman a seconda dell’idioma e del livello di politically correctness che si vuole sfoggiare…) vivono da migliaia di anni nel deserto del Kalahari, vastissimo altopiano che interessa Namibia, Sud Africa e Botswana in cui erano soliti procacciarsi cibo dalla caccia e dalla raccolta di frutti, bacche e radici selvatiche.

Dovendo fare i conti con una proverbiale scarsità di acqua (sembra che il nome, in lingua Tswana, voglia dire “la grande sete”), un clima molto secco e un ambiente particolarmente ostile, i boscimani del Kalahari hanno elaborato ed affinato delle strategie di adattamento che hanno consentito loro di vivere in maniera nomadica fino a qualche decennio fa.

Le loro abilità nel seguire le orme dei piccoli e grandi mammiferi del deserto, nell’utilizzare ogni centimetro delle carcasse animali, nel riconoscere e nello scoprire principi medicinali e nutritivi nelle foglie e nelle bacche, nell’individuare acqua e nello spostare la propria abitazione periodicamente seguendo le loro prede sono oggi un pallido ricordo.

Le ultime generazioni di San, costrette dai rispettivi governi a insediarsi stabilmente in piccoli e squallidi villaggi per non turbare turisti e cacciatori impegnati in safari o tornei di caccia e per non intralciare lo sfruttamento minerario del ricchissimo sottosuolo sudafricano, vivono oggi di piccoli lavori informali, qualcuno alle dipendenze di allevatori bianchi o impiegato in piantagioni di erbe medicinali, qualche altro intrecciando collanine e braccialetti. Niente più caccia, niente più nomadismo.

Oggi i boscimani del Kalahari non saprebbero più cavarsela nel deserto, non saprebbero più misurarsi con le sfide della natura e di un ambiente così avaro di risorse.

boscimani del Kalahari
@S. Poletti (Donna San a Witdraai, Sudafrica)

Gert tra i boscimani del Kalahari

Gert, questo il nome del giovane bianco seduto tra i membri di una famiglia boscimana, semplicemente, aveva deciso di vivere con loro. Si era sistemato in una piccola tenda da campeggio piantata nella sabbia e dava una mano a Barbara, Hari e ai loro quattro figli nelle attività quotidiane: raccogliere la legna per il fuoco, costruire staccionate, sistemare cisterne di acqua, badare ai bambini. Aveva poco più di vent’anni e ad un certo punto della sua giovane esistenza si era detto di averne abbastanza di Città del Capo, della sua vita caotica e delle sue contraddizioni.

Il Kalahari era la sua nuova frontiera, conosciuta da bambino durante qualche viaggio con i genitori e rimastagli nel cuore per sempre. Abbandonato Internet, cellulare e una probabile carriera come promettente grafico, Gert aveva da poco cominciato una nuova routine fatta di sabbia, dune, animali e strade rettilinee che interrompono l’uniformità paesaggistica.

Parlava con placidità mentre i suoi occhi muovevano verso gli orizzonti infinti del deserto e camminava portandosi addosso un lungo e sgualcito impermeabile. Barbara e Hari lo trattavano come uno di famiglia, come un figlio maggiore non più da accudire ma a cui chiedere consigli e aiuto. Amava gli spazi infiniti che, diceva, solo il Kalahari poteva riservargli.

Quella stessa notte, accompagnandoci alle nostre tende al chiarore del plenilunio, incedeva con estrema sicurezza tra rocce, dune e piccoli fossati, facendoci ammirare nel silenzio più denso i profili di questo altopiano sterminato.

Pochi giorni dopo, rispettando un appuntamento che ci eravamo dati, Gert si presentò al nostro alloggio di Upington, capoluogo della regione Northern Cape e ultimo avamposto urbano prima dell’avanzare del deserto. Era partito la mattina presto dall’accampamento, mangiando qualche banana mentre guidava la sua scassatissima Nissan.

Eravamo incuriositi da Gert, dai suoi modi gentili ma essenziali, dalla sua storia e dalla sua decisione di stabilirsi lì, lui bianco tra i boscimani del Kalahari. Ci parlò di suo padre, il pittore Walter Meyer, uno dei più famosi e apprezzati del Sud Africa, attivo per circa venticinque anni sulla scena artistica di Città del Capo con esposizioni nei più importanti musei occidentali.

Oggi Walter Meyer è un alcolizzato che vive ad Upington, impoverito e dimenticato, incapace di rialzarsi e di ricucire i contatti né con il pubblico che per anni lo ha elogiato né con suo figlio. Nelle parole che Gert usò per descrivercelo emergevano l’ammirazione e l’orgoglio per l’artista capace di ritrarre paesaggi commoventi e autentici e la delusione per il padre assente e sulla via dell’autodistruzione.

Aggirandoci per le vie della sonnolente cittadina a bordo della sua auto piena di sabbia passammo lentamente davanti alla casa con giardino, uguale a molte altre, nella quale viveva l’ex pittore. In piedi davanti ad un barbecue, una lattina di birra in una mano e un forchettone nell’altra, Walter Meyer ci piazzò i suoi inquietanti occhi addosso. Seguì con uno sguardo allucinato l’auto di suo figlio che gli passava davanti, con i nostri volti che scrutavano dai finestrini.

“È completamente ubriaco” disse Gert scuotendo la testa e rifiutando la nostra proposta di fermarci a salutarlo. “Vorrei aiutarlo, è così bravo se solo si rimettesse a dipingere”. Ricordo il viso di quest’uomo, affilato, incavato e incorniciato da una barba nera; pur passando ad una certa distanza e visualizzandolo per pochi secondi mi rimase impressa la sua espressione disorientata e incattivita.

Gert parcheggiò la Nissan fuori dal nostro alloggio. “Ho pensato che potrei costringerlo a venire con me nel deserto. Poi scaverei una grossa e profonda buca nella sabbia e lo farei stare lì, lontano da tutto e tutti. Urlerebbe, lo so, mi maledirebbe. Io potrei portargli cibo sano e acqua e tè, fin quando si sarà disintossicato”. Ascoltavamo Gert in silenzio, lasciavamo che le sue parole disegnassero questa scena, al tempo stesso straziante e dolce.

In quel momento pensai che il suo progetto di vivere alla giornata nel Kalahari fosse ben più complesso di quanto mi era apparso inizialmente. Forse, mi dissi, questo ragazzone un po’ naïf aveva un preciso piano, o un sogno ben definito da realizzare. E lo voleva realizzare lì, in quella terra apparentemente inospitale e dura, ma ai suoi occhi accogliente e ispiratrice. “Gli porterei tutto il necessario per ricominciare a dipingere, ma lo farei anche lavorare con me e con i boscimani del Kalahari, per ricordargli il senso e il gusto della fatica” concluse quasi commosso.

Una volta che Gert ripartì verso nord alla volta di quello che al momento considerava il “suo” posto nel deserto parlammo per un po’ tra di noi. Cercai di immaginarmi Walter Meyer lottare contro i propri demoni sprofondato nelle viscere del Kalahari e sorvegliato con rigore ed amore da suo figlio, il ragazzo bianco che voleva essere un boscimano.

E pensai allo strano e paradossale destino che univa l’ex artista e l’ex popolo nomade: un pittore che non sa più e non può più dipingere e una comunità di cacciatori che non sa più e non può più cacciare. Forse il Kalahari, come una generosa e benevola madre, avrebbe continuato ad accoglierli, più forte dei soprusi dei governi e delle furie distruttrici dell’uomo.

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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