Biennale d’Arte di Venezia 2017: Viva Arte Viva

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Alicja Kwade, WeltenLinie, Padiglione del Tempo e dell’Infinito, Arsenale [foto| Chiara Vitali]
La 57a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, dal titolo Viva Arte Viva e inaugurata il 13 maggio 2017, sarà aperta al pubblico fino al 26 novembre 2017. Regista di questa Biennale 2017 è la curatrice francese Christine Macel.

Dal 2000 Macel ricopre l’incarico di Curatore capo del Musée national d’art moderne – Centre Pompidou di Parigi, dove ha creato il Dipartimento della Création contemporaine et prospective. Inoltre, è stata curatrice del Padiglione Francese nella Biennale d’Arte 2013 e del Padiglione Belga nella Biennale d’Arte 2007.

Qui ci si propone di offrire qualche informazione utile a chi volesse visitare Viva Arte Viva in extremis, ma anche qualche riferimento, approfondimento e spunto di riflessione per chi ci è già stato.

Pocket Nius: da sapere in breve

1. Per stessa voce di Christine Macel, quest’edizione della mostra manca di un tema conduttore unico, focalizzando l’attenzione sulla celebrazione del fare arte e sugli artisti.

2. Dal respiro più intimista rispetto alla scorsa edizione, questa Biennale offre buoni spunti isolati, ma presenta una generale carenza comunicativa.

3. La Biennale di quest’anno ha coinvolto 120 artisti, di cui 103 per la prima volta, provenienti da 51 paesi e ha visto 85 partecipazioni nazionali (di cui 4 per la prima volta: Antigua & Barbuda, Kiribati, Nigeria e Kazakistan per la prima volta da solo).

4. La curatrice ha proposto numerosi progetti paralleli all’esposizione con lo scopo di avvicinare gli artisti al pubblico, come il Progetto Tavola Aperta, che apre le porte a una dimensione conviviale. Tuttavia, la realizzazione pratica di queste iniziative non sempre riesce nel suo intento.

5. Il Padiglione della Germania ha vinto il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale. Molti hanno elogiato anche il Padiglione Italia, forte innanzitutto di una selezione di pochi artisti (tre), rispetto alle affollate edizioni passate.

Biennale di Venezia 2017: il tema

Secondo il Presidente della manifestazione, Paolo Baratta, la vocazione della Biennale d’Arte di Venezia è prima di tutto quella di essere un luogo di ricerca e di incontro, che si fonda sul metodo del libero dialogo tra gli artisti e tra questi e il pubblico.

Baratta sostiene che è proprio questo metodo di lavoro ad essere il vero tema di quest’edizione, che si ispira a un umanesimo che non fa riferimento a un preciso ideale artistico, ma che vede il fare arte come “atto di resistenza, di liberazione e di generosità”. L’idea di Macel sarebbe infatti quella di comunicare attraverso l’arte la volontà di resistere alle forze regressive emerse nel mondo negli ultimi tempi.

Sono molte le opere realizzate appositamente per questa Biennale d’Arte. Macel ha dichiarato che, come suggerisce il titolo della mostra, più che riflettere su un tema specifico, dettato da una precisa linea curatoriale, il suo proposito è quello di celebrare il fare arte e quindi gli artisti, mettendoli al centro della manifestazione, anche attraverso una serie di eventi extra come il Progetto Tavola Aperta. Si tratta di progetti paralleli all’esposizione vera e propria, ma concettualmente altrettanto importanti.

Per approfondire: Progetti Paralleli

Gli artisti sono stati invitati a parlare di sé e delle proprie pratiche attraverso un ciclo di tavole aperte, denominato appunto Progetto Tavola Aperta. Tutti i venerdì e i sabati di ogni settimana (talvolta con l’aggiunta di ulteriori giorni) un artista incontra il pubblico a pranzo, presso il Padiglione Centrale dei Giardini e le Sale d’Armi G dell’Arsenale. La dimensione della convivialità sembra dunque importante nell’approccio di Macel.

Nella stessa direzione va il Progetto Pratiche d’Artista: ogni giorno (dal 7 febbraio fino all’apertura della mostra) è stato pubblicato sul sito della Biennale un video in cui un artista descrive la propria pratica. Sono stati dedicati a questo progetto vari spazi: presso il Padiglione Centrale, l’Arsenale e Forte Marghera.

Inoltre, il Progetto La mia Biblioteca (Unpacking My Library), ispirato al saggio di Walter Benjamin del 1931, richiede agli artisti di inviare un elenco di testi e pubblicazioni che hanno avuto un ruolo cruciale nella loro formazione e nel loro sviluppo artistico. Questo progetto è esposto presso il Padiglione Stirling dei Giardini.

In occasione di questa Biennale si rinnova l’accordo con il Victoria and Albert Museum di Londra per la realizzazione del Padiglione delle Arti Applicate. La mostra “starting to get the ex wife out of my summer house … and maybe some issues in objecthood along the way …“, è allestita presso le Sale d’Armi dell’Arsenale e curata da Jorge Pardo, artista e scultore cubano che fonde arte e design.

Infine, si segnala che tutti i Progetti Speciali e le performance svoltesi durante la prima settimana d’apertura della mostra sono disponibili in streaming sul sito dedicato della Biennale e visibili nella Performances Video Room, un’apposita sala multimediale dell’Arsenale (Sala d’Armi G).

Biennale di Venezia 2017: Struttura dell’esposizione

Secondo quanto dichiara Macel, la mostra offre un percorso espositivo coniugato alle opere degli artisti, piuttosto che un tema conduttore unico. Esistono tuttavia inevitabilmente dei raggruppamenti che creano la coreografia dell’esposizione.

Oltre ai classici padiglioni nazionali presenti ai Giardini e all’Arsenale e alle partecipazioni nazionali sparse per la città, troviamo nel corpo centrale dell’esposizione una suddivisione in nove nuclei tematici, chiamati da Macel “trans-padiglioni”, che corrispondono a dei temi da lei ritenuti di particolare interesse per l’arte di oggi, e che considera indirettamente interrelati.

I primi due trans-padiglioni si trovano nel Padiglione Centrale dei Giardini, gli altri sette si snodano dall’Arsenale fino al Giardino delle Vergini.

Un trans-padiglione esprime l’intento di superare il concetto tradizionale di padiglione nazionale. Si tratta infatti di raggruppamenti di artisti, di ogni generazione e provenienza, le cui opere vengono allestite nella stessa zona del percorso espositivo, perché accomunate da un tema. Per esempio abbiamo un trans-padiglione dei Colori, uno della Terra e così via.

Ogni trans-padiglione è slegato dagli altri, ma vi si pone in continuità, vuole in altre parole essere uno spazio di transito aperto e permeabile. Macel vuole dunque una Biennale fluida, che oltrepassa i confini geografici e che si propone di portare al successo artisti provenienti da zone periferiche del mondo, ma anche artisti del passato che per vari motivi sono stati a suo parere ingiustamente dimenticati. Tuttavia, questo sguardo al passato ha contribuito per molti a conferire un retrogusto un po’ museale alla mostra.

Biennale di Venezia 2017: 9 Trans-Padiglioni

I nove trans-padiglioni sono stati concepiti da Macel come degli episodi di un racconto non lineare, con digressioni che riflettono la complessità del mondo e la sua pluralità di voci. Citando Macel, sono una sequenza di “ambienti che propongono allo spettatore un’esperienza, come in un viaggio, dall’interiorità all’infinito”.

Il percorso parte da una dimensione intimistica, legata allo spazio interiore riservato alla creatività e alle idee, che – attraversando i vari nodi tematici – si espande fino a includere l’altro da sé e il mondo, per approdare infine a una riflessione esistenziale e metafisica sul tempo e sul concetto di infinito.

A seguire fornisco una breve guida tematica per ciascuno dei nove trans-padiglioni, basata sulle dichiarazioni di Macel, allo scopo di offrire un riferimento teorico propedeutico alla comprensione del percorso espositivo ideato dalla curatrice.

1. Padiglione degli Artisti e dei Libri

Macel considera premessa centrale alla produzione artistica la dialettica tra otium e negotium, dato che la pratica artistica risolve in sé la contrapposizione tra azione e inattività, in qualche modo conciliando e incorporando questi due aspetti dell’esistenza.

Se infatti l’artista non sfugge alla dimensione lavorativa legata al mondo degli affari – attraverso la produzione di opere per lo più destinate ad essere vendute e riconosciute dal sistema dell’arte – è però dalla dimensione dell’otium creativo, del tempo dedicato a sé, che scaturiscono le sue idee. L’artista ha pertanto bisogno di momenti di inerzia laboriosa, necessari alla nascita di un’opera.

A causa di questo suo particolare modus operandi, l’artista si colloca comunque in una posizione alternativa rispetto al mondo del lavoro e alla sfera pubblica. Secondo Macel, l’intera società dovrebbe riflettere sul valore del tempo libero da dedicare al riposo e alla cultura, invece di considerarlo una perdita di tempo.

Luogo privilegiato della pratica artistica è lo studio d’artista, oggetto di molte opere del padiglione. L’atelier non è più soltanto luogo solitario dell’interiorità, ma assomiglia sempre più a un ufficio o a un luogo di lavoro collettivo, basato sulla convivenza tra individui che intrattengono relazioni orizzontali, cioè paritarie.

Non è casuale se il cuore dell’intero padiglione è costituito dalla grande stanza (vero e proprio atelier in loco, aperto al pubblico) in cui l’artista Olafur Eliasson coordina un lavoro a più mani, che consiste nel creare insieme dei moduli in materiale riciclato dal cui assemblaggio prendono forma delle lampade progettate dall’artista, denominate Green Light.

biennale venezia 2017
Olafur Eliasson, workshop Green Light, Padiglione Centrale dei Giardini [foto| Chiara Vitali]
Tra i partecipanti al workshop di Eliasson, oltre a studenti e volontari del pubblico, vi sono un’ottantina di richiedenti asilo e rifugiati che vivono a Venezia e dintorni, provenienti da Nigeria, Gambia, Iraq, Siria, Somalia, Afghanistan e Cina. L’acquisto delle lampade servirà per finanziare un progetto di sostegno e integrazione dei migranti coinvolti.

In questo caso, l’interrelazione tra otium e negotium è particolarmente evidente. Inoltre, alcuni di questi stranieri hanno realizzato un video: Turn On My Light, in cui raccontano la Biennale d’Arte vissuta dal loro punto di vista.

In particolare, una componente rilevante dell’otium è rappresentata, per la curatrice, dal tempo dedicato alla lettura e in senso lato alla conoscenza. I libri sono pertanto una delle maggiori fonti di ispirazione dell’intera esposizione e sono oggetto di numerose opere.

Gli artisti esprimono un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’oggetto libro e del suo significato, presagendo un’epoca di mutamenti di ciò che concerne il linguaggio, la conoscenza e i mezzi per accedervi.

2. Padiglione delle Gioie e delle Paure

Molte delle opere qui proposte si servono del linguaggio del fumetto, della fantascienza o della fantasia in genere per affrontare il tema del rapporto dell’individuo con se stesso e con la propria concezione dell’esistenza, ma anche e soprattutto con un mondo perturbato da conflitti e diseguaglianze.

Proprio queste problematiche globali suscitano nell’individuo – sempre più fragile e vulnerabile – sentimenti vari e dirompenti, che vanno dalla rabbia alla paura e all’alienazione, fino al senso di ribellione, oppure provocano un ancor più forte attaccamento alle relazioni personali e affettive, oppure al proprio paese d’origine, anche come reazione a questa insicurezza.

In generale, le opere si riferiscono a reazioni che trascendono la sfera razionale, ma mirano a far scaturire un ragionamento nello spettatore. Si auspica, secondo quanto dichiara Macel, l’inizio di un nuovo umanesimo, caratterizzato dall’integrazione della ragione con il vissuto delle emozioni, che dovrebbe essere il terreno di partenza su cui fondare ogni logica.

3. Padiglione dello Spazio Comune

Dopo aver scandagliato le emozioni individuali, il percorso prevede il superamento dell’individualismo attraverso il concetto di comunità. Si tratta di un argomento già ampiamente trattato dall’arte contemporanea della fine degli anni Sessanta e Settanta.

Attualmente, in seguito al fallimento di progetti e utopie legate a questo ideale di comunità e al conseguente disincanto, permane un desiderio di costruire uno spazio comune attraverso la realizzazione di progetti di uguaglianza e fraternità, anche se su scala più ridotta rispetto alle utopie originarie.

Alcune opere sono ambivalenti: denunciano che ormai si è verificata una perdita di ciò che è “comune”, ma esprimono il desiderio di ritrovarlo. Prevale, negli artisti di questo padiglione, un approccio antropologico che si interroga sulla storia di questo concetto, e diverse opere prevedono il coinvolgimento di gruppi, secondo un principio di compartecipazione all’opera.

4. Padiglione della Terra

Le opere qui riunite riguardano i grandi temi dell’ambiente, del pianeta e del mondo animale visti attraverso le utopie, le riflessioni e i sogni degli artisti, che oscillano tra la gioia e la malinconia. Abbiamo utopie degli inizi dell’ecologia, che considerano l’opera d’arte come un qualcosa che, posto nell’ambiente e nello spazio vitale in cui si muovono gli individui, diviene un’esperienza totale.

Molti artisti affrontano temi di attualità come la riconversione energetica e la trasformazione industriale, lo sfruttamento delle risorse legato alla storia coloniale e al mondo capitalista. Altri artisti, rifiutando il progresso individualista, operano invece al di fuori del sistema dell’arte. Prevale, tuttavia, un senso di incertezza del futuro.

5. Padiglione delle Tradizioni

Le tradizioni possono anche essere un rifugio e offrire conforto di fronte alle paure e alle insicurezze poste dalle sfide della contemporaneità. A seconda delle nostre posizioni la tradizione può generare rifiuto oppure al contrario nostalgia nei confronti del passato.

Secondo Macel, oggi ad ergersi in difesa della tradizione sono spesso i peggiori fondamentalismi e conservatorismi. Anche se la modernità laica, di tradizione illuminista, ha da sempre respinto ciò che è tradizione in nome della libertà critica dell’intelletto, l’ultimo trentennio ha visto mettere in crisi – tra populismi e rifiuto delle élite – la fiducia tanto nel progetto moderno quanto nell’uomo nuovo che avrebbe dovuto scaturirne.

L’idea di tradizione viene qui riformulata dagli artisti soprattutto secondo una dialettica tra vecchio e nuovo. Molte opere non affrontano solo problematiche di un passato recente, ma spesso si volgono verso un passato molto più remoto, con un intento di scavo quasi archeologico, che esprime un desiderio di rilettura. Questo guardarsi indietro, questo slancio per la riscoperta, è segno dell’incertezza che caratterizza l’epoca attuale.

6. Padiglione degli Sciamani

Ci sono sempre stati artisti “sciamani” che si sono sentiti animati da una speciale visione interiore che li faceva sentire come una sorta di missionari, ma Macel ritiene che siano stati in generale sottostimati.

Eppure attualmente viviamo in un’epoca in cui si avverte un profondo bisogno di spiritualità, prevalentemente attraverso la riflessione e la meditazione, che subisce la fascinazione di filosofie come quella buddista e sufi.

Macel, scegliendo di dedicare un padiglione a questo tema, auspica dunque che la figura dell’artista sciamano possa oggi assumere una nuova centralità, che va di pari passo con questa nuova aspirazione al sacro, estrapolato però dai suoi aspetti strettamente religiosi.

In questo spazio si assiste a vari interventi artistico-politici, che consistono nella creazione di racconti o di performance somiglianti a rituali terapeutici, che agiscono anche attraverso il dispositivo del gioco e l’uso dell’ironia.

In particolare, quegli artisti che fanno riferimento a un contesto post-coloniale, intendono così esorcizzare il passato di schiavitù e di sfruttamento vissuto, mettendo in atto una sorta di purificazione a posteriori che avviene attraverso le opere.

7. Padiglione Dionisiaco

Dopo aver assistito a secoli di rappresentazioni del corpo femminile attraverso uno sguardo prevalentemente maschile e condizionato dal desiderio, Macel sceglie di riservare questo spazio ad artiste donne, che reinventano l’immagine del corpo femminile, celebrandone con gioia e humour la sessualità e, in senso lato, la vita e il piacere che ne emana.

Oltre a disegni, dipinti, sculture e fotografie, queste artiste si avvalgono anche della musica, della danza e della trance come mezzi per raggiungere dei nuovi stati di coscienza, in grado di accedere alla rappresentazione di un femminile non convenzionale, visto attraverso uno sguardo più dettagliato e intimista che carico di desiderio.

8. Padiglione dei Colori

Uno dei temi fondamentali evocati dai colori è quello della visione, da cui deriva l’estrema soggettività che caratterizza in particolare la loro percezione, in linea con quanto dimostrato dalle neuroscienze.

Tra luce, spiritualità ed esplorazione visiva, questo è un padiglione carico di connotazioni politiche e antropologiche, in cui idealmente convergono tutte le principali questioni sollevate nei padiglioni precedenti. Macel l’ha concepito come luogo di un’esperienza straniante, un variopinto “fuoco d’artificio” che precede l’ultima tappa del percorso espositivo all’Arsenale.

9. Padiglione del Tempo e dell’Infinito

Il tempo può essere visto come un flusso, un susseguirsi di cambiamenti continui e transitori che culminano con la morte, per questo molte opere concettuali e performance degli anni Settanta associano al tempo un senso di perdita.

Il concetto di tempo può però anche essere legato a quello di infinito, assumendo una coloritura metafisica. Il tempo e l’infinito sono qui affrontati attraverso labirinti che fanno pensare a Jorge Luis Borges, riflessioni sul futuro, e soprattutto sul suo rapporto con il presente.

Approfondimento padiglioni nazionali - Italia e Germania

I padiglioni nazionali sono tantissimi e sparsi tra Giardini e Arsenale. Data l’incredibile mole di materiale non è possibile soffermarsi su ciascuno, cosa che richiederebbe un lungo discorso a parte dedicato a tutti i padiglioni. Inoltre, si preferisce evitare l’effetto “hit parade” di sommarie classifiche sui padiglioni e simili.

Si è scelto di soffermarsi esclusivamente sul padiglione dedicato al nostro paese e su quello che ha ricevuto il riconoscimento del Leone d’Oro, per offrire la possibilità di un approfondimento non superficiale delle opere di questi due padiglioni.

Padiglione Italia

Un coro pressoché unanime afferma che sono stati fatti dei passi avanti rispetto alle scorse edizioni, che consisterebbero prima di tutto nella scelta indovinata di diminuire il numero degli artisti partecipanti.

Gli anni precedenti effettivamente erano stati caratterizzati da un numero imbarazzante di artisti, che rifletteva un certo italico disagio all’idea di scontentare qualcuno dei possibili esclusi. Questa pluralità un po’ slegata faceva perdere focus e pregnanza al padiglione.

Quest’anno gli artisti selezionati dalla curatrice Cecilia Alemani sono solo tre: Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò e Adelita Husni-Bey. Titolo del padiglione è il Mondo Magico, ispirato all’omonimo libro dell’etnologo Ernesto de Martino, in cui l’autore offre una ricostruzione di quella che lui definisce l’”età magica”.

Secondo de Martino l’età magica è quel periodo in cui ha origine il soggetto umano come qualcosa di storicamente determinato, in un’epoca in cui i confini tra uomo e natura sono ancora incerti. Proprio questa incertezza di confini crea un dramma: il rischio che l’uomo si senta annullato da forze naturali incontrollabili. La magia allora non è altro che un insieme di tecniche messe in atto per superare questa crisi.

Nel panorama dell’arte contemporanea italiana, questi tre artisti, lungi dal considerare il magico una via di fuga nell’irrazionale, se ne appropriano invece come mezzo cognitivo per ricostruire la realtà, dando forma a complesse cosmologie personali.

Roberto Cuoghi, ispirandosi alla tela fiamminga di Holbein Il Cristo Morto e alla morale del testo di devozione medioevale Imitatio Christi, ha trasformato lo spazio del padiglione nella cripta di una basilica paleocristiana, in cui è ubicata una fabbrica di sculture di Cristo. Il corpo di Cristo può essere considerato una reliquia, un frammento del soprannaturale, un tramite per l’aldilà, tutte caratteristiche che lo rendono “magico”. Cuoghi prende spunto da questa ritualità magica e la trasfigura.

Nella tradizione iconografica il corpo di Cristo è rappresentato in vario modo, ma quasi sempre come un corpo umano mortale. In particolare, il dipinto Il Cristo Morto rappresenta Cristo in una tomba, prima della Resurrezione, con il volto, le mani e i piedi in un primo stadio di putrefazione. Il quadro, quasi disturbante, è inoltre più volte citato e discusso dai personaggi dell’Idiota di Dostoevskij; il principe Myškin alla sua vista esclama: “Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno”.

Quindi, nel tempo del materialismo tecnologico in cui le immagini omologate hanno perso la loro consistenza organica, Cuoghi – attraverso la sua opera Imitatio Christi – va a pescare nella memoria antica e ne fa un laboratorio scientifico, che moltiplica l’immagine di Cristo in una serie di sculture, tutte della stessa forma perché originate dallo stesso calco, ma fatte di materiali organici diversi, e ciò fa sì che cambino sotto l’azione di muschi, muffe e batteri nel corso dell’esposizione. Le imitazioni vengono tutte deturpate, sono tutte imperfette.

Padiglione italiano alla biennale venezia 2017
Roberto Cuoghi, Imitatio Christi (dettaglio), Padiglione Italia [foto| Chiara Vitali]

Nell’Imitatio Christi, Tommaso da Kempis esorta a vivere ogni giorno della propria vita con correttezza morale in modo da non temere la morte, perché solo così questa paura potrà essere esorcizzata. Ma secondo la simbologia di Cuoghi, l’uomo temerà sempre la morte, perché non è in grado di imitare l’esempio di Cristo fino in fondo, anche se si avvicina all’aspetto mortale e corporeo di Cristo, più vicino all’umano.

L’artista dichiara così il limite umano, simboleggiato dall’impossibilità di rappresentare il Cristo storico, dato che il risultato finale dell’opera non è controllabile, ma è in un certo senso lasciato al fato o al caso. Chi compie allora la magia? Forse le immagini in sé, i tentativi. L’interrogativo è lasciato aperto. L’intero processo è concepito per essere aperto, per non ottenere mai lo stesso risultato, secondo una logica di decomposizione e composizione, morte e rigenerazione.

Questo progetto si inserisce nella ricerca poetica di Cuoghi, che indaga le proprietà trasformative dei materiali e la fluidità di qualsiasi definizione di identità. L’artista ci introduce a un processo sperimentale di modellazione della materia, riflettendo al contempo sul potere magico delle immagini, sulla forza della ripetizione e sulla memoria iconografica della storia dell’arte.

Adelita Husni-Bey propone con The Reading una videoinstallazione su un laboratorio collettivo dal valore pedagogico, basato su una conversazione ispirata dalle figure di tarocchi disegnati dall’artista. Ogni tarocco rappresenta uno specifico sottotema di discussione.

Il gruppo è costituito da ragazzi americani, riuniti in una tavola rotonda che, ispirati dai concetti evocati dai tarocchi, discutono sul concetto di cosmogonia. Parlano della terra, procedendo da una visione più capitalista verso una più spirituale e magica, secondo cui essa è un vero e proprio essere vivente.

La Fine del Mondo di Giorgio Andreotta Calò è un’opera che si compone di due livelli, o meglio di due mondi paralleli, che portano avanti la riflessione sulla simbologia del doppio, che caratterizza la produzione dell’artista. Si entra dapprima in un mondo sotterraneo, che è un luogo oscuro (con solo una finestra aperta sul Giardino delle Vergini), in cui sculture di grandi conchiglie sono appese a dei pali da ponteggio.

Percorrendo lo spazio si arriva poi a una scalinata tramite cui si accede all’altro mondo. Salita la scalinata, lo spettatore nel voltarsi vede la grande immagine riflessa del tetto del padiglione, che si sdoppia. Appare come un gigantesco lago che non è chiaro se sia un’immagine reale o un miraggio.

Mentre la prima opera di Cuoghi pone l’enfasi sull’aspetto processuale dell’opera, le altre due opere sono compiute e a sé stanti. Per cui, senza nulla togliere al loro valore, forse sarebbe stato più efficace dedicare tutto il padiglione a Cuoghi, oppure operare a monte una scelta curatoriale diversa.

Padiglione della Germania

Il Padiglione tedesco ha vinto il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale “per un’installazione potente e inquietante che pone domande urgenti sul nostro tempo e spinge lo spettatore a uno stato di ansia consapevole. Risposta originale all’architettura del padiglione, il lavoro di Imhof è caratterizzato da una scelta rigorosa di oggetti, corpi, immagini e suoni”, come recita il sito della mostra.

Con l’installazione sculturale e performativa Faust, l’artista Anne Imhof ha dato vita, insieme a un team di performers, a una messa in scena performativa di oltre quattro ore, modificando profondamente lo spazio originario del padiglione tedesco. In alcuni periodi dell’esposizione la performance è tuttavia ridotta a un solo giorno alla settimana e messa in atto in forma abbreviata. Si trovano in rete vari video brevi, che danno un’idea dell’effetto che può fare la visita.

Il titolo “Faust” si riferisce a questa considerazione della curatrice del padiglione, Susanne Pfeffer: “Nel capitalismo il dominio del denaro è assoluto. Come nel Faust di Goethe, vogliamo vedere qualcosa che neanche c’è. Non c’è l’anima, non ci sono le merci dell’economia finanziaria e, ciononostante, anzi, proprio per questo, il sistema funziona”.

L’opera è costituita dall’intero padiglione e da quello che avviene al suo interno. Lo spazio del padiglione, sorvegliato all’esterno da veri cani da guardia, costituisce una scena fissa fatta di pareti sottili e di un pavimento in vetro trasparente e sopraelevato, in cui la divisione degli spazi è studiata secondo una precisa coreografia degli angoli di visuale.

I corpi dei performers, statici o in movimento, si trovano contemporaneamente sopra, sotto o accanto ai visitatori, ma non interagiscono con il pubblico, che non viene mai direttamente coinvolto. I performers rappresentano un fenomeno sia singolo sia collettivo. Sono corpi, sculture mobili, e nello stesso tempo merce, abitanti una struttura fredda e simmetrica, che può essere una casa, un’istituzione o uno stato, in cui la trasparenza del vetro rende tutto visibile e controllabile.

Padiglione tedesco alla biennale venezia 2017
Anne Himhof, Faust (dettaglio performance), Padiglione della Germania [foto| Chiara VItali]

I performers mettono in atto quella che la curatrice definisce come “la zombizzazione del corpo capitalizzato”. Si tratta di corpi ridotti a un regresso animale, ammaestrati e fragili, permeati da strutture di potere invisibili. I loro gesti esistono solo nella loro medialità, cioè sono immagini consumabili come merce digitale, il cui piacere non riguarda l’atto sessuale, ma l’atto del vedere e dell’essere visti.

Ogni tanto si avvertono dei deboli tentativi di ribellione, laddove alcuni gesti del singolo si oppongono a sequenze di movimenti uniformi e ripetuti ossessivamente, come guidati da sms interni a cui si ubbidisce in modo acritico, come avviene con le regole sociali non scritte, che limitano l’originalità del singolo e annichiliscono qualunque forma di pensiero laterale.

Questo conflitto interno provoca dolore nei corpi, che talvolta gridano in modo flebile, ma sia il grido che il pugno si smorzano presto, anche gli abbracci tra loro si impietriscono o si trasformano in lotta, e questi corpi finiscono per autodistruggersi, chiusi nel loro individualismo. Ogni tanto risuonano voci isolate, che arrivano poi a formare un inquietante coro in cui non vi è comunione alcuna, perché tutti cantano l’Io: non l’unicità e la dignità della persona, ma l’individualismo.

Si tratta insomma di uno scenario orwelliano, adattato all’odierno predominio della medialità e del digitale, in cui il corpo, omologato a standard imposti di bellezza e di comportamento, perde la sua autentica vitalità, unicità e libertà individuale. Tutto questo porta a una smaterializzazione del corpo, che diventa capitale. Lo spettatore attraverso la trasparenza e il distacco offerto dal vetro è stimolato a una presa di consapevolezza di questa amara condizione che lo riguarda.

L’opera d’arte Faust vuole essere un atto di resistenza a tutto questo, e consiste nella simbolica occupazione dello spazio istituzionale del padiglione della Germania, che rappresenta la casa individuale, ma anche tutto ciò che nelle istituzioni e nello stato promuove questa zombizzazione del corpo capitalizzato.

Biennale di Venezia 2017: critiche e chiavi di lettura

Il titolo della Biennale di Macel “Viva Arte Viva” può suonare di un ottimismo un po’ naive, inneggiante a un generico vitalismo. Tuttavia, lo slancio positivo verso l’arte e gli artisti è condivisibile, almeno per chi crede che l’arte sia, o dovrebbe essere, un aspetto importante del mondo contemporaneo.

Questa Biennale è stata definita di genere “intimista”, in contrapposizione all’evidente impegno civile militante della precedente edizione di Enwezor, con cui Macel si proclama in continuità seppur con una presa di posizione meno marcatamente ideologica. Tuttavia, secondo alcuni estimatori della precedente Biennale, il workshop Green Light di Eliasson o il Padiglione dello Spazio Comune sarebbero dispositivi più che altro di facciata, o comunque casi troppo isolati, per caratterizzare l’intera operazione.

Inoltre la mostra è stata criticata nel suo complesso soprattutto a causa del senso di disgregazione e di confusione prodotto dalla mancanza di un vero tema unificante. Alle accuse sulla debolezza della sua linea curatoriale, Macel replica di aver voluto deliberatamente rinunciare a un tema vero e proprio per dare il buon esempio: uscire dal proprio individualismo affinché anche il pubblico sia spinto a fare altrettanto.

Questo significa che la curatrice ha voluto programmaticamente tenere le redini a briglia sciolta, rinunciando in parte al principio di autorità curatoriale. Questo suo approccio si collocherebbe sulla scia della critica al concetto di autore, cara a molta arte contemporanea, in cui ad operare non sono i singoli artisti ma dei collettivi. Tuttavia, Macel non fa parte di un collettivo di curatori, e la Biennale d’Arte di Venezia non è un movimento come Fluxus, ma un evento piuttosto istituzionale.

Macel dice di voler rispecchiare, attraverso il proprio approccio curatoriale, la complessità del nostro tempo pieno di contraddizioni. Ben venga il pensiero “rizomatico”, cioè libero, orizzontale, a-gerarchico, sempre in grado di intravvedere nuove strade. Ma una qualunque creazione complessa, come una Biennale, è composta da un numero elevato di parti interrelate tra loro. Persino secondo la fisica, è proprio il grande numero di interrelazioni tra le parti a creare la complessità, non la mancanza di nessi tra le parti.

C’è poi chi boccia l’esposizione nel suo complesso, ma data la vastità di ciò che è proposto, non può non apprezzare almeno qualcosa nel suo mare magnum. Può essere il caso di singoli padiglioni nazionali, come quello tedesco, oppure di chi apprezza il percorso ideato da Macel solo in alcuni tratti.

Per esempio, chi non ama il concettuale in media ha gradito di più il percorso dal trans-padiglione della Terra in poi. C’è anche chi deplora in Macel una strizzatina d’occhio di troppo all’aspetto consolatorio dell’arte attraverso il sensoriale, il decorativismo e l’emotività veicolata dal colore, che si avverte maggiormente in quest’ultima parte dell’Arsenale. De gustibus.

In ogni caso viene denunciata la generale mancanza di un fil rouge. Il punto è che in Macel si ravvisano buone intenzioni ed idee, ma queste non sono sempre efficacemente tradotte nella realtà, perché il suo approccio pecca di astrattezza nella realizzazione pratica.

In astratto l’idea di mettere l’artista a contatto diritto con il pubblico durante un’occasione conviviale è buona, ma di fatto non funziona, se non per pochi. Gli incontri del Progetto Tavola Aperta ovviamente non possono essere colti da un pubblico ignaro e già esausto, che esula dalla conoscenza specifica di qualsivoglia artista. Non parliamo poi se si tratta di italiani e la lingua usata è l’inglese.

Il progetto però fatica a coinvolgere anche lo spettatore che ne mastica di arte contemporanea e di inglese, ma ha ritenuto eccessivo comprare il pass permanente. Se non si lavora nel campo dell’arte e non si è disoccupati, si presenta anche la difficoltà di dover organizzare la propria visita il giorno e l’ora in cui sarà presente quel determinato artista. Di fatto l’iniziativa, forse, funziona solo per gli addetti ai lavori e i collezionisti. Limite questo di molti alati eventi di arte contemporanea.

Alcune idee di Macel suonano dunque bene sulla carta, ma non superano la sfida rappresentata dalla realtà, come involontariamente evidenziato anche da un programma televisivo di divulgazione sull’arte come #hashtag, che mira al coinvolgimento del pubblico. La realtà è costituita soprattutto dalle scelte di allestimento, dalla chiarezza delle informazioni contenute nella guida, e dal considerare i visitatori che si hanno davanti, che sono molto eterogenei. Nel libro-guida cartaceo spesso mancano i nessi logici nell’articolazione dei concetti espressi dalla curatrice. In generale, anche gli addetti ai lavori denunciano l’effetto “insalata mista”.

Ungheria alla biennale venezia 2017
Gyula Várnai, Peace on Earth! (dettaglio), Padiglione dell’Ungheria [foto| Chiara Vitali]
A mancare, a mio avviso, è soprattutto l’efficacia comunicativa. L’allestimento non dovrebbe confondere lo spettatore, già stordito da qualcosa di enorme per contenuti ed estensione, ma accompagnarlo. Non guidarlo rendendolo passivo, ma renderlo partecipe. Altrimenti poi non ci si può lamentare se il pubblico dedica la maggior parte del tempo a farsi selfie, magari usando come sfondo il variopinto padiglione della Swatch, uno degli sponsor dell’esposizione.

Riguardo alla scarsa capacità di coinvolgere il pubblico e come critica al sistema dell’arte, il collettivo Luca Rossi aveva, prima dell’apertura della Biennale, provocatoriamente lanciato una petizione pubblica rivolta ad Alemani, in cui chiedeva di potersi occupare della selezione delle opere destinate al Padiglione Italia, in cui promuoveva una diretta partecipazione del pubblico.

In sintesi, la Biennale di Macel rischia dunque di essere troppo poco engagé per alcuni estimatori della precedente Biennale, di rimanere in buona parte un mistero per molti – e non solo per chi equipara una visita alla Biennale a una gita a Gardaland – e di risultare comunque troppo sfilacciata per tutti.

Comunque sia, spero che Viva Arte Viva voglia e possa essere non un mantra ripetuto in modo acritico in un party per addetti ai lavori, ma un semplice brindisi all’arte stessa, nel senso conviviale auspicato dal Progetto Tavola Aperta. Se così è, almeno di fronte all’intenzione, non si può fare a meno di alzare i calici.


5 link per saperne di +

1. Il + curatoriale

Un video in inglese in cui Christine Macel, introdotta da Enwezor, spiega la sua Biennale in un’approfondita conversazione.

2. Il + critico

Jacqueline Ceresoli, sulla rivista di settore Exibart, recensisce la mostra, individuandone i limiti principali.

3. Il + italiano

Cecilia Alemani, curatrice, spiega in un video le scelte che han guidato la realizzazione del padiglione italiano.

4. Il + severo

Luca Rossi, ancora su Exibart, critica il padiglione Italia: il migliore degli ultimi 10 anni ma a cui dà una valutazione di 5/10.

5. Il + tedesco

Askanews ha pubblicato un breve videoracconto del premiato padiglione della Germania.

Fonti

  • La Biennale di Venezia, VIVA ARTE VIVA Biennale Arte 2017, Guida Breve
  • Sito ufficiale della Biennale d’Arte di Venezia 2017
  • Articoli introduttivi alla Biennale sulla rivista Exibart: uno sulle presentazioni ufficiali e un articolo di Lorenzo Benedetti
  • Critica alla Biennale sulla rivista Exibart
  • Opinione del critico Achille Bonito Oliva su Artribune
  • Articolo di Artribune su Cuoghi e Imhof
  • Guida alla Biennale di Artslife
  • Articolo del Corriere della Sera sulla Biennale
  • Articolo di Repubblica sulla Biennale
  • Video su Macel che spiega la sua Biennale, introdotta da Enwezor

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Nata milanese, naturalizzata scozzese, morta veneziana, risorta in riva al Piave. Con alle spalle 12 traslochi e 2 lauree (lingue e arti visive), l’ex poetessa della classe non ha ancora capito cosa farà da grande, intanto si interessa di quasi tutto, a fasi. Qui è amante di cause perse, tipo comunicare.

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