Biennale d’Arte di Venezia 2015: All the World’s Futures

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Biennale di Venezia 2015La Biennale d’Arte di Venezia è la più importante manifestazione istituzionale di arte contemporanea al mondo, e quindi una grande occasione per un curatore di esprimere la sua visione filosofica, riunendo centinaia di opere di arte contemporanea in modo da creare un percorso di significati che parli alla contemporaneità.

La 56ª Biennale d’Arte di Venezia intende rinnovare il format tradizionale dell’esposizione inserendo al suo interno una componente performativa e musicale: la dimensione del tempo. Si assiste dunque a una teatralizzazione dello spazio della mostra, che va concepita come un evento che prende forma nell’intersezione tra il live e l’allestimento.

All the World’s Futures – aperta fino al 22 novembre 2015 – si svolge in buona parte in contemporanea con Expo 2015, con cui in un certo senso dialoga a distanza, puntando i riflettori proprio su ciò che viene rimosso o edulcorato all’esposizione universale.

Include la partecipazione di 89 paesi stranieri, di cui 29 ai Giardini e 29 tra Arsenale e altri edifici di Venezia, e di 44 eventi collaterali presentati da organizzazioni non-profit. Vi partecipano 136 artisti, di cui 89 per la prima volta, e molti di loro vengono da aeree geografiche ancora definite periferiche. Ben 159 delle opere presenti sono state realizzate appositamente per questa Biennale. Dunque l’esposizione aspira a offrire una visione non solo occidentale ma globale.

Il curatore è il nigeriano Okwui Enwezor, già curatore della prestigiosa Documenta di Kassel. Enwezor si ispira alla Biennale del 1974, che non è stata semplicemente una mostra d’arte, ma una “manifestazione” culturale in senso anche politico: una presa di posizione contro ogni forma di fascismo (erano gli anni subito dopo il golpe di Pinochet in Cile).

Si tratta di una mostra che ha un forte legame con l’esterno, cioè con la realtà storica e sociale, senza utopie intimiste, perché l’arte ha il compito militante di svelare al mondo chi è e dove sta andando. Il suo focus è sull’osservazione della relazione tra l’arte e il mondo sociale e politico, in altre parole la vita reale. Egli parte da un’analisi del passato e del presente, per poi porre una domanda che riguarda tutti: a che punto siamo arrivati e quali possibili futuri aspettano questo mondo? Cosa possiamo fare per crearli?

Enwezor porta avanti un progetto molto ambizioso: parlare di futuro e di speranza attraverso l’arte in tempi di crisi, combattendo contro la cecità nei confronti della storia e della sua tendenza a ripetersi. Si tratta di uno sforzo epico, quasi da profeta o da poeta-vate. Ma anche se Enwezor è il direttore d’orchestra, sono le voci degli artisti a parlare, con le loro diversità. Essi non danno una ma tante risposte, attraverso altrettante domande.

All the World’s Futures non si riferisce a un solo futuro ma a dei futuri al plurale, proprio perché non può esserci un’unica visione unitaria nel mondo a-gerarchico dell’arte: servono più voci, di cui molte nuove e non solo dell’Occidente.

Le opere d’arte sono come voci che prendono parte a un Parlamento delle Forme, come lo definisce Enwezor. Più forme, che sono le voci di una sorta di orchestra composta da artisti, che evocano una pluralità di futuri possibili. Questo parlamento dell’arte vuole compiere un’operazione di riaggiustamento, di riposizionamento, dunque di “cambio di forma” della realtà contemporanea attraverso le opere.

Biennale di Venezia 2015: chiavi di lettura

Biennale di Venezia 2015

La mostra è strutturata attorno a tre principali nodi concettuali tra loro interconnessi, che Enwezor definisce filtri, cioè chiavi di lettura:

1) Vitalità: sulla Durata Epica
Enwezor è interessato alla voce umana come veicolo di idee e ideali, ma anche al canto e all’oralità. Le canzoni e la voce sono un potente mezzo di espressione e di contestazione delle storture della società. Per questo l’elemento centrale e unificante dell’intera mostra è la parola (scritta, parlata, dipinta, scolpita, cantata, urlata). Importante centro di aggregazione della parola parlata è l‘Arena, uno spazio attivo dedicato alla programmazione dal vivo situato nel cuore del Padiglione Centrale dei Giardini.

2) Il Giardino del Disordine
Il curatore interpreta il retroterra storico dei Giardini come una metafora con cui esplorare l’attuale stato delle cose: quella pervasiva struttura di disordine che riscontra nella geopolitica, nell’ambiente e nell’economia globale.
Quindi molte delle opere realizzate ad hoc si sono ispirate al concetto di giardino come metafora del mondo e sono appunto distribuite in vari luoghi: nei Giardini ma anche nel Padiglione Centrale delle Corderie, nel Giardino delle Vergini dell’Arsenale.
Enwezor si rifà al concetto originario di giardino derivante dall’antichità persiana: una dimensione paradisiaca, uno spazio chiuso di tranquillità e piacere, allegoria della ricerca di ordine e purezza. Scopo delle opere legate al tema del giardino è dunque mettere in luce il contrasto tra lo spazio ideale del giardino e il disordine del mondo attuale, ma anche la capacità umana di resistere.

3) Leggendo il Capitale
Secondo Enwezor tutt’oggi il Capitale influenza ogni sfera della nostra esperienza. Quindi indagarne la natura e la logica è fondamentale per capire il nostro tempo. Per questo il concetto di Capitale è la spina dorsale dell’intero progetto, che ispira svariate opere e performance.
La mostra offre una completa esplorazione del concetto e del termine “Capitale”, anche attraverso una lettura ininterrotta de Il Capitale di Marx come se fosse un testo teatrale nello spazio dell’Arena, attività che va considerata un’opera d’arte (appartenente al genere della performance). Il curatore ha dichiarato di essersi ispirato a un rituale indiano: i Sikh leggono per ore senza sosta l’Akranpath, un libro sacro di 8000 pagine, mentre la gente mangia e beve, finché non è finito.
Ovviamente per Enwezor Il Capitale non è un libro sacro, ma uno spazio di riflessione che deve sempre esser mantenuto vivo, da cui l’idea della lettura incessante.

Biennale di Venezia 2015: le opere

Biennale di Venezia 2015

Si può dire che le opere sono organizzate intorno ai tre filtri di cui sopra, che fanno da nuclei concettuali aggreganti, ma si trovano fisicamente in luoghi separati; inoltre possono essere nuove o dei tributi al passato. Vi sono dipinti, installazioni, sculture, video, media misti, performance. Si riferiscono a ferite storiche del proprio paese o a momenti politici chiave, al mondo del lavoro, a problemi sociali, all’immigrazione. Molte hanno significato documentario, alcune sono di denuncia. Alcune esprimono il senso di precarietà e di disagio attuali, altre la speranza per il futuro. Massiccia la presenza di collettivi.

Tra i tributi al passato vengono per esempio rievocate le figure di Pavese attraverso il compositore Luigi Nono e di Pasolini attraverso l’artista Fabio Mauri, che accoglie il visitatore all’entrata del Padiglione Centrale dei Giardini con il suo Muro del Pianto fatto di valige.

Di tutte le opere in mostra, forse le più amate dal curatore sono quelle legate all’oralità e al potere rivoluzionario della parola e della musica. Per esempio ci sono dei coristi che cantano La creazione di Haydn con cronologia invertita e parole al contrario in giro per l’Arsenale, o le opere sulle work songs cantate in prigione e nei campi, o quelle sulle manifestazioni di strada, o la lettura dal vivo di un libro fatto di descrizioni di foto che non si sono mai potute scattate a causa della guerra in Libano.

L’intera mostra trasmette che l’arte e la cultura possono essere strumenti di trasformazione sociale e politica, perchè ci fanno accedere a un giardino segreto dentro e fuori di noi, uno spazio di riflessione vera, che si fa canto e voce in grado di migliorare il mondo.

Immagini / Chiara Vitali

Fonti
Catalogo della 56ª Biennale d’Arte di Venezia: All the World’s Futures, 2015, a cura di Okwui Enwezor
”Exibart” n. 90 aprile/maggio 2015

Se vi capita di andare alla Biennale e avete voglia di street food, leggete i nostri consigli.

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Nata milanese, naturalizzata scozzese, morta veneziana, risorta in riva al Piave. Con alle spalle 12 traslochi e 2 lauree (lingue e arti visive), l'ex poetessa della classe non ha ancora capito cosa farà da grande, intanto si interessa di quasi tutto, a fasi. Qui è amante di cause perse, tipo comunicare.

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