Articolo 18, neoliberismo e ricette anni Settanta: l’economia secondo Matteo Renzi

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Articolo 18, neoliberismo e ricette anni Settanta: l'economia secondo Matteo Renzi

Col discorso dei mille giorni Renzi aveva deciso di sfidare, in un sol colpo, giornali, magistratura e parlamento. Ci era sembrato pericoloso per un Premier mettersi contro in un colpo solo tutte queste forze. Ma non era finita qui. Il jobs act e la minaccia dell’abolizione dell’articolo 18 sono stati l’occasione per un attacco diretto alla CGIL ed alla minoranza del proprio partito.

Il Premier, ormai è evidente, vuole inserirsi in quella tradizione trentennale che ha visto i leader socialdemocratici europei, da Craxi a Blair a Schröder, abbandonare il tradizionale keynesismo per abbracciare le tesi neoliberiste della scuola di Chicago.

Niente nuove ricette per il lavoro quindi, ma la riproposizione della stessa minestra servita agli europei negli ultimi decenni, la stessa che, in definitiva, ci ha portato alla situazione attuale. Il problema è che applicare ricette anni settanta all’Italia del 2014 rischia l’effetto della trasmissione dell’Ispettore Derrick su Sky Atlantic, non sempre i grandi successi del passato si rivelano infatti adeguati a rispondere alle domande del presente.

Alle polemiche, per la maggior parte pretestuosa, bisogna dirlo, dell’autoproclamatasi sinistra PD, il think thank renziano, a cominciare da Pietro Ichino, ha risposto nel peggiore dei modi, ovvero con il “così fan tutti” riferito alle dichiarazioni rilasciate in tal senso nel passato dalla vecchia guardia PD.

L’Huffington Post non ha perso tempo nel pubblicare, con l’evidente intento di ridimensionare il peso delle critiche della minoranza PD, sotto il titolo “Quando D’Alema faceva il Renzi”, il video del discorso con il quale il leader Massimo, al congresso del PDS del 1997, invocava più flessibilità.

L’effetto ultimo di quel video nello spettatore era però un altro, ovvero quello di rendersi conto di assistere oggi allo spettacolo offerto da un presunto rottamatore che, con 17 anni di ritardo, ripropone le stesse identiche soluzioni prospettate da quelli che ha voluto rottamare, per giunta a suon di tweet invece che con la comunque elegante retorica d’alemiana, capace di far passare per giusto anche lo schiaffo appena assestato sulla faccia del suo auditorio.

E pazienza se la famosa ventottenne Marta che allora probabilmente guardava ancora Sailor Moon in TV e che ora non può permettersi di andare in maternità è da vent’anni costretta a sentire le stesse cose, in un loop infinito che rischia di azzerare definitivamente le speranze di un’intera generazione di vedere l’uscita da quello stato di crisi e di precarietà che li accompagna da sempre.

L’unico vero risultato di Matteo Renzi sembra insomma, finora, quello di aver ricompattato da un lato la minoranza PD, CGIL e FIOM e perfino il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, offrendo loro un nemico da combattere e dall’altro Forza Italia e il NCD concedendo loro lo spazio per fare quelle riforme che per incapacità o timore della piazza essi stessi non erano riusciti a portare a termine.

Già il fatto che fra i più entusiasti ci siano i Sacconi e i Brunetta dovrebbe dirla lunga su quel sottile filo rosso che lega il renzismo agli anni Ottanta italiani, senza il bisogno di scomodare la signora Thatcher.

Come finirà la questione “articolo 18” è difficile dirlo, difficilmente rivedremo immagini come quelle del Circo Massimo del 23 Marzo 2002, vero e proprio canto del cigno della sinistra in questo Paese. E non le vedremo prima di tutto perché in questo Paese ad un Renzi che si ripropone neoliberista non si riesce che opporre un Bersani che si riscopre neokeynesiano, o una CGIL ferma alle convinzioni di 15 anni fa ma con una forza ed un’autorevolezza dimezzata rispetto ad allora.

Se Renzi non è l’alternativa che speravamo, insomma, non ci sembra un buon motivo per rispolverare quelli che un’alternativa non sono riusciti a darcela in vent’anni di attività politica. Il rischio vero, in ogni caso, è quello di ritrovarci ancora qui, fra altri vent’anni, a parlare di articolo 18 e precarietà.

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Quest’anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l’indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L’anno prossimo vorrei fare l’astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l’apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

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